[281]. Equi eburnei septuaginta quatuor dispersi in locis, ubi causa magnificentiae positi erant, ut quos Constantinus Errachii (l. Constans Heraclii, cioè Costante figliuolo di Eraclio) secum tulit per maiori parte, quando ivit in Siciliam Syracusasque, ubi interfectus a suis familiaribus anno eius quinto, Saraceni postea venientes de Damasco in Siciliam et in Syracusas praedicta omnia ista tulerunt portantes. — L'anonimo Einsiedlense, che nell'VIII secolo descrisse Roma qual era, registra solamente il cavallo di Costantino e i cavalli marmorei.

[282]. Fazio degli Uberti:

Vedi l'arco di Plisco onde già tolse

Costantin li cavalli allora ch'ello

Lasciando me a Bisanzio si volse.

Il Jordan (Op. cit., v. II, p, 392) pensa debba leggersi vedi 'l circo di Prisco, e dei cavalli del circo di Prisco dice la Graphia: «portati sunt a Constantino imperatore (intendi sempre Costante II) cum omni ornatu facto ex aere in Constantinopolim, Damascum et Alexandriam». Ma a quei versi di Fazio il Capello fa il seguente commento: «L'archo di Plischo è quel grande presso al coliseo ch'altri dice che fu facto a Tito, e da lì tolse i cavalli Constantino, e mandoli a Constantinopoli onde poi funo tolti, e portati per venetiani, e posti in lo tempio di San Marcho supra la intrata in Venetia». Non ripugna punto il credere che nel medio evo fosse stato dato all'arco di Tito più comunemente conosciuto sotto il nome di arcus septem lucernarum, anche il nome di arco di Plisco o Prisco, derivato dal Circo di Tarquinio Prisco, ch'era lì accosto.

[283]. Erat quoque in domo quadam ferreum simulacrum Bellerofontis pondere quindecim millia librarum, in aere cum equo suo suspensum, nulla catena superius aut stipite inferius sustentatum, sed lapides magnetes in arcubus testudinum, sive fornicibus arcuatis circumquaque ponebantur, et hinc inde proportionali attractione simulacrum in medio servabant, ita ut nullicubi posset dissilire. — Di questo prodigio, che ricorda l'altro simile della tomba di Maometto, si narra anche nel De septem mundi miraculis attribuito a Beda. «Quartum miraculum, simulacrum Bellerophontis ferreum cum equo suo in summa civitate suspensum, ecc.». Qui la città non si nomina altrimenti, ma quella summa civitas potè far credere si trattasse di Roma, e tale fu, credo, la ragione che indusse Ranulfo, o altri che lo precedette, a porre tra le meraviglie di Roma anche il cavallo di Bellerofonte. Se non che summa civitate è, senza dubbio un errore di copista. In un manoscritto della Laurenziana (pl. XX. 48) da me veduto, si legge in Smirna civitate, e questa è la lezione corretta. Plinio racconta (Hist. Nat., XXXIV, 42): «Magnete lapide Dinochares architectus Alexandriae Arsinoes templum concamerare inchoaverat, ut in eo simulacrum ejus e ferro pendere in aere videretur. Intercessit mors et ipsius, et Ptolemaei, qui id sorori suae jusserat fieri». Ciò ripete Isidoro di Siviglia, Originum, VI, 20. Di un simulacro sospeso nel tempio di Serapide parlano S. Agostino, De Civitate Dei, XXI, 6, e Suida, s. v. Μαγνῆτις. Di una statua ferrea di Mercurio sospesa per virtù di calamite nella città di Treveri, parlano i Gesta Treverorum (ap. Pertz, Script.V, t. VIII, p. 132), Giovanni d'Outremeuse (Op. cit., t. I, p. 16) e altri. Ciriaco d'Ancona che viaggiò in Europa, in Africa, in Asia, aveva veduto le sette meraviglie del mondo, fra l'altre anche la statua di Bellerofonte. Almeno così afferma Leonardo Dati:

Vidisti insculptos divos et martia bella

Quae gesserunt, et Bellerophonti equum.

Itinerarium, edito dal Mehus, p. 6.