Gli antichi Romani ebbero durante tutto il medio evo fama di costruttori impareggiabili; dovunque una rovina, testimonio di più prospera civiltà, sfida l'urto dei secoli e le ingiurie degli uomini, la fantasia popolare l'attribuisce, a ragione o a torto, ai Romani. Le rovine indestruttibili, ond'era piena l'eterna città, empievano di stupore gli animi dei riguardanti, e certo non v'era altro spettacolo che potesse inspirare della potenza romana un più alto e più immaginoso concetto. Il popolo che aveva innalzato la Mole Adriana, le Terme di Caracalla, il Colosseo, doveva parere ben degno di signoreggiare il mondo.

Le rovine di Roma sono universalmente note nel medio evo, sebbene spesso ne sieno falsati i nomi e se ne disconosca l'uso. A cominciare dal IX secolo, molte delle più cospicue vanno sotto la generica denominazione di palatia e di templa, come sotto il nome di palazzi e di basiliche vanno quelle di Atene. La celebrità loro è assai grande e diffusa. Esse dominavano superbamente le rozze ed umili costruzioni della nuova città, e, di lontano, si scoprivano al pellegrino che, ansioso, le cercava con gli occhi. Angilberto, parlando dei messi spediti da Carlo Magno ad accertarsi di quanto fosse occorso al Papa Leone, dice:

Culmina iam cernunt Urbis procui ardua Romae,

Optatique vident legati a monte theatrum[205].

Il monte a cui qui allude Angilberto non può essere altro che Montemario, da cui si scopre un'assai larga e bella veduta della città. Alla magnificenza di tale veduta accenna Dante quando fa dire a Cacciaguida:

Non era ancora vinto Montemalo

Dal vostro Uccellatojo[206].

Come i personaggi più illustri della storia romana divengono paragone d'ogni pregio e d'ogni virtù, così i monumenti di Roma, restituiti fantasticamente nella primitiva lor condizione, divengono paragone d'ogni magnificenza. Quando Paolo Diacono vuol celebrare gli edifizii di cui il Longobardo Arichi, duca di Benevento, ornava la sua città, la lode prende naturalmente la forma del confronto, e il poeta esclama:

Aemula Romuleis consurgunt moenia templis[207].

Sigiberto Gemblacense (n. c. 1030, m. 1112) dice degli splendori della città di Metz nella Vita di San Deoderico[208]: