[284]. Nella già citata leggenda italiana Di santo Basilio vescovo et della crudele morte di Giuliano Apostata, Libanio racconta ancora come Giuliano fu seppellito. «Allora i baroni et cavalieri suoi, perch'egli era stato inperadore, il portarono in Costantinopoli, et feciero fare una orrevole sepultura di marmo nella quale il seppellirono. E sì come de' sepolcri di cierti santi escie alchuno licuore et olio pretioso, così per contrario dalla sepultura di questo pessimo huomo escie pece greca bogliente et puzzolente, la quale arde et consuma quel corpo et quell'ossa misere continuamente».
[285]. V. I, p. 80.
[286]. Non so se da altri sia stato osservato mai che Dante, il quale pone parecchi imperatori romani in cielo, non ne pone nessuno all'inferno, dove pur trova luogo più di un pontefice. Solo Giulio Cesare è posto, non nell'inferno, ma nel limbo, con l'altra onorata compagnia. E sì che un Nerone, un Domiziano, e, secondo le opinioni del tempo, un Giuliano Apostata, all'inferno ci sarebbero stati come a casa loro. Questa non fu certo dimenticanza, ma volontaria omissione, della quale io non saprei quale altra ragione si potrebbe assegnare, se non il religioso rispetto di Dante per l'impero e per tutto quanto avesse attinenza con esso. E bisognerebbe inferirne che Dante rispettava più l'impero che non la curia in cuor suo.
[287]. V. intorno a questo importante argomento, su cui non mi è lecito di fermarmi, Lalanne, Influence des pères de l'Église sur l'éducation publique, Parigi, 1850; Comparetti, Virgilio nel medio evo, v. I, p. 105-26.
[288]. V. Fabriani, Sull'immortale beneficio dagli ecclesiastici recato alla letteratura conservandola nel medio evo, nelle Memorie di religione, di morale e di letteratura, t. XVI, p. 283-363, t. XVIII, p. 497-520. Cf. Pouchet, Histoire des sciences naturelles au moyen-âge, Parigi, 1853, p. 103 e seg.
[289]. Sermo 41, Opera, ed. Caetani, Lione, 1623, p. 296.
[290]. Sancti Eligii vita, ap. D'Achery, Spicilegium, t. II, p. 77, ed. De la Barre.
[291]. Et quia vicarii Petri et eius discipuli nolunt habere magistrum Platonem, neque Virgilium, neque Terentium, neque ceteros pecudes philosophorum, qui volando superbe, ut avis aerem, et emergentes in profundum, ut pisces mare, et ut pecora gradientes terram descripserunt: dicitis eos nec hostiarios debere esse, quia tali carmine imbuti non sunt. Ap. Pertz, Script., t. III, p. 687.
[292]. Rerum Gallicarum Scriptores, t. X, p. 23. Questo racconto, sebbene già più volte riferito, merita d'essere qui testualmente trascritto, perchè contiene alcune indicazioni curiose che più direttamente riguardano l'Italia. «Quidam igitur Vilgardus dictus, studio artis Grammaticae magis assiduus quam frequens, sicut Italis semper mos fuit artes negligere ceteras, illam sectari. Is enim cum ex scientia suae artis coepisset inflatus superbia stultior apparere, quadam nocte assumpsere daemones Poëtarum species Virgilii et Horatii atque Juvenalis; apparentesque illi fallaces retulerunt grates, quoniam suorum dicta voluminum carius amplectens exerceret, seque illorum posteritatis felicem esse praeconem: promiserunt ei insuper suae gloriae postmodum fore participem. Hisque daemonum fallaciis depravatus, coepit multo turgide docere fidei sacrae contraria, dictaque Poëtarum per omnia credenda esse asserebat. Ad ultimum vero haereticus est repertus, atque a Pontifice ipsius urbis Petro damnato. Plures etiam per Italiam hujus pestiferi dogmatis sunt reperti, qui et ipsi aut gladiis aut incendiis perierunt».
[293]. Johannes, Sancti Odonis vita, ap. Mabillon, Acta Sanctorum ordini Sancti Benedicti, sec. V, p. 154.