[231]. L'opinione più comune fu che il Colosseo avesse derivato il nome dal Colosso di Nerone che sorgeva poco discosto. Il Platina dice nella Vita di Giovanni VIII: «Coloseus vocant a Neroni Colosso». Scipione Maffei mise primo innanzi, e sostenne con validi argomenti l'opinione che il Colosseo dovesse il nome non al Colosso di Nerone, ma alla mole ingente per cui era soprattutto ammirato. Egli ricorda come per testimonianza di Erchemperto (Hist. Langob., c. 56) si chiamasse Colossus l'anfiteatro di Capua. V. De amphitheatro, ecc., c. III, nei Supplementa utriusque Thesauri del Poleno, v. V, col. 25, 37, e Verona illustrata, parte IV, I, c. 4. V. anche Mazochio In Campani amphitheatri titulum, aliasque nonnullas Campanas inscriptiones Commentarius, c. VII, nello stesso volume dei Supplementa. L'opinione del Maffei accetta anche il Gregorovius, Gesch. d. St. Rom, v. II, p. 211.

[232]. Conto XXX (Cod. Laurenziano, pl. LXII, 12, f. 233 v.). Quivi erano gli molti altari, i quali facti erano all'onore degli dei, in mezzo degli altri era quello Giove gli cui ornamenti valeano smisurato tesoro. Quivi erano preti, i quali per incanti piovere, nenguire (altri codici hanno: nevichare) grandinare e serenare faceano a loro posta. Gli forestieri erano menati in quello luogho ove si facea tante maraviglie che la gente gli davano grande fede. Allora diceano quegli maligni preti a coloro che questo vedeano: Colis eum? la qual cosa volgarmente viene a dire: Coltivi tu dio per sommo dio? e quegli rispondea: Sì. E per questa risposta battezzato aveano in quello errore. E per questo cotale domandare fu poi quello tempio Colliseo chiamato. A contare gli ornamenti di quello Colliseo maraviglia parrebbe a udire: non è quasi cittade di tanta valuta quanto valeano gli ornamenti di quello falso tempio.

[233]. Cod. dell'Universitaria di Bologna, n. 431, f. 36 v.

[234]. Il Gregorovius (Gesch. d. St. Rom., v. VII, p. 638), non so perchè, mette in dubbio il fatto di Paolo II, il quale è attestato da parecchi.

[235]. Di questa profezia fa ricordo Beda nel luogo testè citato: «Quamdiu stat Colysaeus stat et Roma: quando cadet Colysaeus, cadet et Roma; quando cadet Roma cadet et mundus». L'idea di collegare le sorti di una città o di un popolo a quelle di un edificio è tutt'altro che nuova; ma qui può far meraviglia vedere stretto un cotal nesso fra Roma cristiana ed un monumento pagano, bagnato dal sangue dei martiri. Più ragionevole sembra una leggenda affine, sparsa fra i Longobardi, secondo la quale quel popolo non poteva decadere mentre durasse la basilica innalzata dalla regina Teodolinda in Monza e dedicata a S. Giovanni Battista. V. Paolo Diacono, Historia Langobardorum, IV, 22; V. 6.

[236]. Publio Vittore, De urbis Romae regionibus, regione IV. Cf. Marangoni, Delle memorie sacre e profane dell'anfiteatro Flavio volgarmente detto il Colosseo, Roma, 1746, p. 12-13; Maffei, De amphitheatro, c. III. Secondo una diversa tradizione Nerone stesso si sarebbe fatto effigiare in figura del Sole. Commodo fece porvi un altro capo a immagine propria, ma poi vi fu rimesso quello di prima. Il Colosso, opera di Zenodoro, esisteva ancora intero nel V secolo.

[237]. L. cit.

[238]. Vol. I, p. 414. Alcuni manoscritti del Polychronicon di Ranulfo da me veduti hanno anch'essi in insula Herodii.

[239]. L. XXXI, c. 125.

[240]. Questi è probabilmente Aldelmo, monaco Baldunense o Malmesburiense, detto anche Adelino, morto nel 709. Per le opere di costui v. Fabricio, Bibl. lat. m. et inf. aet. ed. del Mansi, Padova, 1754, v. I, p. 54-55, e Leyser, Hist. poet. et poem. m. ae., p. 198-203.