Tiéneme logar breve que en el mundo non era cabido[589].
Il sepolcro di Giulio Cesare, creduto anche da taluno opera di Virgilio[590], ebbe diffusa e durevole celebrità. Nel Dittamondo Roma lo fa vedere tra l'altre meraviglie al poeta:
Vedi là il pome ove il cener fu miso[591]
Di colui che già fe' tremar il mondo
Più ch'altro mai, secondo il mio avviso.
Nel secolo XVI la tradizione doveva essere ancor viva, giacchè nel Capitolo a M. Daniello Buonriccio Lodovico Dolce ricorda:
. . . la Guglia, ov'è il pomo, ch'accoglieo
Il cener di chi senza Durlindana
Orbem terrarum si sottometteo.
Il valore e la sicuranza di Cesare sono dagli scrittori del medio evo ricordati e celebrati assai spesso. Ma Giovanni Fordun narra[592], citando un Riccardo (Cluniacense?)[593], cosa che non parrebbe troppo onorifica all'eroe, nè consona col disprezzo ch'egli soleva mostrare dei pericoli. Dice questo cronista che Cesare si portava dietro nelle sue spedizioni una piccola casa, fatta di grandi pietre lisce, le quali facilmente si potevano scommettere e ricommettere. In essa usava Cesare di ripararsi, per istarvi più sicuro che non sotto la tenda: «ut in ea singulis diebus qualibet statione reedificata, securius quiesceret quam tentorio».