Porcio Catone, Varrone, Fabio Pittore, Dionigi di Alicarnasso, Solino, altri parecchi, ci conservarono le numerose leggende che intorno alle origini della città, certo sino da tempi antichissimi, si vennero formando nella fantasia popolare[151]. Queste leggende, di cui non debbo qui discorrere di proposito, passarono nel medio evo, raccoglitore curioso e sollecito delle più disparate finzioni, e ben presto ebbero a trovarsi in nuova compagnia. Sono senza numero le cronache e gli altri libri d'ogni maniera in cui si ricordano i primi che vennero in Italia a fondare città e regni sul luogo stesso dove sorse poi Roma: Saturno, Giano, Italo, Roma, Ercole, Tiberi, ecc.

Già qualcuno degli antichi, non potendo raccapezzarsi fra le innumerevoli e contradditorie tradizioni, confessò delle origini di Roma nulla potersi sapere con sicurezza. Isidoro di Siviglia (c. 570-636) così ragiona in un luogo delle Etimologie[152]: «De auctoribus conditarum urbium plerumque dissensio invenitur: adeo ut ne urbis quidem Romae origo possit diligenter cognosci. Nam Sallustius dicit: Urbem Romam, sicuti ego accepi, condidere atque habuere initio Troiani, et cum iis aborigenes. Alii dicunt ab Evandro, secundum quod Virgilius: Tunc rex Evandrus romanae conditor arcis. Alii a Romulo, ut, En huius, nate, auspiciis illa inclyta Roma. Si igitur tantae civitatis certa ratio non apparet, non mirum si in aliarum opinione dubitatur». Circa l'800, Giorgio Sincello, riferite alcune delle tradizioni più divulgate circa l'origine di Roma, dice non trovarsi due soli scrittori che vadano fra loro d'accordo[153]. Ma la leggenda ha per officio appunto di sapere ciò che la storia certa non sa.

La leggenda è singolarmente logica ne' suoi procedimenti. Stabilito che le sorti di Roma erano intimamente collegate con le sorti del cristianesimo, e riconosciuto che la fondazione della città era stata, sin dai primordii della storia dell'uman genere, contemplata dalla Provvidenza, ragion voleva che la leggenda si prolungasse innanzi e indietro, nel futuro e nel passato, sino a quegli estremi termini a cui la storia stessa, così com'era figurata e limitata nel dogma, le poteva concedere di pervenire. Per una parte dunque la leggenda si stende sin quasi alla catastrofe del gran dramma dell'umanità, il Giudizio Universale: l'Anticristo porrà fine al sacro romano impero. Per un'altra essa rimonta indietro sino a Noè.

Perchè sino a Noè e non sino ad Adamo? La ragione è per se stessa evidente. Il diluvio spazza dalla faccia della terra le città ed i regni; dopo il diluvio la storia del genere umano comincia da capo, e, per certi rispetti, si può considerare Noè quale il primo uomo. Ragionevolmente le origini di una città non si potevano far rimontare al di là del diluvio. Inoltre, con porre primo fondatore Noè, il patriarca senza colpa scampato all'universale sterminio, si procacciava alla città un titolo particolarissimo di santità e di gloria. Da Noè verrà il nuovo genere umano che sarà redento da Cristo, da Noè dev'esser dato principio a quella Roma che ha da preparare il mondo alla venuta del Redentore. Si aggiunga che da Noè discendendo tutti i popoli, il luogo dove quegli aveva fermato la sua sede, acquistava su tutto il mondo un legittimo impero. Un padre della Chiesa, ragionando sui fatti compiuti, non avrebbe potuto trovare fra essi relazioni più significative di quelle che, inconsciamente, trovava la fantasia popolare.

Come, dove, quando sia nata così fatta leggenda non è nessuno che possa dirlo. Nata che fu, si divulgò rapidamente, e s'introdusse in libri d'indole diversissima.

