De Costentin l'empereur,
En ki num l'image est leuce
E par ki num est apelee,
La fist d'un mantel afubler,
Del plus riche qu'il pot trouer.
Ma già i Mirabilia e la Graphia negano che la statua sia di Costantino: «Lateranis est quidam caballus aereus qui dicitur Constantini, sed non est ita, quia quicumque voluerit veritatem cognoscere hoc perlegat». E soggiungono la seguente singolarissima istoria. Al tempo dei consoli e dei senatori, un potentissimo re dell'Oriente, venne in Italia, e assediata Roma dalla parte del Laterano, afflisse i Romani con asprissima guerra. Allora un cavaliere di molta prudenza e valentia propose ai consoli e ai senatori di liberare la città, a patto che, condotta l'impresa a buon fine, gli si dessero in premio 30000 sesterzii, e gli si ergesse una statua. Accettata da quelli l'offerta, egli raccomandò loro di armarsi, e di tenersi, verso la mezzanotte, pronti ad ogni suo cenno. Per più notti consecutive aveva egli veduto quel re venire per suoi bisogni corporali appiè di un albero, ed ogni volta una civetta che su quello si stava, s'era messa a cantare. Uscito di città all'ora opportuna, sopra un cavallo senza sella, trovò il re, e rapitolo a forza, non curando i seguaci di lui ch'erano poco discosto, si volse verso la città: i Romani, da lui chiamati, uscirono alla lor volta, ed ebbero allora sui nemici facile vittoria. Al cavaliere fu mantenuta la promessa; gli si fece la statua, e sul capo del cavallo si pose la immagine della civetta, e sotto le zampe quella del re, ch'era di piccola persona. Il nome del cavaliere non è indicato. Ranulfo Higden descrive la statua allo stesso modo[219]. La supposta immagine della civetta posta sul capo del cavallo altro non è che il ciuffo dei crini annodati in fra gli orecchi. La figura del re nano, che più non si vede al luogo suo, rappresentava certamente un qualche popolo soggiogato. Questa figura, di cui più non s'intendeva nel medio evo il vero significato, fu senza dubbio cagione che s'immaginasse la storia narrata da Enenkel, accennata dagli altri.
Il capitolo XIV del Libro delle Storie di Fioravante[220] contiene un racconto che concilierebbe il nome di Costantino con la narrazione dei Mirabilia. Costantino è assediato in Roma da Dinasor, figlio del re di Sassonia. In una battaglia i Romani hanno la peggio, e Costantino stesso è scavalcato. Alcuni fuggiaschi s'imbattono in un pastore, che, saputo della rotta, li forza a seguirlo sul campo. Trovato quivi il cavallo di Costantino, gli monta sopra, va incontro a Dinasor, lo tragge a forza di sella, e prigioniero lo conduce in Roma; poi torna addietro e con un bastone sconfigge e volge in fuga tutti i Saracini. Se ne va allora alle sue faccende, ma non trova più nè i buoi, nè le vacche, i quali aveva lasciato per andare a combattere. Torna a Roma, ed è con gran festa accolto da Costantino, il quale da indi in poi lo tiene molto onorevolmente con sè. «E sì fecie venire i migliori orafi di tutta cristianità, e fecie fare un cavallo di metallo, e fecievi far su il villano col bastone in mano e co' calzari legati in piè, e ogni cosa fecie fare di metallo, e il cavallo fecie fare senza sella. Ecchì va a Roma sillo potè vedere, e vedrà sempre che 'l mondo si basterà»[221]. Non è improbabile che questo racconto sia stato messo insieme per far concordare fra loro le varie tradizioni; ad ogni modo, tanto in esso, quanto in quello dei Mirabilia, e nell'altro di Enenkel, abbiamo nuovi esempii di leggende nate da falsa interpretazione di monumenti.
Ranulfo Higden dice che la statua era detta di Teodorico dai pellegrini, di Costantino dal volgo, di Marco o di Quinto Curzio dai chierici[222]. Forse la ragione di quella prima denominazione non è da cercare molto lontano. È noto che Carlo Magno fece togliere da Ravenna, per portarla in Aquisgrana, una statua equestre metallica di Teodorico. Tale statua rimase, qual che ne fosse il motivo, in Pavia, dove fu lungamente tenuta in gran pregio e chiamata con lo strano nome di Regisol. Essa molto rassomigliava a quella di Marc'Aurelio[223]. Qualche pellegrino, che veniva da Pavia, cominciò forse a chiamare, per ragione della rassomiglianza, Cavallo di Teodorico quello che più comunemente in Roma si chiamava Cavallo di Costantino. Ranulfo narra di Quinto Curzio la nota storia di Marco, e anche con essa pone in relazione il Cavallo[224]; mentre, come abbiam veduto, attribuisce a Marco la storia narrata nei Mirabilia.
Il nome di Costantino si trova impegnato in parecchi altri racconti favolosi e romanzeschi, nel Koenig Ruother, nella storia di Seghelijn van Jerusalem, nei Reali di Francia, nella Storia di Fioravante. Nel Koenig Ruother, poema composto verso la fine del XII secolo, si narra come Rotari (Ruother), re di Bari e di Roma, al quale obbedivano settantadue re, riuscì ad avere in isposa la figlia di Costantino, che puniva di morte chiunque glie la chiedesse. Da quelle nozze nacque Pipino, padre di Carlo Magno[225]. Questo racconto ha strettissima relazione con quello della Vilkinasaga, dove, per altro, l'azione è sostenuta da altri personaggi, a cui solamente più tardi debbono essere stati sostituiti quelli del poema tedesco. Nel poema neerlandese di Seghelijn van Jerusalem, questo eroe sposa Florette, figliuola di Costantino, trova insieme con lei la croce, diventa imperatore, uccide inconsapevole il padre e la madre, si fa eremita, e dopo quindici anni di penitenza in un deserto è eletto pontefice sotto il nome di Benedetto I[226]. Questa storia deriva senza dubbio da fonte francese. Era naturale che si volessero far risalire certe genealogie sino a Costantino, per certi rispetti, il più illustre fra gl'imperatori. Nei Reali di Francia, nel Libro di Fioravante, nella Flocents Saga si narra come Fiovo (Flovent), figlio, o nipote di Costantino, fuggito da Roma per avervi ucciso un uomo di grande affare, conquistò la Francia, fece battezzare tutto il popolo, e fu stipite dei Carolingi e di altri lignaggi illustri[227].
Sulla morte di Costantino ben poche notizie raccolse la leggenda. Giovanni d'Outremeuse lo fa morir di veleno[228]; secondo la cronaca di Giovanni di Londra (cod. dell'Herald's College) il suo corpo fu trovato a Cair Segeint da Eduardo I nel 1383, lo che riporta ad un'altra leggenda già indicata di sopra e riguardante, o Costanzo padre, o Costanzo figlio di Costantino.