.VII. ans la tint, ains qu'il fust parcheu[204].

La leggenda è inoltre ricordata nel Tristan[205], nel Le Blasme des Fames[206], nella Bible Gulot[207]. Enenkel la racconta nel suo Weltbuch con alcune particolarità che non si veggono altrove accennate, e che probabilmente, son frutto della sua fantasia[208]. Costantino commette ad un suo cancelliere di far coniare monete con l'effigie imperiale ad esempio di Augusto. Il cancelliere aveva un fratello sbilenco, ma molto ardito, il quale abitava in un sottoscala. Costui riesce ad ottenere i favori dell'imperatrice, e la loro tresca dura finchè viene all'orecchio di Costantino. Questi li coglie sul fatto; trafigge con la spada la donna e calpesta lo sbilenco sotto i piedi del suo cavallo. Il cancelliere, udita la morte del fratello, fa coniar monete rappresentanti un uomo in atto di trafiggere una donna, e ciò a fine di perpetuare l'infamia di Costantino, poi si parte dal regno[209].

Enenkel dice che in Roma si vedeva un gruppo di pietra il quale rappresentava Costantino a cavallo in atto di calpestare lo sbilenco[210]: questo mi dà naturalmente occasione a parlare del Caballus Constantini di cui feci già altrove ricordo.

Col nome di Caballus Constantini, ma non con questo nome soltanto, si designava nel medio evo la statua equestre di Marc'Aurelio, che si vede ora dinnanzi al palazzo del Senatore in Campidoglio, ma che per più secoli sorse nella piazza di San Giovanni in Laterano[211]. La prossimità della chiesa costruita da Costantino fu causa, senz'alcun dubbio, che alla statua si desse quel nome, e in grazia del nome essa, sola di tutte le statue equestri di Roma, giunse intera, o quasi, insino a noi[212]. Il nome di Equus o Caballus Constantini era ancora in uso ai tempi di Paolo II, come risulta da certi mandati di pagamento per restauri fatti alla statua negli anni 1466 e 1467[213]. Ai tempi di Andrea Fulvio si dubitava se la statua fosse di Marc'Aurelio, o di Lucio Vero[214], ma gli è probabile che il popolo continuasse a chiamarla di Costantino. Enenkel non è il solo a dire che la statua fosse di pietra; Giovanni d'Outremeuse afferma il medesimo, e dice che essa era stata portata da Costantinopoli a Roma[215]. Bartolomeo della Pugliola sa che la statua è di metallo, ma incorre in un ben più grave errore, se, come non pare che possa dubitarsi, nel seguente passo della sua Cronica intende parlare della statua di Marc'Aurelio[216]. «Clemente III di Roma fu fatto Papa, il quale fece il Chiostro del Monastero di San Lorenzo fuori delle mura di Roma, e fece un palazzo molto alto in Laterano, e molto ornato. Ancora fece un cavallo grandissimo di rame». Clemente III tenne la sedia pontificale dal 1187 al 1191.

Il presunto Cavallo di Costantino comparisce più di una volta nelle storie della città. Giovanni XIII (965-972) vi fece appendere un prefetto pei capelli. Nelle feste che si celebrarono in Roma l'agosto del 1347, quando furono conferite a Cola di Rienzo le insegne tribunizie, il Cavallo di Costantino ebbe la parte sua: «Ibi fuit equus Domini Constantini Imperatoris de metallo coopertus de varo, ita artificialiter ordinatus, quod ex naribus egrediebatur vinum et aqua continuo, et nemo videbat quomodo poneretur»[217]. Ciò che qui si dice della statua coperta di vajo in occasione di pubbliche feste, rende intelligibile un luogo del Roman de Rou, dove Wace racconta che Roberto I, duca di Normandia, vide a Roma la statua di Costantino e le fece dono di un manto[218]:

Costentin vit, ki ert a Rome,

De quiure fait, en guise de home,

Cheual a de quiure ensement,

Ne muet pur pluie ne pur vent.

Pur la hautece et pur le honur