Un sentimento schietto ed ingenuo di ammirativa benevolenza per quell'antichità gloriosa che aveva lasciato nei marmi e negli spiriti indestruttibile memoria di sè prorompe da tutto il libro. Giunta al fine della sua rassegna la Descriptio plenaria si chiude con le seguenti parole: «Haec et alia multa templa et palatia imperatorum, consulum, senatorum praefectorumque tempore paganorum in hac Romana urbe fuere, sicut in priscis annalibus legimus et oculis nostris vidimus et ab antiquis audivimus. Quantae etiam essent pulchritudinis auri et argenti, aeris et eboris pretiosorumque lapidum, scriptis ad posterum memoriam quanto melius potuimus reducere curavimus».
Le leggende inserite qua e là, alcune delle quali strettamente si legano alla storia dei primi secoli della Chiesa, accrescevano attrattive al libro, che noi troviamo citato, o accolto per intero, in iscritture di diversissima indole. Benedetto, Albino, Cencio Camerario ne usano come di documento officiale. Alcuni cronisti lo introducono, se non in tutto, in parte, nelle loro storie, primo fra tutti il domenicano Martino Polono, morto nel 1279, la cui cronaca conosciuta comunemente sotto il nome di Martiniana godette di grandissima riputazione durante il XIII, XIV e XV secolo. Martino Polono attinge probabilmente dalla Graphia, poi molti attingono da lui, tra gli altri il già citato Ranulfo Higden (c. 1299-1363), e il Signorili nel libro intitolato De juribus et excellentiis urbis Romae, scritto per ordine di papa Martino V (1417-31)[130], l'autore di una cronaca latina contenuta in un codice della Casanatense, segnato A II, 20, e probabilmente anche il Ramponi nella Historia di cose memorabili della città di Bologna, istoria che va sino all'anno 1432. Accolgono inoltre più o meno distesamente il testo dei Mirabilia Giacomo da Acqui (c. 1330) nella sua Cronaca,[131] l'autore dell'Eulogium[132], il quale certamente attinse da Ranulfo Higden, Giovanni Mansel, nella Fleur des histoires[133], Giovanni d'Outremeuse nel Mireur des histors[134]. Giovanni d'Outremeuse descrive le meraviglie di Roma secondo le cronache d'Estodien e con alcune particolarità che altrove si cercherebbero invano. Questo Estodien, non è evidentemente altri che l'Hescodius citato dalla Graphia, da Martino Potano, e da altri parecchi[135]. Le particolarità che nel racconto si trovano farebbero quasi credere che Giovanni d'Outremeuse avesse veramente sott'occhi una recensione dei Mirabilia diversa dalle conosciute sin qui; ma è più probabile ch'egli abbia attinto da Martino, e che le particolarità le abbia aggiunte di suo. Fazio degli Uberti trae dalla Graphia, ma forse anche in parte dal racconto di Martino, ciò che di Roma fa dire alla stessa Roma nel c. 31, l. II del Dittamondo. Finalmente un ristretto dei Mirabilia si trova anche negli Otia imperialia di Gervasio di Tilbury[136] .
La celebrità dei Mirabilia si mantenne lungamente anche dopo che il Rinascimento, facendo meglio conoscere l'antichità, specie la romana, ebbe dato lo sfratto alle favole immaginate dal medio evo. Essi compajono ancora in molti manoscritti del XV secolo; trovata la stampa, se ne fecero numerose impressioni. Anche altre città in Italia ebbero descrizioni per più rispetti somiglianti a quella che di Roma si ha nei Mirabilia, ma nessuna poteva sperare la celebrità toccata a questi. Galvagno Fiamma cita a più riprese una Descriptio urbis Mediolanensis dalla quale toglie ciò che dice delle fabbriche più insigni di Milano. Intorno al 1320 un anonimo compose un Commentarius de laudibus Papiae[137]. Ma Milano e Pavia non erano Roma. Descrizioni delle loro bellezze e singolarità potevano importare ai Milanesi e ai Pavesi, non a tutti gli abitatori dell'orbe cattolico. I Mirabilia sono un'altra prova del primato di Roma.
Per discorrere in modo adeguato delle diversità più o meno rilevanti che il testo dei Mirabilia presenta negli innumerevoli manoscritti, e delle variazioni cui esso andò soggetto in processo di tempo, si richiederebbe un'apposita e lunga dissertazione. Qui qualche breve cenno potrà bastare. Sebbene i testi conosciuti possano, come s'è detto di sopra, ridursi a due recensioni principali, pure le differenze loro nei particolari sono qualche volta assai numerose. Già il testo più antico pervenuto sino a noi è un testo corrotto[138]. Passando di trascrizione in trascrizione la redazione primitiva si altera sempre più, e si accresce di varie accessioni, che non sempre hanno stretta attinenza con il resto. Una descrizione delle province d'Italia, tolta da Paolo Diacono, gli si annetterà in fine od in principio[139]; lo si interpolerà con una storia della cattività di Babilonia, e con una interpretazione del sogno di Nabuccodonosor[140], lo si correderà di considerazioni filosofiche e morali, lo si arricchirà d'interi capitoli[141]. A poco a poco, le alterazioni prenderanno un doppio indirizzo ben determinato, e si faranno in qualche modo sistematiche, provocate, per una parte, dal sentimento religioso, e, per un'altra, dalla nuova e crescente coltura dell'umanesimo. I Mirabilia nella prima lor forma non soddisfacevano se non assai imperfettamente ai bisogni dei pellegrini, che si recavano a Roma con lo scopo precipuo di visitare i santuarii e di purgarsi dei loro peccati. Ed ecco introdursi in essi, e prendervi luogo sempre maggiore, la indicazione delle stazioni e delle indulgenze, e la descrizione delle reliquie più cospicue[142]. Ciò accadeva più particolarmente nelle traduzioni[143]. Così venivan fuori mano mano certi nuovi Mirabilia che con gli antichi nulla più avevano di comune[144]. Ma in pari tempo la coltura del rinascimento si diffonde e prevale; già nasce un'archeologia scientifica, già si mostrano i primi archeologi. Il così detto Anonimo Magliabecchiano[145], tiene un luogo di mezzo fra i Mirabilia e il Poggio o il Biondo; egli deve avere scritto nei primi anni del secolo XV. Le favole a poco a poco spariscono. Nei Mirabilia Romae pubblicati da Marcello Silber, alias Franck, in Roma, nel 1513, si ripetono ancora le leggende di Trajano, della Salvatio, dei Cavalli marmorei, del Cavallo di Costantino, di Augusto. Seguono le indulgenze delle chiese di Roma, un sommario della storia della città, la descrizione delle sette chiese e di molt'altre. Vi si riportano versi devoti ed iscrizioni. Ma nell'Opusculum de mirabilibus novae et veteris urbis Romae, edito da Francesco de Albertinis chierico fiorentino, e dedicato a Giulio II (per maestro Jacopo Mazochio in Roma, 1510), delle favole medievali non si trova più traccia, mentre abbondano le citazioni di antichi scrittori. Finalmente le Collectanea di Fabricio Varano, la Descriptio Romae di Raffaello Volaterra, l'Antichità di Roma di Andrea Pallajo, più non ricordano i Mirabilia che per lo schema del Regionario conservato in parte.
Qui cade in acconcio far qualche parola di un curioso libro, salvo alcuni pochi frammenti, tuttora inedito e assai poco noto, la Polistoria, cioè, di Giovanni Cavallino de' Cerroni, la quale non è, come il titolo potrebbe far credere, un'opera storica propriamente, ma è piuttosto un trattato d'antichità romane, e, insieme, una descrizione di Roma[146]. Dell'autore non si sa altro se non quel pochissimo ch'egli stesso dice nel titolo dell'opera sua[147]: era scrittore della Sede Apostolica e canonico di Santa Maria Rotonda; fioriva probabilmente verso il mezzo del XIV secolo[148]. Tutto il libro, ch'egli dice di avere scritto a richiesta di molti amici curiosi e solleciti della gloria di Roma, lo dimostra uomo di molta e varia, benchè farraginosa erudizione: non vi si legge pagina senza trovarvi citato qualche scrittore pagano o cristiano: Cicerone, Catone, Tito Livio, Sallustio, Lucrezio, Virgilio, Giovenale, Vegezio, Plutarco, Giustino, Valerio Massimo, Orazio, Lattanzio, Boezio, San Gregorio, Isidoro di Siviglia, Hugutio e altri. A canto alle Sacre Scritture vi si cita spesso il Digesto. L'opera è divisa in dieci libri, che abbracciano tutti insieme non meno di centoventinove capitoli[149]. Vi si discorre promiscuamente di Roma pagana e di Roma cristiana. Nel l. I si ragiona di Roma invitta, eterna e beata, origine delle leggi e delle armi, principio di sovranità, maestra al mondo di nobilissimi esempii, clemente ed umana coi nemici, punitrice inesorabile dei malvagi. In essa è la Cattedra di San Pietro per cui si compiono gli alti destini meditati dalla Provvidenza, si conciliano insieme l'antico e il nuovo diritto. Al l. II porge argomento il discorso di Orazio Coclite al ponte, e una discussione circa le perfette qualità militari. Il l. III tratta della eccellenza della Città quanto ai cittadini e reggitori suoi, il che offre occasione all'autore di ricordare in due capitoli la legazione famosa di Pilato a Tiberio, e la distruzione di Gerusalemme per Vespasiano e Tito; poi alcune cose si soggiungono circa le dignità e virtù del sacerdozio. Nel l. IV si parla delle virtù della croce, della significazione delle insegne romane, dei pregi e della gran nobiltà di Fabrizio, degli Scipioni e di Giulio Cesare. Il V tratta dei giuochi e delle carceri quali usavano in Roma. Nel VI, ch'è fra tutti il più lungo, si ragiona del modo di costruire le città in genere, poi dei tredici fondatori di Roma, a principiare da Noè, poi delle diciannove porte. Il VII è tutto speso nella descrizione dei sette monti. L'VIII tratta delle tredici regioni in cui Roma era divisa. Nel IX si dice dei dodici popoli da cui primamente fu Roma abitata, e perchè sieno tredici regioni, e come sorse e fu denominata Città Leonina. Il X finalmente tratta della condizione del suolo ove Roma fu edificata, dei pregi d'Italia e dei cittadini Romani e Italici, della istituzione dell'impero, delle virtù che debbono essere nell'imperatore, delle relazioni vicendevoli della Chiesa e dell'impero. Alcuna volta non torna facile, così alla prima, scorgere il nesso de' varii argomenti trattati in uno stesso capitolo; pur tuttavia questo nesso non manca, secondo le opinioni e le credenze dei tempi. Così nel l. IV si discorre, come abbiamo veduto, delle virtù della croce e delle insegne romane, e a discorrerne congiuntamente l'autore è tratto senza sforzo dalla vittoria che Costantino, recando appunto per nuova insegna la croce, riportò sopra Massenzio.
