Te benedicimus, salve per saecula[109].

Entrati in città, e dato principio alle pratiche di devozione, si trovavano tosto in presenza delle ruine, le quali servivano a dirigere le processioni nella via lunga e malagevole, su per i colli, traverso ai grandi spazii disabitati[110]. Che nelle menti loro riscaldate dal sentimento religioso e dalle peripezie del viaggio dovessero nascere molte strane immaginazioni, è naturale il pensarlo, e Ranulfo Higden, il quale del resto, come vedremo, molte ne spaccia per conto suo, ripetutamente lo afferma[111]. Da siffatte immaginazioni dovettero avere origine, almeno in parte, i Mirabilia.

Dire in che tempo sia stato composto questo strano e divulgatissimo libro non si può con piena certezza, e le opinioni dei varii scrittori che ne hanno trattato s'accordano poco su questo punto. Che esso si colleghi in parte con l'antica descrizione delle regioni, quale si trovava nel calendario officiale, è ammesso comunemente, ma con ciò non tutto il problema si risolve. La divisione augustea in quattordici regioni si conservò, più o meno sicura, sino al XII secolo inoltrato[112]; e da canto suo una in sette ne aveva introdotta la Chiesa; ma le descrizioni del medio evo non si attengono propriamente nè all'una, nè all'altra divisione[113]. L'anonimo autore dei Mirabilia conosce evidentemente gli antichi Regionarii, ma non costringe la sua descrizione entro gli schemi di quelli.

Nel secolo VIII o nel IX, l'anonimo di Einsiedeln, probabilmente un discepolo di Valafredo Strabone, versato nel greco, e provveduto di tutta la coltura classica concessa ai suoi tempi, visita e descrive Roma riportando un gran numero d'iscrizioni fedelmente copiate[114]. Ma il suo libro non contiene neppur una delle tante favole che si raccolgono poi nella Graphia e nei Mirabilia, e poichè non si può credere che nel tempo in cui egli scriveva molte non ne fossero già nate e divulgate, bisogna dire che di deliberato proposito egli le passasse sotto silenzio, come del resto pure fa di tutto quanto direttamente si riferisca al culto pagano.

Qui tutta una serie di quesiti si affaccia alla mente perplessa del critico. È più antica la Graphia o sono più antichi i Mirabilia? Quale rapporto è tra questi due opuscoli che hanno tanta parte comune? I Mirabilia sono essi formati di un solo getto, o in più tempi? Quale età può essere loro ragionevolmente assegnata? Quante recensioni ve n'ha? Chi fu il loro autore? A ciascun quesito rispondono più e disformi opinioni. L'Ozanam, che primo mise in luce di su un codice Laurenziano la Graphia aureae urbis Romae[115], esagerandone fuor di misura l'antichità, la giudica composta fra il V e l'VIII secolo[116]. Il Giesebrecht la crede composta ai tempi di Ottone III, e fa da essa derivare i Mirabilia[117]. Questa opinione fu generalmente respinta dai dotti più competenti in sì fatta materia, e il De Rossi[118], il Jordan[119], altri ancora, riconoscono nella Graphia come una seconda edizione dei Mirabilia con aggiunte di poca importanza.

Che i Mirabilia risultino di due parti, l'una più antica, più moderna l'altra, fu sostenuto dal Gregorovius. La parte più antica, o, se così voglia dirsi, la prima composizione dell'opera, risalirebbe al tempo degli Ottoni, cioè alla seconda metà del X secolo, mentre la più moderna, la redazione definitiva, sarebbe del mezzo circa del secolo XII, e posteriore alla restituzione del Senato in Roma[120]. Il Reumont reputa che la Graphia appartenga, nella forma sotto a cui è pervenuta sino a noi, alla fine dell'XI, o al principio del XII secolo, ma che nello essenziale rappresenti Roma qual era in sul finire della età carolingia, adorna ancora di molti avanzi di antichi monumenti che sparvero poi più tardi[121]. Ora, ciò che egli dice della Graphia bisogna intendere implicitamente anche dei Mirabilia. Se la descrizione, o la semplice menzione di monumenti distrutti più tardi non si potesse altrimenti spiegare se non facendo contemporaneo ad essi chi ne parla, bisognerebbe certo assegnare la prima composizione dei Mirabilia al X, o al IX secolo; ma tal fatto può dar luogo ad altra più probabile spiegazione. A questo proposito dice il Jordan[122]: Verso il mezzo del XII secolo, un uomo, fornito della comune erudizione del tempo suo, scrisse una periegesi delle rovine, con l'intenzione di mostrare, a fronte della malsicura tradizione, e delle mutabili denominazioni, che, in origine, esse erano templi sacri a tali e tali divinità. Egli la scrisse mosso da un sentimento allora comune a molti, i quali speravano il ristabilimento della repubblica, e la rinnovazione della romana potestà assisa in Campidoglio. La periegesi ampliò e ridusse a manuale sistematico, traendo gli elementi di parecchi capitoli dal catalogo delle regioni che per intero si conservava ancora, e da altri vecchi cataloghi medievali ov'erano registrati nomi di antichi monumenti, o forse rimaneggiando una compilazione di tal sorta già esistente. Al tutto egli aggiunse un capitolo sulla topografia cristiana, utile in più particolar modo ai pellegrini curiosi, e un certo numero di leggende, che, in parte, circolavano già da lungo tempo. Che i Mirabilia non sieno più antichi del XII secolo, prova inoltre il fatto che dei molti scrittori che vi attinsero, o che a dirittura li incorporarono nelle opere loro, nessuno ve n'ha che sia a quel tempo anteriore. Ora la riputazione di cui nel XII secolo fruiscono i Mirabilia è tale, che se fossero già esistiti innanzi, sia pure in una forma alquanto diversa da quella che assunsero poi, qualche scrittore ne avrebbe certamente fatto ricordo.

Il testo, nei manoscritti che lo contengono, sparsi qua e là per le biblioteche d'Europa, presenta molte varietà, ma queste possono essere ridotte a due principali recensioni. «La più antica», scrive il De Rossi «è quella, che quasi documento officiale fu inserita nei libri della curia romana, cioè nel Politicus (leggi polypticus) di Benedetto canonico (scritto prima del 1142), nelle Collectanea Albini scholaris (circa il 1184) e nel celebre libro de' censi di Cencio Camerario, che fu poi papa Onorio III. La seconda fa la sua principale comparsa nelle Collettanee del Cardinal Nicola d'Aragona (anni 1356-62); donde proviene quella che Martino Polono inserì nella sua cronaca, e quella della Graphia aureae urbis Romae, d'un codice fiorentino[123]». Il Jordan ammette le due recensioni, ma riferisce la Graphia alla più antica[124]. L'Urlichs distingue sei classi di Mirabilia nel già citato Codex topographicus. La prima contiene il testo del XII secolo (Descriptio plenaria totius urbis), quale si ha nella recensione più antica (Benedetto canonico, Albino scolastico, Cencio Camerario); la seconda, la Graphia, del secolo XIII; la terza, i testi del secolo XIV (De mirabilibus civitatis Romae); la quarta, i Mirabilia abbreviati e interpolati dei secoli XIV e XV; la quinta i Mirabilia congiunti con la rinascente dottrina, ancor essi dei secoli XIV e XV; la sesta, l'Anonimo Magliabecchiano, che è del secolo XV.

Nulla si sa dell'autore del libro. Nel 1851 il Bock annunciava un testo nuovo, e il nome del primo autore di essi, un Gregorius magister, non altrimenti conosciuto nella storia letteraria del medio evo[125]; ma passarono circa vent'anni senza che di tale scoperta si udisse più fare parola. Finalmente nel 1870, lo stesso Bock, in un articolo sulla testè citata pubblicazione del Parthey[126], svelò il mistero. Un capitolo del Polychronicon di Ranulfo Higden, rimasto precedentemente inedito, ma allora fatto già di pubblica ragione[127] (il che dal critico non fu risaputo), contiene una parte dei Mirabilia, con alcune peculiarità che non s'incontrano altrove. Il cronista inglese afferma di aver tratto ciò che dice di Roma e dei suoi monumenti da Martino Polono e dal suddetto magister Gregorius[128]. Il Bock stimò questo magister Gregorius essere stato il primo compilatore dei Mirabilia, mentre il De Rossi giudica la compilazione a lui attribuita una delle meno antiche, e credo con ragione[129].

Sia qui inoltre notato di passaggio che l'Harding, nella sua Confutation of the Apology of Jewel, stampata in Anversa nel 1565, f. 166 v., fa autore dei Mirabilia lo stesso Martino Polono.

Pochi libri ebbero nel medio evo la celebrità e la diffusione dei Mirabilia. Ciò si deve anzi tutto, parmi, al trovarsi felicemente combinata in essi l'ammirazione per Roma antica con la devozione inspirata da Roma cristiana. Alla descrizione delle mura, delle porte, dei principali monumenti, si accompagna il catalogo dei luoghi più celebri ricordati nelle Passioni dei Santi, la enumerazione dei cimiteri, la indicazione di molte chiese.