Capitolo II.

Pag. 70-1. — Tra i libri che si possono far rientrare nella categoria dei Mirabilia, e più particolarmente dei Mirabilia della seconda maniera, merita una menzione speciale quello tedesco di Nicola Muffel, cittadino cospicuo e magistrato norimbergese, il quale fu a Roma nel 1452, per la incoronazione di Federico V, e pubblicò, di ritorno in patria, una descrizione della città da lui visitata (Nikolaus Muffels Beschreibung der Stadt Rom herausgegeben von Wilhelm Vogt, Biblioth. d. litter. Ver., Stoccarda, 1879). L'opuscolo può fare, per la mole, tre volte quello dei Mirabilia; ma l'autore non attinse nè da questa, nè da altra scrittura, sibbene da ottime persone, come dice egli stesso, e la intenzione sua nello scriverlo fu principalmente di far cosa grata ai devoti. La materia è distribuita in tre parti. Nella prima si enumerano le sette chiese ed altre delle principali, e si dà la indicazione delle indulgenze che vi si fruiscono. Le chiese di Roma sommavano anticamente a millecinquecentocinque, come ci fanno sapere i papi San Silvestro e San Gregorio; ma furono poi la più parte distrutte. Il Battisterio di San Giovanni in Laterano era in origine, secondo alcuni, il bagno di Costantino. Accennasi la donazione fatta da costui alla Chiesa. La descrizione delle basiliche è piuttosto diffusa, e spesso minuto il ragguaglio delle reliquie che vi si custodiscono. Per entro alla descrizione parecchie leggende sacre. Nella seconda parte si dice delle stazioni, argomento che molto stava a cuore ai pellegrini. Nella terza si parla di altre chiese meno importanti e di monumenti profani, parecchi dei quali sono designati con nomi insoliti, o forse travisati, per modo che non sempre s'intende quali sieno veramente. Le terme sono sempre chiamate cantine, e di quelle di Diocleziano sono nominati autori Termanus e Dyoclecianus. La importanza principale l'opuscolo la deriva dalle leggende profane di cui fa memoria, e che si vede essere state conservate nella tradizione orale anche quando erano già quasi sparite dagli scritti, e cadute nel dispregio dei dotti. Per giunta alcune di esse vi appajono sott'altra forma di quella che hanno nei Mirabilia. Del cavallo più comunemente detto di Costantino narra che fu fatto in onore di un contadino per nome Settimio Severo, vincitore del re che tra' piedi dello stesso cavallo vedevasi effigiato (p. 14). Anche nel racconto inserito nella Storia di Fioravante si parla di un contadino (V. cap. XIII, p. 115-6). La famosa pigna di bronzo dorato fu portata dagli spiriti maligni da Troja a Costantinopoli, e da Costantinopoli a Roma, dove servì a chiudere il foro dello cupola del Pantheon, finchè un santo pontefice non ordinò agli spiriti di trasportarla in Vaticano (p. 19). Nella chiesa di San Pietro è l'altare su cui celebrando la messa il papa Gregorio liberò l'anima di Trajano dall'inferno (p. 25). Nella sfera d'oro che è in cima all'obelisco vaticano sono rinchiuse le ceneri degl'imperatori Augusto e Tiberio (p. 26-7). Romolo e Remo sono sepolti nella piramide che è accosto alla porta di San Paolo (piramide di Cestio; v. cap. III, p. 107-8). Essi fecero costruire il loro sepolcro a quel modo affinchè non potessero andarvi sopra i cani; ma alcuni credono che quivi riposi Cajo Cesare, come da una iscrizione è indicato (p. 28-9, 49). Tra la chiesa di San Pietro e il Ponte Sant'Angelo sorge il doner purck (castello del tuono, mole adriana). Lo fece costruire un imperatore a cui era stato predetto che morrebbe di fulmine. Egli usava ripararvi; ma un giorno essendovisi recato mentre il cielo era sereno, fu colpito dal fulmine improvvisamente ed ucciso (p. 29, 49). Anticamente, nel tempio che ora si chiama Maria Rotonda, erano gl'idoli di tutti i paesi, disposti intorno a Pantheon, idolo del mare, e a Diana, idolo della caccia. Quando una provincia si ribellava, l'idolo suo voltava a questa le spalle. Il tempio fu consacrato in onor della Vergine da San Gregorio (p. 46-7). Visione di Augusto e leggenda di Ara Coeli. Nella sfera d'oro che è in cima alla guglie, dinnanzi alla chiesa di Ara Coeli (?), è sepolto Augusto (p. 51-2). Leggenda del sepolcro di Nerone e della chiesa di Santa Maria del Popolo (p. 53). Anche di un altro supposto sepolcro di Nerone è fatto ricordo (p. 62). Presso all'arco di Tito, o nell'arco stesso, è murata la pietra su cui stette la druda dell'imperatore, quando i Romani dovettero procacciare sulla persona di lei il fuoco di cui abbisognavano (p. 57). È questa la nota favola di Virgilio e della figliuola dell'imperatore, la quale qui si trasforma di figliuola in druda. L'editore, non avendo, come pare, cognizione della favola, cade qui in uno strano errore, giacchè interpreta il pull del testo per ampul, ampulla, mentre evidentemente non è se non una forma antica del moderno Buhle. L'autore chiama spiegelpurck, o castello dello specchio, il Colosseo, dove dice che si facevano i giuochi, e dove era uno specchio in cui vedevasi tutto quanto si faceva nel mondo (p. 57). Qui pare siensi confusi insieme il Colosseo e la così detta Tor de' Specchi, la quale è la Tour del Miraour di certi racconti francesi. L'autore nomina anche il Wunderpurck (ibid.) senza che si possa intendere se con quel nome egli voglia, come nelle versioni tedesche dei Mirabilia, indicare il Colosseo, oppure alcun altro monumento cospicuo.

