Secondo altre tradizioni Costantino fu mosso a costruire, o per dir meglio, a ricostruire Bizanzio, da certa visione ch'egli ebbe, e che si trova narrata da parecchi. Ecco, in succinto, la narrazione che ne fa Sant'Aldelmo[190]. Una notte, Costantino, che già si trovava nell'antica Bizanzio, vide in sogno una vecchia decrepita, e che all'aspetto pareva quasi morta. Così comandandogli San Silvestro, Costantino la pregò di sorgere, e quella, alle sue parole, si mutò in una bellissima e fiorente fanciulla. Costantino compiacendosi in lei, la vestì della propria clamide, e le pose in capo la corona imperiale sfolgorante di gemme; e udì la madre Elena dirgli: Costei sarà tua, e non morrà sino che duri il mondo. Costantino, destatosi, non intendendo il sogno, comincia per la preoccupazione dell'animo, e per la troppa frugalità a macerarsi, finchè, trascorsa una settimana, preso da nuovo sopore, vede in sogno San Silvestro che così gli parla: «La vecchia decrepita è questa stessa città di Bizanzio, la quale è tutta ormai una ruina. Sali in su quel tuo cavallo su cui, battezzato, visitasti in Roma i santuarii degli Apostoli e dei martiri, prendi nella destra il tuo labaro, e fitta la punta di esso in terra, allenta il freno al cavallo, e lascia che vada dove l'angelo di Dio sarà per condurlo. Tu, lungo la traccia che lascerà in terra la cuspide del vessillo, farai costruire le nuove mura, e rinnovellerai la città, e la chiamerai col tuo nome, e di tutte l'altre città la farai regina». Costantino, svegliatosi, offre doni a Dio, si comunica, esegue punto per punto il comandamento di San Silvestro, e costruisce la città, che dal suo nome fu detta Costantinopoli. Lo stesso, salvo qualche leggiera diversità, narra Guglielmo di Malmesbury, citando Aldelmo[191]. Un'altra leggenda, più semplice, narrava che Costantino, mentre camminando, tracciava la pianta della nuova città, era preceduto da un angelo[192]. Più di un prodigio fece intendere che la nuova città era serbata ad alti destini: alcuni narravano che al porre della fondamenta era apparsa la Fenice. Nessuna città si costruì poi nel mondo che l'eguagliasse in magnificenza: Nicolò Casola così racconta di Costantino e di Costantinopoli nella sua Storia di Attila[193]: «Il se fist batisier e fu granz ensuit e nos vos avons conte et puis s'en ala en Grece. E portoit davant luy la saint croiz et toz cels qe a la sainte cristientez voloient venir et vindrent furent sauvee de cois (sic) e de voir e li autre furent danez e destruit. Il menoit avec lui si grant chevalerie e si gran people qe la ou il venoit nuls ne li ousoit contradire. Il fu sire e empereour en Grece. Il s'en aloit en (en) Bisançe, et illec s'arestoit, illec il fist une citez la plus belle et la greignor e la plus riche que de lors en avant fust faite ou secle. Il la apeloit de son nom Constantinople. Qe vos diroge? illec fist il son empire, e le tint de par l'apostoille de Rome e fu li pais apelle Romanie por ce qe li Romains i remestrent». Attingendo a non so quali fonti Bertran de Paris de Rouergue dice che Costantino consumò nella edificazione di Costantinopoli centovent'anni;
Cen vint an obret c'anc als no fet[194].
La leggenda narra inoltre qual modo tenesse Costantino per far rimanere a Costantinopoli i patrizii romani, vogliosi di tornarsene a Roma. Prima di condurli a combattere contro i Persiani, dice Michele Glica[195], egli si fece consegnare da loro le anella, e queste mandò a Roma, fingendo che i mariti ingiungessero alle proprie mogli di venirli a raggiungere. Vedute le anella dei mariti le donne obbedirono, e vennero a Costantinopoli, dove Costantino fece costruire palazzi in tutto simili a quelli di Roma, così che quegli furono contenti di rimanere. Codino narra questa medesima favola, e dice che grande fu la meraviglia dei maestri delle milizie e dei patrizii quando, tornati a Costantinopoli, vi trovarono le famiglie e le case loro[196]. Altre leggende narrano di un'altra astuzia volta al medesimo fine. Costantino aveva promesso ai patrizii di ricondurli a Roma. Instando essi perchè la promessa fosse loro osservata, egli fece venire da Roma grande quantità di terra, e sparsala per le piazze di Bizanzio (secondo altri sul suolo di un'isola), e convocati poscia i patrizii, si dichiarò sciolto dall'obbligo suo giacchè essi trovavansi sulla terra di Roma.
