[211]. Omelia XLIII, 63. Egli annovera le seguenti meraviglie: Tebe di Beozia, Tebe egizia, le Mura di Babilonia, il Mausoleo, le Piramidi, il Colosso di Rodi, e templi di gran mole e di singolare magnificenza di cui non dice il nome.

[212]. Nel suo trattato De cursibus ecclesiasticis, ritrovato e pubblicato dall'Haase, Breslavia, 1853, Gregorio di Tours enumera: l'Arca di Noè, le Mura di Babilonia, il Tempio di Salomone, il sepolcro del Re dei Persi cavato in una sola ametista, il Colosso di Rodi, il Teatro di Eraclea, il Faro di Alessandria.

[213]. Le meraviglie registrate da Cedreno sono: le Piramidi, il Faro di Alessandria, il Colosso di Rodi, il Mausoleo, il Tempio di Diana in Efeso, il Teatro di Miris in Licia, il Bosco di Pergamo.

[214]. «Quod primum est, Capitolium Romae, salvatio civium, major quam civitas». The complete Works of Venerable Bede by J. A. Giles, Londra, 1843, v. IV, p. 10. Lo scritto De septem mundi miraculis è generalmente tenuto apocrifo; ma ciò poco importa al caso nostro, giacchè l'antichità sua non potrebbe per questo essere contestata. Il passo che si riferisce al Campidoglio fu pubblicato anonimo dal Docen di su un manoscritto del secolo VIII. Il Campidoglio è messo per primo in parecchi altri elenchi manoscritti delle meraviglie del mondo, (V. Gregorovius, Gesch. d St. Rom, v. III, p. 551, n.); è messo per sesto nel citato libro De Roma prisca et nova edito dal Mazochio. Come settima meraviglia lo pone il Panciroli, Res memorabiles, Francoforte, 1660, tit. XXXII. Il Mabillon (Diarium ital., p. 272) ricorda un manoscritto greco del XIII secolo, dove le sette meraviglie sono: Tebe egizia, le Mura di Babilonia, il Mausoleo, le Piramidi, il Colosso di Rodi, il Campidoglio, il Tempio di Adriano a Cizico.

[215]. Anche la Germania volle avere le sue sette meraviglie che si trovano indicate in una iscrizione nel Duomo di Magonza.

[216]. Anon. Magliabecch.: «Palacium maius fuit in monte Palatino, quod hodie palazo majore e dicto». Avvertasi che quando cito i Mirabilia, si deve intendere propriamente la Descriptio plenaria, semprechè non sia indicato altrimenti.

[217]. Polychron., l. I. c. 24.

[218]. Op. cit., v. I, p. 61.

[219]. Nel citare alcun luogo del Dittamondo mi varrò sempre, a correzione delle spropositatissime stampe, della lezione del codice torinese già citato. V. sulla scorrezione delle stampe del Dittamondo uno scritto di R. Renikr, intitolato Alcuni versi greci del Dittamondo, nel Giornale di Filologia romanza, n. 7, p. 18-33.

[220]. L. II, c. 31. Guglielmo Capello nota: «Questo fu palagio magiore del quale hogie si mostra le royne, e l'acqua che lì vicino passa faceva la neumachia (sic), cioè il lago nel quale i romani se exercitavano con le galee per imparare sapere essere in le bataglie navale e anchora vi sono alchuni gradi onde il popolo vedeva questi giochi. E questo palagio fu prima fondato dagli arcadi nel monte Palanteo secondo Solino, poi li Romani forsi lo fenno molto majore».