Quando a Roma provinzia o tera alguna
volea rebelar qui se vedea,
e cognoxea la caxon, e a zascheduna
cossa loro de subito si provedea.
Giovanni d'Outremeuse così ne parla (op. cit., v. I, p. 229): «... une thour à Romme, sor laqueile ilh astoit unc myreour sour cent pilers de marbre; et par celle myreour ons veioit bien quant gens d'armes ou aultres venoient sour mere. Se cheaux de Romme ewissent bien gardeit cel myreour, ilhs ewissent esteit à tous jours les soverains del monde; mains ilh leur fuit destruis». Dello specchio di Virgilio si fa inoltre ricordo nella Confessio amantis del Gower, nelle Choniques de Tournay, nel Renart Contrefait, nel Cleomades, nella Chronique rimée di Filippo Mouskes, nella Destruction de Rome, ecc. In questo ultimo poema la torre del Miraour, posta sopra il monte Chevrel, non ha più nulla di magico:
La est li Miraour, dont hom a tante parle:
Ki par le halt estage a son chef hor boute
XXX lieues voit bien et de long et de le:
Cil que l'ost veue sevent bien la verte.
(La destruction de Rome, pubblicata dal Gröber, Romania, v. II, p. 6-48, v. 666-9). Nei Compassionevoli avvenimenti di Erasto (c. XIX) lo specchio, mutato in una lucidissima colonna, è trasposto nell'isola di Rodi. Che si tratti qui veramente dello specchio virgiliano trasformato non si può dubitare, perchè insieme con la colonna si pone in Rodi anche il fuoco inestinguibile, altro miracolo operato da Virgilio in pro di Roma. Autore dell'una e dell'altra meraviglia si credeva un eccellente mago, di cui non si dice il nome. Come la Salvatio di Roma, fu la colonna distrutta da nemici che diedero ad intendere di poter cavare tesori.