Scripta tripertita testificantur ita.
E Fazio degli Uberti[161]:
Nell'acqua de la fe bis fu costui
Lavato.
Finalmente è da ricordare un'altra, ma meno diffusa e meno importante leggenda, secondo la quale Costantino sarebbe stato battezzato dal papa Eusebio, leggenda evidentemente immaginata per far vacillare con la uguaglianza dei nomi la tradizione storica che Costantino diceva battezzato da Eusebio di Nicomedia. In appoggio di tale leggenda s'era foggiata ed attribuita a quel pontefice una decretale, che esisteva ancora nel XII secolo, ma che poi sembra sia andata perduta[162]. Questa leggenda, fra gli altri, accetta anche Pietro de Natalibus[163].
Alla conversione di Costantino, Giovanni Colonna fa immediatamente succedere la conversione dei Romani[164]. Ricevuto il battesimo, Costantino fece un discorso ai senatori e al popolo, udito il quale e popolo e senatori gridarono: Qui Christum negant male pereant, quia ipse est verus deus. Et iterum iube qui thurificant diis urbi pellantur. Ma Costantino rispose, la fede non potersi imporre con la forza, anzi dover essere spontanea. Qui abbiamo senza dubbio una reminiscenza di quelle concioni che, se si deve prestar fede ad Eusebio, più di una volta Costantino tenne al popolo. Ma nella leggenda comune si narra, come abbiam veduto, di una disputa fra i dottori ebrei e Silvestro, dopo la quale molti si convertirono al cristianesimo. Questa disputa è già riferita nei documenti più antichi della leggenda; la stessa conversione di Elena si fa dipendere da essa[165]. Noi abbiamo veduto altre leggende fare Elena cristiana sin dalla giovinezza; ma oltre che Eusebio dice esplicitamente Elena essere stata convertita dal figlio, la leggenda che veniva raccogliendo e inventando i titoli di benemerenza della Chiesa e le prove della gratitudine di Costantino, non poteva concedere che costui avesse ricevuto l'inestimabile benefizio della fede, anzichè dalla Chiesa, dalla propria sua madre. Del resto una disputa consimile si ha nella leggenda di Barlam e Josafat, dove Barlam dimostra a dottori caldei, greci, egizii ed ebrei la falsità delle loro religioni.
Il miracolo del drago si trova già nei racconti più antichi, e ha molti, ma molti riscontri nell'agiografia cristiana[166]. Nelle numerose narrazioni che se ne hanno si trova spesso qualche variazione rispetto al riferimento più antico. Amalrico Augerio dice, per esempio, negli Actus Pontificum, che il drago aveva ucciso seimila persone, e che San Silvestro lo legò cum catenis aereis et fortissimis ferris. La Kaiserchronik pone il drago in un monte Mendel (Mendelberg)[167]; Simeone Metafraste, Corrado di Würzburg[168], altri, nel Monte Tarpejo, e qualcuno vi fu che volle anche narrare come il drago fosse venuto a Roma[169]. I Mirabilia e la Graphia ricordano la leggenda di San Silvestro e del drago immediatamente dopo quella di Curzio, e ciò diede forse occasione a confondere l'una con l'altra, come fa Armannino Giudice nella Fiorita[170]. Infernus era il nome, così della voragine di Curzio, come della caverna in cui si credeva che San Silvestro avesse rinchiuso il drago. Senza dubbio in origine la leggenda altro non fu che un'allegoria, dove il drago stava a rappresentare il paganesimo, o fors'anche il demonio vinto e reso impotente dal santo pontefice. Come in molt'altre religioni e mitologie, così ancora nel cristianesimo il drago, o il serpente, rappresenta il principio del male e delle tenebre; nelle tradizioni religiose ed epiche di tutti i popoli lo spirito del male prende volentieri la forma di serpente o di drago, e come uccisori di serpenti e di draghi sono celebrati gli dei e gli eroi. Arimane assume forma di drago, e così ancora molto spesso il diavolo[171]. Apollo uccide il serpente Pitone, Odino uccide Fafnir; Giasone, Rustem, Siegfried, Sigurd, Siegmund, Beowulf, Tristano, Gilles de Chin, altri eroi senza numero uccidono draghi. Secondo una leggenda talmudica anche Salomone vinse un drago. La leggenda di San Giorgio prese origine, senz'alcun dubbio, da qualche pittura o altra rappresentazione allegorica. Eusebio racconta che Costantino si fece ritrarre col segno della passione sopra il capo e col diabolico drago precipitante nel mare[172]. Nella Vita di San Silvestro, scritta da Simeone Metafraste, il drago è rappresentato come una divinità in onor della quale i gentili celebravano esecrandi misteri[173]. La leggenda fu nel medio evo fra le più celebri: Tommaso di Stefano, detto il Giottino, ne fece soggetto di un affresco nella cappella di San Silvestro in Santa Croce. Tutta del resto, la leggenda di San Silvestro ebbe grandissima celebrità: verso il 1280 Corrado di Würzburg la tolse ad argomento di un poema di 5220 versi[174].
Narrata la conversione di Costantino al modo che abbiam veduto, e confermata con tanti miracoli la verità del cristianesimo, si doveva necessariamente credere che la falsa religione non fosse più tollerata nell'impero; e, in fatti, le storie, traviate dalla leggenda, raccontano che Costantino fece chiudere, o addirittura abbattere, i templi degl'idoli, e arricchì con le spoglie loro le chiese, molte delle quali egli stesso veniva con lodevole zelo innalzando. Ora, sebbene in ciò qualche cosa di vero vi sia, molto ancora si esagerò[175]. Si attribuì a Costantino la costruzione delle sette chiese più antiche di Roma[176], e, in generale, di ogni altra chiesa di cui si ignorassero le origini; si ricordavano i doni ch'esse avevano ricevuto da lui[177].
L'ultima parte della leggenda complessa che abbiamo esaminata sin qui narra della cessione che di Roma e dell'impero d'Occidente fece Costantino al Pontefice, e della traslazione della sede imperiale a Bizanzio. La favola celebre della donazione, la quale è assai più una falsificazione storica che non una leggenda, e di cui non mi spetta parlare di proposito, dev'essere stata immaginata in Roma, fra il 750 e il 754, quando i papi, avversarii acerrimi della dominazione longobardica, cominciarono a nutrire il pensiero di sostituire l'autorità propria a quella degl'imperatori d'Oriente, la quale oramai altro non era che un'ombra[178]. S'inventò allora il famoso Edictum Constantini, tante volte citato dai papi in sostegno delle lor pretensioni, tante volle impugnato dai loro avversarii. Costantino abbandonava Roma affinchè il papa potesse esercitarvi più liberamente l'alto suo ministero[179], e partendo, poneva in sua balìa tutto l'impero d'Occidente, e gliene trasmetteva l'insegne, e quella corona che, così si dirà più tardi, egli aveva dallo stesso pontefice ricevuta[180]. In Roma si mostrava il luogo dove l'imperatore e il papa s'erano baciati e separati[181]. Tutti conoscono i versi in cui Dante deplora la donazione ond'ebbe principio il pervertimento della Chiesa[182]; ma altri infiniti la deplorarono al par di lui: secondo una tradizione che credo tedesca, il giorno in cui Costantino cedette Roma al Pontefice si udì in cielo una voce a gridare: Oggi nella Chiesa è stato infuso il veleno[183].
Lasciata Roma, Costantino va a fondare Costantinopoli. Intorno a questa fondazione parecchie leggende si raccolsero, le quali non tutte s'accordano con la favola papale nel darne le ragioni. Nella Kaiserchronik si dice che Roma essendo afflitta dalla fame Costantino prese la risoluzione di partirsi con molti dei suoi e lasciare la città al papa[184]. Nel Chronicon Salernitanum si racconta[185] che Costantino, lasciando per divina ispirazione la città di Roma alla Chiesa, si mise in mare insieme con la moglie, coi figli, con tutti gli ottimati e con l'esercito, diretto a Bizanzio. Spinte da una burrasca, due navi approdarono in Ischiavonia, e ottenutane licenza dagli abitanti, i Romani fermarono loro stanza in Ragusa. Ma non potendo soffrire l'oppressione dei Ragusei, tornarono indi a non molto in Italia, e vennero a Melfi, onde poi furono detti Amalfitani. Parecchi scrittori ecclesiastici narrano che Costantino erasi da prima accinto a ricostruir Troja; ma una voce del cielo lo ammonì di non voler ciò fare, e allora egli si volse a Bizanzio[186], o, secondo taluni, prima a Calcedonia, poi a Bizanzio. Giraldo Cambrense dà come ragione del divieto divino l'infame vizio della sodomia di cui Troja anticamente sarebbe stata infetta[187]. Manasse racconta[188] che avendo Costantino cominciato a edificare la città di Calcedonia, sopraggiunsero alcuni grandi uccelli, i quali rapirono le pietre e le portarono a Bizanzio. In certe Vitae Cæsarum inedite, Gianmichele Nagonio dice[189] che Costantino tentò di edificare una città, prima nell'agro Sardico, poi nella Troade, da ultimo presso Calcedonia; ma quivi alcune aquile rapirono le funi con cui gli architetti stavano spartendo l'area e le portarono a Bizanzio.