Capitolo IV.

Pag. 111-3. — Sulle meraviglie del mondo nel medio evo scrisse testè H. Omont, nella Bibliothèque de l'École des Chartes, v. XLIII, 1882, p. 40-59. L'autore ripubblica corretto il trattatello attribuito a Beda, ed altri sei, quattro latini o due greci, tutti riguardanti le sette meraviglie.

Pag, 133. — Il Pantheon fu anche da taluno creduto un bagno. V. Vincenzo Bonghini, Dell'origine di Firenze, in Discorsi varii, ed. dei classici italiani, v. I, p. 453-4, n.

Pag. 136. — Tra gli edifizii maggiori di Roma io dimenticai di ricordare il Settesoglio, del quale, come degli altri, si narrarono meraviglie. Questo monumento ero il Settizonio, già ricordato da Sparziano nella Vita di Settimio Severo; ma il nome di Septizonium già nell'antichità si corruppe in Septizodium, Septidonium. Più tardi si ebbe Septemsolium, Septem Solia, Septisolium. Septa Solis, Sedes Solis, Septem Viae. Quest'ultima forma si trova già nell'Anonimo Einsiedlense. Nel secolo XVI si trovano anche i nomi di Schola Septem Sapientium, di Scuola di Virgilio e di Sette Isole (V. Jordan, Topographie der Stadt Rom im Alterthum, v. II, p. 511-2). I nomi di Schola Septem Sapientium e di Scuola di Virgilio si debbono, parmi, alla tentata connessione della storia del Dolopathos con uno dei più cospicui monumenti della città. Nella Descriptio plenaria si dice: «Septizonium fuit templum Solis et Lunae, ante quod fuit templum Fortunae». Nella Graphia: «Arcus stillans post Septa Solis»; ma più oltre; «Septisolium fuit templum Solis et Lunae». In alcune recensioni più moderne dei Mirabilia si legge: «Septisolium quod VII ordinibus columnarum subnixum fuit templum Solis et Lunae, mirae pulcritudinis et altitudinis. Habebat ordines columpnarum unum super alium, unde Ovidius: regia solis erat sublimibus alta columnis» (V. Ulrichs, Codex topographicus, p. 136). L'Anonimo Magliabechiano dice: «Ad septem solia fuit templum omnium septem scientiarum, et posito quod aliqui velint dicere templum Solis fuisse, vel domum Severi Afri: sed derivatio sua est septem artium scilicet septem omnium scientiarum: et sic creditur et dicitur et affirmatur per diaconum Aquilegiensem». Il Petrarca scriveva in una epistola a Giovanni Colonna: «Severi Aphri Septizonium, quam tu sedem Solis vocas, sed meum nomen in historiis scriptum lego». Si distinse anche un Septemsolium major da un Septemsolium minor. Ma la finzione più curiosa circa le origini e le meraviglie del Settesoglio trovansi nel Libro Imperiale, dove, narrata la venuta di Selvaggio e di Lucida in Roma, si passa a dire come Lucida comperò i terreni e le case che erano tra il Palazzo maggiore e il Colosseo, e quelle disfatte, fece costruire uno hedifizio di maraviglioso lavoro..... lo quale divenne bellissimo et alto, et fu chiamato Septemsolia et dipoi el tempio del Sole et della Luna. Il libro descrive prima, come abbiam veduto a suo luogo, il Palazzo maggiore e il Colosseo, poi passa a descrivere nel seguente modo il Settesoglio (lib. IV, Cod. della Nazionale di Firenze, II, IV, 281, f. 52 v.). «Come fu fatto Septemsolia. Lo palazzo di Lucida et di Selvaggio fu hedifichato fra questi confini, et era in questa forma. La faccia dinanzi fu quaranta braccia largha, nel mezzo della quale era una porta di metallo di maravigliosa grandezza. Le mura erano due, l'uno inanzi all'altro et l'uno di lungi dall'altro diece braccia. Lo muro di fuori fu alto venti braccia, et lo secondo fu alto cento. Sopra lo muro di fuora fu fatto uno ordine di alte et belle colonne, sopra delle quali erano fermate volte et habitazioni trasportate in fuori, le quali volte si fermavano al maggiore muro drento, et così andavano queste colonne di grado in grado fino in sette ordini, et però si chiamò Septemsolia, cioè sette habitazioni. Drento del secondo muro erano belle et magnifiche habitazioni, gli usci delle quali rispondeano fralle dette colonne». L'edifizio fu condotto a termine in un anno, tanto sollecitamente vi fece Lucida lavorare d'attorno. Più oltre si narra della venuta in Roma di certo Tabilio, messo di Archelao, padre di Lucida. Prima di tornarsene in Tarsia, ond'è venuto, Tabilio visita i monumenti di Roma, «il quale, vedendo sì bello et sì ornato palazzo, molto si maravigliava come in sì poco tempo Lucida aveva fatto tanto lavorare. Poi andò righuardando il Coliseo e Palazzo maggiore, e il Tempio della Pace, et raghuardati tutti li hedifizi di Roma dicie: Per certo tutto l'altro mondo non è niente a rispetto di Roma». In un altro capitolo, dopo narrato come Archelao e Numedia, genitori di Lucida, venissero ancora essi in Roma per assistere alle rinnovate nozze di costei con Selvaggio (Maximo), scopertosi figliuolo dell'imperatore Ellio, si dice in qual modo Septemsolia diventasse il tempio del Sole e della Luna (f. 63 r.). «Come fu edificato il tempio del Sole et della Luna. Passato l'anno, Archelao et Numedia si voglono partire; ma prima che partano fanno alli dii solenne sacrificio, poi domandano allo imperadore di grazia che a memoria di tale ystoria si debbi fare uno venerabile tempio, di che Ellio fu contento assai, et di ciò si rimette in Maximo et Lucida, li quali ferono fare tempio di quella loro habitazione di Septemsolia. Fornito lo tempio, si levò quello filosofo d'Asia, il quale, quando vidde insieme Maximo ed Lucida in Tarsia, disse che aveva veduto il sole et la luna, et però disse: Signori, in rimembranza di sì belli donzelli abbi nome questo tempio Tempio del Sole et della Luna, et così fu fatto, imperò che fino durò l'idolatria sempre si adorò il Sole et la Luna».

Pag. 147. — Anche l'Arciprete di Hita dice che Virgilio lastricò il Tevere di rame. St. 256:

Todo el suelo del rio do la cibdad de Roma

Tiberio agua cabdal que muchas aguas toma,

Fisole suelo de cobro, reluse mas que goma.

Pag. 148. — Abulfeda dice che la chiesa di San Pietro è lunga seicento cubiti e larga altrettanto, e si diffonde a parlare della magnificenza di essa. Géographie, traduzione di M. Reinaud, Parigi, 1848, t. II, parte 1ª, p. 280-1. Egli cita Edrisi, ma nel trattato di costui non si trova riscontro alle sue parole.

Pag. 149. — La favola degli stornelli apportatori di ulivi non fu solamente connessa con Roma. Racconta il Mandeville nella Relazione de' suoi viaggi che l'olio ond'erano alimentate le lampade nella chiesa di Santa Caterina in Alessandria, si faceva con olive recate una volta l'anno dai corvi, dalle cornacchie, dagli stornelli e da altri uccelli.