Nella Kaiserchronik questo fatto è legato con l'altro delle anella[197]: in un testo italiano esso è narrato come segue[198]: «....... e per ch'elli (Costantino) avea giurato ai suoi baroni e promesso di ritornare in terra di Roma, consappiendo che altrimenti nol voleno seguitare, fece torre le navi e caricare della terra di Roma, e fecela ispargere per le piazze, e propriamente per una, ed ivi fece suo parlamento, e disse come elli era sciolto del sacramento il quale egli avea lor fatto conciossia cosa ch'elli era in terra di Roma, e sapiate c'allora si votò Roma di molta buona gente[199]».
Nel citato sermone indebitamente attribuito a Beda[200] si narra, come già notammo, che quando Costantino ebbe costruita Bizanzio, i Saraceni mossero contro di lui per combatterlo, e che egli, rassicurato dall'apparizione della croce, venne con esso loro a battaglia, e ne uccise moltissimi. Giovanni Lydgate ricorda nella sua versione metrica del trattato del Boccaccio De casibus virorum et feminarum illustrium una statua equestre tutta di bronzo, che sorgeva in Costantinopoli, e rappresentava Costantino con una spada meravigliosa in mano in atto di minacciare i Turchi[201].
Se le leggende di Costantino esaminate sin qui hanno tutte, qual più qual meno, un appiglio nella storia, altre ve ne sono in tutto e per tutto immaginarie, le quali non hanno con lui nessuna necessaria attinenza, e non s'intende come e perchè siensi legate al suo nome. Queste riflettono più particolarmente la sua vita privata di marito e di padre, ad eccezione di una, che riferirò per la prima, nella quale egli comparisce ancora come uomo pubblico, e più propriamente come legislatore. Nel Fiore di virtù la nota leggenda di Licurgo, che fece giurare agli Spartani di osservar le sue leggi fino a che egli fosse tornato, è attribuita a Costantino, e narrata ne' seguenti termini: «Della virtù della constantia si legge nelle storie romane ch'el re Constantino aveva ordinate certe lege al populo le quali gli pareva troppo duro observare, et lo re pensava pure di fare che il populo l'observassi perchè erano legge forte et giuste, et disse al populo: Io voglio che giuriate d'osservare questo legge infino alla mia tornata: in questo mezo io voglio andare et parlare a nostri iddei, et pregargli che vi concedino licentia di mutarle secondo el vostro volere. Et udendo questo el populo si gli giurò d'observare. Et allora lo Re si partì et non tornò mai più acciocchè le leggi non si potessino ronpere, ma sempre si observassino. Et quando egli venne a morte comandò che il suo corpo fussi arso e facto in polvere et fussi gittato al vento accio che il populo non si credessi mai essere absoluto di quello sacramento che hauea facto se il corpo del re fussi stato riportato nella città. Et così fu facto come lui comandò».
Nel Roman du Comte de Poitiers[202] si racconta in assai strano modo come Costantino si ammogliò. Costantino è nipote di Nerone, trattenuto prigioniero dall'ammiraglio di Babilonia. Egli vuole andare a liberare lo zio; ma prima crede necessario di ammogliarsi, affinchè non manchi un erede all'impero. Spedisce trenta messaggieri i quali debbono percorrere tutte le terre soggette alla corona dusques en la mer Betée, e avvertire tutti i cavalieri, re, principi, conti e duchi, che vengano a Roma, senza fallo, entro la quindicina, recando ciascuno con sè la sorella o l'amica, purchè sia vergine. All'ordine di Costantino accorrono re e baroni con grandi cavalcate e sfoggiata magnificenza. Tanta gente capita a Roma,
Que les rues encortinées
Furent à grant anui passées.
La città è piena di festa e di sollazzo: