La Vergine niente rispondia

di lacrime e sospir gli occhi bagna,

Vespasian alla Donna dicia

le lagrime, el dolor omai ristagna,

e dà quiete alla pena ria,

che se io dovessi metterci la Spagna

contenta ti farò viso giocondo,

alhor tremò la Nave e tutto il mondo.

Il racconto, seguitando, si raccosta alla Vindicta. Vespasiano guarito e battezzato, manda un messo a Tiberio, chiedendo licenza di fare la vendetta di Cristo. Tiberio consente, e intanto manda per Pilato, che si presenta a lui con la veste di Gesù indosso, ma senza che questa produca l'effetto, del quale altrove si narra, di rabbonire Tiberio. Spogliatone, e gettato in un carcere, Pilato si uccide. Vespasiano parte da Siviglia con trecento navi e più di centomila cavalieri, che tutti recano sul petto una croce vermiglia in campo bianco. La spedizione diventa una vera crociata. Segue una grande strage degli Ebrei, alla quale prendono parte, come alleati dei Romani, o cristiani che si vogliano dire, aquile, astori, griffoni, serpenti, draghi. Un ebreo negromante, di cui si tace il nome (Giuseppe Flavio), annunzia a Vespasiano l'impero. L'episodio della madre che mangia il figliuolo non manca. Espugnata la città, Vespasiano va, come Goffredo di Buglione, a pregare sul sepolcro di Cristo. Giuseppe d'Arimatea è tratto fuor della torre, gli Ebrei prigioni sono venduti trenta a denaro, la città è distrutta dalle fondamenta. (La Vendetta di Christo che fecero Vespasiano, e Tito contro a Gierusalemme. In Firenze, et in Pistoia, per Pier Antonio Fortunati s. a.). Non so se questo poemetto sia mutato, come spesso incontra, l'esordio, tutt'uno con quello che registra il Zambrini, Le Opere volgari a stampa dei secoli XIII e XIV, IVª ed., col. 1043, anch'esso di 96 ottave, e che in una stampa senza nessuna nota tipografica incomincia:

O eterno dio che el mondo sostene