[274]. Urlichs, Codex, p. 48.
[275]. Id., ibid., p. 51.
[276]. Id., ibid., p. 52.
[277]. «Hae sunt aguliae que erant in urbe, et ubi, et quomodo et per quam causam, et quorum ornamentis. Duae magnae millae centum duodecim pedum; alia octoginta steterunt in circo Prisci Tarquinii mirifice posita, ubi nunc horti sunt caulium». E la versione italiana: «Due grande di mille cento duo piedi: una altra di octanta stette nel circo di Tarquinio Prisco, mirabilmente posta, dove hora sono gli horti delle erbe».
[278]. Questo racconto si ritrova con qualche leggiera variante nelle redazioni posteriori dei Mirabilia, alle quali si raccosta Ranulfo Higden, che pure, benchè più in succinto, lo riferisce.
[279]. L'edizione veneziana del 1501, la milanese del 1826, la veneziana del 1835 (l'altra, pure veneziana, del 1820 non l'ho potuta riscontrare) leggono concordemente:
Vedi i cavai di marmo e vedi i due
Che gl'intagliaro appunto come leggi;
dove non si capisce più nulla, o si capisce solo che gli editori hanno voluto ridare a Prassitele o a Fidia l'antica e genuina lor qualità. La lezione da me recata è del cod. Torinese, e si accorda in tutto con la leggenda.
[280]. Pertz, Script., t. XXII, p. 388-90. È tratta da un cod. del XIV secolo.