Fiore di filosofi
(Testo del Nannucci.)
Trajano fue imperadore molto giusto, ed essendo uno die salito a cavallo per andare alla battaglia colla cavalleria sua, una femmina venne e preseli l'un piede, e piangendo molto teneramente domandavalo e richiedevalo che li facesse diritto di coloro, che l'aveano morto uno suo figliuolo, il quale era giustissimo, sanza cagione. E quegli rispose e disse: Io ti soddisfarò quando io reddirò. E quella disse: E se tu non riedi? E que' rispose: E s'io non reggio, e' ti soddisfarà il successore mio. E quella disse: E io come il so? e pognamo ch'elli lo faccia, a te che fia, se quell'altro farà bene? tu mi se' debitore, e secondo l'opere tu sarai giudicato: frode è non volere reddere quello che l'uomo dee; l'altrui giustizia non libera te, e ben sarà al successore tuo s'elli liberrà se medesimo. Per queste parole mosso l'imperadore scese da cavallo e fece la giustizia e consolò la vedova, e poscia salio a cavallo, e andò alla battaglia, e sconfisse li nemici.
Le parole E io come il so? non sono dunque aggiunte dall'autore del Fiore di filosofi, ma tolte, insieme col resto, da Elinando o da Vincenzo Bellovacense. Ho citato il testo del Fiore pubblicato dal Nannucci, perchè è quello a cui si riferisce il Paris; ma il testo del Cappelli si accosta ancor di più allo Speculum, giacchè dove questo dice filium ejus justissimum et innocentissimum, esso traduce correttamente per intero un suo figliuolo ch'era giustissimo e senza colpa, e dove lo Speculum dice: Successor tuus iniuriam pacientibus vel passuris per se tenebitur, proposizione a dirittura saltata nel testo del Nannucci, esso pone: Lo successore tuo a quelli che hanno ricevuto e riceveranno ingiuria sarà tenuto per sè. Ora quel vel passuris nel racconto del Policratico non si trova. Erra similmente il Bartoli quando, raffrontati fra loro i testi della Legenda aurea, del Fiore e del Novellino, dice (I primi due secoli della letteratura italiana, Milano, 1873, p. 294) che il racconto del Fiore deriva dalla Legenda aurea. Ecco finalmente un'altra prova, se d'altre prove è pur bisogno, della derivazione del racconto del Fiore dallo Speculum. Ho già detto che nel c. 46 del l. XI Vincenzo Bellovacense narra la giustizia di Trajano, non la sua salvazione, la quale è narrata nel c. 22 del l. XXIII. Ora, per questa seconda parte della leggenda, l'ignoto compilatore del Fiore non si attiene alla tradizione più antica e più comune, ch'è quella stessa accolta da Paolo, da Giovanni e poi dal Sarisberiense; ma ne accetta un'altra, dove al primo miracolo se ne aggiunge un secondo, e che io esporrò tra breve. Il difetto del racconto di Vincenzo Bellovacense spiega questo rivolgersi del compilatore ad altre fonti.
[27]. Circa le attinenze del Novellino col Fiore v. D'Ancona, op. cit., p. 257-8; Bartoli, I primi due secoli della letteratura italiana, p. 293-4 e Storia della letteratura italiana, v. III, p. 213-6. Nel Novellino, come nel Fiore (testo del Nannucci), manca la corrispondenza delle parole dello Speculum: Successor tuus iniuriam pacientibus vel passuris per se tenebitur; comune per contro ad entrambi è la notizia soggiunta in fine al racconto della fatta giustizia, che Trajano cavalcò e sconfisse i suoi nemici, la quale nello Speculum non si trova; comune del pari la nuova tradizione circa il miracolo alla quale ho accennato. Notisi tuttavia che nel racconto LVIII del testo Panciatichiano-Palatino appare una variante della leggenda, di cui non è traccia nel Fiore, e di cui parlerò più oltre; quella cioè che l'uccisore del figliuolo della vedova sia lo stesso figlio di Trajano. V. Biagi, Le novelle antiche dei codici Panciatichiano-Palatino 138 e Laurenziano-Gaddiano 193, Firenze, 1880. Ma tale redazione del racconto è posteriore all'altra.
[28]. Purgat., c. X, v. 73-93.
[29]. Qual è la fonte a cui attinse Dante? Già il Nannucci avvertì (op. cit., ed. cit., v. II, p. 315, n. 10) che Dante usa quasi le medesime parole del Fiore di filosofi, e il riscontro in più particolar modo fra le parole: a te che fia, se quell'altro farà bene? di questo, e le rispondenti: L'altrui bene A te che fia? del poema, difficilmente si può ritenere fortuito. Nullameno, poichè quell'uso del verbo essere non è senz'altri esempii, potrebbe pur darsi che così l'autore del Fiore come Dante avessero tradotto a un medesimo modo il quod tibi proderit si alius bene fecerit che si trova anche nel Policratico, senza che ci fosse imitazione per parte del poeta. Vero è che le parole Intorno a lui parea calcato e pieno Di cavalieri, le quali non hanno riscontro nello Speculum, nè nel Polycraticus, parrebbero rimandare ancor esse al Fiore, dove è fatta espressa menzione della cavalleria che accompagna Trajano (la sua grande cavalleria nel Novellino); ma esse si riscontrerebbero ancor più con quelle di Paolo Diacono che dice: circumvallatus militum cuneis pergeret; e d'altra banda il Paris fa giustamente osservare (p. 267, n. 2) che l'ultimo verso, Giustizia vuole, e pietà mi ritiene, ha con le parole di Giovanni Diacono ratione pariter et pietate commotus tale somiglianza che difficilmente può essere creduta casuale. Il Mazzoni, non conoscendo altre relazioni della leggenda, credeva che Dante avesse potuto derivare il suo racconto dallo Speculum regum di Gotofredo da Viterbo. V. Della difesa della commedia di Dante, ed. di Cesena, 1688, v. I, p. 600-1. Chi vuol vedere come un altro poeta, di poco posteriore a Dante, ma per forza d'ingegno troppo lontano da lui, narrò il medesimo fatto, legga i seguenti versi che appartengono al già citato Roman de Girart de Roussillon (v. 2971-2994):
Une fois fut montés pour aller en bataille;
Quar grans besoings estoit, bien le sauoit sans faille,
Vist une poure femme vesue vers li venant,