Pei tre libri VI, VII e VIII, dove si ragiona della fondazione di Roma, delle porte, dei monti, delle regioni, il trattato di Giovanni Cavallino viene ad avere più stretta relazione colla Graphia e coi Mirabilia. Egli certamente conobbe e l'una e gli altri, ed anzi, quanto alla Graphia, espressamente lo dichiara, dicendo nel c. 20 del l. VI: «Graphia aureae urbis Romae stante in ecclesia sancte Marie nove de urbe quam vidi et iugiter legi». Dei Mirabilia non fa cenno, ed è omissione notabile; ma ben più strano deve parere certamente che delle leggende e delle descrizioni fantastiche contenute in quelle due cognitissime e divulgatissime scritture, egli, se si faccia eccezione di due o tre, non abbia voluto giovarsi. Non già che il suo libro vada esente da fantasticherie, chè pei tempi sarebbe stato un pretendere troppo; ma quelle che vi si trovano hanno tale un'aria, che a primo aspetto si riconoscono nate da erudita saccenteria, anzichè di schietto e popolaresco immaginare. Giovanni Cavallino patisce il male comune degli eruditi della età sua, la mania etimologica, l'ossessione dell'allegoria e del simbolo. Parlando delle porte e dei monti, egli ricorda i varii nomi di ciascuno, e cerca di darne ragione il meglio che può, e quando non l'ajutano la storia o il sapere, s'ajuta con la fantasia. Di queste curiose fanfaluche vedremo qualche esempio più sotto, ma darne un saggio anche qui non sarà fuor di luogo. La porta Septinea (Septimiana) prende il nome dalla plaga di settentrione, alla quale è rivolta, oppure lo deriva da sub e da Jano, trovandosi d'essere sotto il Gianicolo. Il monte Palanteo (Palatino) si denomina da Pallante, dea del sapere. Il colle Capitolino è così chiamato perchè capo di tutta la città, o piuttosto perchè vi si raccoglievano i senatori come i frati al capitolo. Il Celio ebbe nome dall'altezza, a celsitudine. Parlando delle regioni, dice quale fosse l'impresa del popolo di ciascuna, e s'industria di spiegare le figure e i colori che mostravano. Del resto, narrando, descrivendo, apostrofando, egli è sempre occupato dal pensiero di far concordare, in appoggio di quanto dice, gli scrittori e le prove.
L'opera di Giovanni Cavallino, scritta in sull'ultimo scorcio del medio evo, può considerarsi come il primo trattato di antichità romane che siaci rimasto. Essa è, senza dubbio, una congerie disordinata e deforme di fatti non ancora dominati dallo spirito critico, ma già vi si può scorgere dentro qualche bagliore del vicino Rinascimento, e ciò che ancora non viene a legare il pensiero, lega l'affetto di cui palpita ogni parola, l'affetto vivo e reverente per Roma invitta, eterna e beata. Quando vien meno l'ammirazione ingenua e fantasiosa dei Mirabilia, un'altra già ne comincia che prende e serba il suo luogo.
Dopo ciò entriamo nel vasto e popolato regno delle leggende.
CAPITOLO III. La fondazione di Roma.
Tra le storie dell'antichità, le quali il medio evo ricorda e ripete, una delle più celebri è la storia di Enea. Il giullare la sapeva a mente e la recitava all'occasione[150]. Enea era la Romanae stirpis origo, e l'Eneide il poema delle origini di Roma e del romano impero. Benedetto di Sainte-More e Heinrich von Weldeke rifacevano l'Eneide di Virgilio. Ma la leggenda, inclinata sempre ad allontanare nel passato i principii delle cose, non si ferma ad Enea, e s'ingegna di trovare prima di lui altri, più remoti fondatori.