Il più antico è la Graphia aureae urbis Romae. Quivi si narra come il patriarca Noè, dopochè la sua pervertita discendenza ebbe edificata la torre di Babele, entrò co' figliuoli in una nave e approdò in Italia. Non lunge dal luogo dove poi sorse Roma, costrusse una città cui diede il suo nome, ed ivi terminò le fatiche e la vita. Giano, suo figliuolo, insieme con un altro Giano, figliuolo di Jafet, e con l'indigena Camese, costrusse poi sul Palatino una città denominata Gianicolo: «in monte Palatino civitatem Janiculum construens regnum accepit». Circa quel medesimo tempo venne in Italia anche Nembrot, che è tutt'uno con Saturno: «Nemroth, qui et Saturnus, a Jove filio eunuchizatus ad jam dictum Jani regnum devenit». Si noti come la leggenda cristiana cerca di appoggiarsi sulle tradizioni pagane. Saturno riappare in Nembrot, Giano è figlio di Noè: or ora vedremo lo stesso Noè tramutarsi in Giano. Saturno fondò sul Campidoglio una città chiamata Saturna; poi venne Italo coi Siracusani, venne Ercole cogli Argivi, venne Tibri re degli Aborigeni, vennero Evandro, e il re dei Coribanti, e Glauco e Roma e Aventino Silvio, i quali tutti fondarono sulla terra di Roma varie città. Ma il luogo più illustre fu, sin dalle origini, il Palatino, «in quo omnes postea imperatores et cesares feliciter habitaverunt».

Questa storia riferisce per filo e per segno nel suo Libellus de quatuor majoribus regnis et Romanae urbis exordio, Martino Polono[154], morto nel 1279; nè si può dire con sicurezza s'egli la tragga dalla Graphia o d'altronde, comechè usi nel narrarla quasi le stesse parole di quella. Galvagno Fiamma (c. 1344), quanto circospetto e preciso nel narrare le cose de' tempi suoi, altrettanto facile ad accogliere ogni più solenne stravaganza quando parla de' tempi antichi, ripete nel suo Manipulus Florum il racconto della Graphia, che chiama liber valde authenticus[155], confortandolo di sue molte ragioni, e lo stesso fa Giovanni da Cermenate[156], vissuto nella prima metà del XIV secolo. Ma i ripetitori, di solito, attingono piuttosto che dalla Graphia, dal Libellus di Martino Polono. Così Ranulfo Higden nel Polychronicon[157], l'autore dell'Eulogium[158], l'autore di una cronaca francese intitolata Compendium Romanorum[159], ecc. Di altri non si può dire se attingano dalla Graphia oppure dal Libellus, benchè sia piuttosto da credere che da questo. Così il Ramponi nella citata Historia di cose memorabili della città di Bologna[160], lo Pseudo Leonardo Aretino, in quella grossolana contraffazione della Fiorita d'Italia di Fra Guido, che s'intitola L'Aquila volante[161], l'autore di un sunto di storia romana a cui va aggiunta una descrizione di Roma, contenuto nel cod. Marciano lat., cl. X, CCXXXI. Teodorico Engelhusio sembra attingere da una fonte diversa dalle comuni quando dice nel Chronicon: «Hoc tempore Noë, cum filii contra Dei et suam voluntatem turrim construere coepissent, ipse cum filio suo Jonico ratem adscendens, pervenit ad locum Europae ubi nunc est Roma, et ibi constructo palatio, juxta Albulam resedit, ubi nunc est Ecclesia S. Johannis ad Janiculum, a nomine filii sui Jano; non longe tandem ab urbe sepultus, ut ait Estadius, anno vitae suae DCCCCL». Questo Jonico (Jonito, Janito) di cui parla a più riprese Gotofredo da Viterbo, e che già trovasi ricordato nella Historia Scholastica e nelle Revelationes di Metodio, altri probabilmente non è che lo stesso Jano o Giano.

Raccontando la venuta di Noè in Italia la Graphia e Martino Polono citano un Hescodius (altrove Escodius, Estodius, Eustodius) nome non altrimenti conosciuto nella storia letteraria. L'Ozanam gli vorrebbe sostituito Esiodo che pure si trova citato[162], ma che sarebbe senza dubbio anch'esso nome suppositizio. Nella edizione della Cronaca di Martino Polono pubblicata in Basilea il 1559, a Hescodius fu sostituito Methodius; ma negli scritti che vanno sotto il nome di Metodio nulla si trova che giustifichi tale sostituzione.

Fazio degli Uberti, introducendo nel c. 12 del l. I del Dittamondo, Roma a narrare la propria storia, fa ch'ella dica fra l'altro:

Nel tempo che nel mondo la mia spera