Igneus extemplo globus est emissus in illos
Incendens homines vestes caput atque capillos,
Astantesque viri iure cremantur ibi.
Hec ne fortuitu mala provenisse putentur
Signa crucis confixa sibi gestare videntur
Gestant Iudei corpore signa dei.
Ma le imputazioni che sin qui abbiamo veduto fatte a Giuliano non erano ancora pari all'odio che le provocava e le suggeriva; nuove e più vergognose colpe gli si dovevano addebitare. L'imperatore che, volgendo in beffa la dottrina evangelica della povertà, aveva spogliato dei loro averi le chiese, doveva ben parer degno agli occhi dei credenti del nome infame di ladro, ed era naturale che dello spogliatore pubblico si facesse anche un ladro privato. Questa formidabile accusa negli storici più antichi, per quanto inveleniti essi sieno, non è neppure accennata, e non saprei dire quando nè dove primamente sia sorta; ma certamente abbiamo anche qui uno di quei casi di arbitraria appropriazione di racconti già popolari a persone cui essi innanzi erano interamente estranei, che sono così frequenti nel mondo delle leggende. Si trattava di addossar nuove colpe a Giuliano; se si trovava una storia che paresse in qualche modo acconcia all'uopo, si prendeva e si trasponeva di pianta. Giovanni da Verona e Giacomo da Voragine narrano, attingendo dalla Summa de officiis di Giovanni Beleth, che una ricca matrona, angustiata da esazioni e vessazioni, dovendo partire, pose gran copia d'oro in tre vasi di terra, e questi, coperto l'oro di cenere, diede a Giuliano, ch'era monaco, in apparenza, di santa vita, perchè glieli custodisse, con questa condizione che, s'ella tornasse, glieli restituirebbe fedelmente, se non tornasse, elargirebbe il denaro ai poveri. Partita la matrona, Giuliano toglie l'oro dai vasi, e vi mette altrettanta cenere. Quella tornata in capo a certo tempo, Giuliano le restituisce i vasi; accusato da lei d'averne sottratto l'oro egli nega, e afferma d'averle restituito ciò che ha ricevuto, poi abbandona il convento, e facendo uso delle male acquistate ricchezze si procaccia fautori e ottiene il consolato. Ora, storie simili a questa sono molto frequenti in tutte le letterature[244]. Del resto la favola è narrata di Giuliano anche nella Kaiserchronik, ma con qualche diversità, come vedremo tra breve, nella Cronaca di Sicardo, nel Polychronicon di Ranulfo Higden e altrove. Giovanni di Garlandia vi fa allusione in un luogo del suo poema De triumphis Ecclesiae[245].
È naturale che nella leggenda Giuliano divenga assai più aspro ed inumano persecutore dei cristiani che veramente non fu. Nel più antico dei due romanzi siriaci testè ricordati egli è rappresentato quale un persecutore ferocissimo sin dal principio del suo regno. L'Alte Passional, che spende in narrare la sua vita circa seicento versi, dice ch'egli ne fece morire moltissimi. In un mistero francese del XIV secolo lo stesso Giuliano così ricorda ai suoi la persecuzione esercitata contro ai seguaci di Cristo:
. . . . . pour vostre loy
Essaucier, ce savez vous bien,