Capitolo III.

Pag. 86-9. — Un opuscolo del dott. Carlo Giambelli (Sulle falsificazioni Anniane, breve saggio critico, Torino e Pinerolo, 1882) mi fece accorto di cosa che m'era sfuggita, e cioè che il Giambullari attinge quanto viene narrando di Noè dal trattatello dello Pseudo Beroso, De his quae praecesserunt inundationem terrarum, inserito da Annio da Viterbo nelle sue Antiquitates variae. Intorno ad Annio da Viterbo e alle sue presunte scoperte di antiche scritture s'è molto discusso, e chi pensò che facitore di questo fosse egli stesso, e chi lo accusò solo di avere scambiate per autentiche scritture manifestamente apocrife. Checchè sia di ciò, certo è che la favola della venuta di Noè in Italia non fu inventata da lui, giacchè essa si trova un gran pezzo innanzi nella Graphia. Se poi l'Hescodius citato da questo sia tutt'uno con quel falso Beroso non si può nè affermare nè negare.

Pag. 93-100. — Nell'anonimo frammento del poema francese di Brut pubblicato da C. Hofmann e C. Vollmöller, la storia di Romolo e Remo è narrata in modo assai romanzesco (Der Münchener Brut, Halle a. S., 1877, v. 3817 e segg.). Proca ebbe due figliuoli, Amulio e Numitore. Venuto a morte, egli vuole che l'uno dei figliuoli abbia il regno, l'altro le ricchezze. Amulio rimette in Numitore la scelta, e questi avendo anteposte le ricchezze al regno, quegli si riman re. Ma il buon accordo non dura a lungo. Sospettando voglia spogliarlo della signoria, Amulio sbandisce il fratello, e i due figliuoli di lui Sergesto e Silvia tiene presso di sè con animo di disfarsene, giacchè un indovino gli aveva annunziato che da discendenti di Numitore gli sarebbero tolti il regno e la vita. In fatti, dopo non molto, Amulio uccide Sergesto a tradimento in un bosco, e Silvia costringe a farsi sacerdotessa di Vesta. Un giorno, essendo andata ad attingere acqua pei bisogni del tempio. Silvia si addormenta presso alla fonte, e nel sonno ha una meravigliosa visione, oscuro presagio della futura grandezza di chi deve nascere da lei. Giunge in quella un cavaliere, il più valoroso nell'armi che vivesse a quel tempo, chiamato Marte, figliuolo di Giove. Costui, colta la donzella nel sonno, la stupra e la rende incinta. In capo di nove mesi nascono Romolo e Remo; ma Amulio ordina che sieno gettati nel Tevere e la madre fa sotterrare viva. Acca Larenzia, pe' suoi costumi detta lupa, nutrisce ed alleva i gemelli, i quali, fatti grandi, e venuti in nominanza, uccidono Amulio e fondano la città di Roma, popolata principalmente di ladroni. A tal punto s'interrompe il racconto e il poema. La storia di Romolo e Remo si narra anche nell'olandese Leken Spiegel (l. I, c. 42-3; Werken uitgegeven door de Vereeniging ter bevordering der oude nederlandsche Letterkunde, Leida, 1844-8). I due gemelli sono salvati dalla lupa, poi allevati da Acca Larenzia. Romolo fondò Roma dopo la morte di Remo (non si dice come questi morisse), in un luogo ove sorgevano già undici città. Roma ebbe molte porte e il suo muro girava quarantadue miglia. Fu popolata di tutta la nobiltà d'Italia. Sia qui notato che la leggenda di Romolo e Remo ne suscitò qualcuna simile a sè nel medio evo. L'eroe di un poema romanzesco francese, Guglielmo di Palermo, fu, da bambino, rubato da un lupo manaro (loup-garou) e portato in una foresta vicino a Roma, dove gli preparò un lettuccio nella sua tana, e per più giorni lo nutrì, finchè un pastore, avendolo trovato, lo portò a sua moglie, che lo allevò. Non manca uno zio, il quale, prima del caso desiderava la morte del bambino (Guillaume de Palerne, pubblicato dal Michelant per la Société des anciens textes français, Parigi, 1876, v. 51-260, 342-61).

Pag. 104. — A proposito del parricidio, che macchia le origini di Roma, e di altre uccisioni che poscia infamarono la città, si legge nella Bible de Guiot de Provins (v. 743-56, ap. Barbazan e Méon, Fabliaux etc.):

Des Romains n'est-il pas merveille

S'il sont fox et malicieux,

La terre le doit et li lieux:

Cil qui primes i assemblerent