Sed depravatur Julianus, sed cruciatur,

Sed debucchatur, sed anhelat, sed superatur

Hic vir inhumanus, hic pessimus, hic Julianus.

Nelle due già citate omelie di Gregorio Nazianzeno[234] i fatti principali, parte storici, parte leggendarii, che si riferiscono sono i seguenti. Giuliano e Gallo suo fratello, serbati da Costanzo all'impero, sono educati in corte, attendono in particolar modo allo studio della dottrina cristiana, e abbracciano lo stato ecclesiastico. Ma in Gallo la fede è sincera, mentre è mentita in Giuliano; di che si ha prova nella costruzione di certo tempio dai due fratelli intrapresa in comune, dove l'opera del primo riesce a bene, ma non così quella del secondo. Gallo è creato Cesare, e Giuliano comincia a coltivare studii perversi, e a odiare i cristiani; il quale odio si fa maggiore e si palesa senza ritegno quando, morto Gallo, egli è a sua volta innalzato alla dignità di Cesare. Ottenuto l'impero, il tristo si abbandona interamente a' suoi malvagi istinti e non serba più misura nell'empietà. Una croce coronata gli appare miracolosamente nelle viscere di una vittima, ma non per ciò egli si ravvede; dedito alle arti inique della magia, scende, in compagnia di un filosofo o mago, in una orrenda spelonca per consultare i demonii, i quali poi, spaventato alla lor vista, volge in fuga con un segno di croce. Perseguita i cristiani, favorisce gli Ebrei, e vuole sia ricostruito il lor tempio, il che da varii prodigi è impedito. È incerto chi uccidesse Giuliano, e varie credenze corsero a tale riguardo; ma, ad ogni modo, la morte sua fu una punizione del cielo. Nella omelia XXI (c. 33) Gregorio dice essergli stato riferito da alcuno come la terra non volesse ricevere, ma rigettasse, il corpo di Giuliano, sorte toccata, com'è noto, a molti altri insigni scelerati. Non ho bisogno di ricordare che Gregorio fu compagno di studii di Giuliano, e poi avversario acerrimo. Le due omelie, in cui egli dichiara di voler esporre, non tutte, ma solo alcune sceleraggini di Giuliano, riboccano d'odio, e tradiscono un animo assai mal preparato a recar delle cose sereno e giusto giudizio.

Nessuno dei fatti narrati o accennati da Gregorio di Nazianzo si perde nei racconti di tempo posteriore: ma tutti, qual più, qual meno, vanno soggetti a certe alterazioni, le quali, com'è naturale, tendono sempre ad esagerarne la gravità, a farne spiccare vie più gli aspetti caratteristici. È una delle operazioni capitali della leggenda questa di far rilevare, di sopra un dato fondo di notizie o di credenze, certe parti più importanti. Che alle favole più antiche altre poi se ne dovessero aggiungere mano mano s'intende di leggieri. Giuliano ebbe veramente nella gerarchia ecclesiastica il grado di lettore, grado che importava il conferimento degli ordini inferiori, e se alcuna particolarità della sua vita si poteva dimenticare, non si dimenticava già questa, che tanto aggravava e faceva più esecrabile la sua apostasia. Anzi, per aggravarla ancor più, si disse ch'egli era stato monaco, ed aveva un tempo fatta la vita del chiostro[235]. Questo errore muove, senza dubbio, da Socrate e da Sozomene, i quali dicono che Giuliano, prima di dichiararsi, conduceva vita monastica[236]. Nel Passio di San Fabiano si legge che Giuliano fu da Pimenio presbitero ordinato suddiacono della Chiesa Romana, e nel Passio dei Santi Giovanni e Paolo lo stesso Giuliano dice come avesse ottenuto il chiericato, e come avrebbe potuto, qualora gli fosse venuto in talento, salire ai supremi onori ecclesiastici[237]. La Kaiserchronik giunge a dire ch'egli fu cappellano del papa[238].

Giuliano fu veramente dedito alle pratiche superstiziose della teurgia neoplatonica; ma le accuse atroci che gli si mossero contro non hanno fondamento di sorta, e convengono assai meglio a Massenzio che non a lui[239]. La favola degli dei bugiardi, o dei demonii, volti in fuga con un segno di croce, è ripetuta da molti storici, così antichi, come del medio evo; se non che alcuni di questi, come per esempio Eccardo Uraugiense[240], seguendo la tradizione più antica, raccontano che tal caso seguì quando egli, già adulto, e smanioso d'impero, vagava per la Grecia in cerca di responsi; mentre altri, come Sicardo e Giacomo da Voragine, lo pongono ai tempi della sua fanciullezza, con l'intenzione senza dubbio di mostrar lui sino dalla più tenera età in commercio coi diavoli[241]. Già Gregorio Nazianzeno dice che i demonii avevano promessa a Giuliano la signoria di tutto il mondo. In uno dei due romanzi siriaci ricordati di sopra, Giuliano, il quale è amico di un mago per nome Magno, stringe un patto col diavolo, che gli promette tale signoria per cent'anni. Giacomo da Voragine ed altri raccontano che Giuliano, movendo contro i Persiani, spedì un demonio in Occidente per averne certo responso, ma che, trattenuto a mezzo il viaggio per dieci giorni consecutivi da un monaco che passò tutto quel tempo in orazione, il demonio dovette tornarsene addietro senza avere eseguita la commissione. La guerra mossa alla Chiesa si fece più strettamente dipendere dalle relazioni che Giuliano aveva con gli spiriti delle tenebre. Quando, essendo ancora fanciullo, o già adulto, Giuliano volse in fuga i diavoli col segno della croce, il maestro, o il jerofante, gli disse causa della lor fuga essere non il timore, ma l'esecrazione in che avevano quel segno. Fatto imperatore, dice Giacomo da Voragine, volendo egli perseverare nell'esercizio dell'arti diaboliche, procacciò che il segno della croce fosse, quanto più era possibile, cancellato e distrutto, e perseguitò i cristiani, temendo che altrimenti i diavoli non sarebbero per obbedirgli. Di orribili pratiche di magia osservate da Giuliano, di donne sparate per ispecularne i visceri, di bambini trucidati, parlano già gli scrittori più antichi[242]: Giovanni Colonna dice nel Mare historiarum che si trovarono arche ripiene di teschi umani e pozzi colmi di cadaveri. Tali pratiche non erano estranee ai costumi dei tempi: Ammiano Marcellino racconta che nell'anno 363, regnante appunto Giuliano, fu uccisa in Roma una donna per iscrutarne le viscere.

Ciò che San Gregorio racconta della tentata, ma non riuscita ricostruzione del tempio di Gerusalemme, è similmente ripetuto da molti: Gotofredo da Viterbo così enumera nella particola XI della Memoria sacculorum i prodigi avvenuti in quella occasione[243];

Templa tremunt, pavimenta ruunt et tigna sub illis

Ignibus e celis pereunt exusta favillis,

Exiliunt lapides, area sola manet.