La leggenda, che s'affrettò dietro ai passi di Costantino, doveva affrettarsi ancor più dietro a quelli di Giuliano; e condotta, com'era, e governata da un solo pensiero, riuscire più unita e più omogenea, sebbene non tanto copiosa. Essa nacque vivo ancora il protagonista; e i lineamenti suoi principali già si veggon fermati nei primi che la riferirono. In una perduta Vita di San Basilio, scritta da Elladio[232], vescovo di Cesarea, essa era già probabilmente quale si vede nelle orazioni famose di Gregorio Nazianzeno, poi si allargava e variava passando in altre scritture ed altri autori, nella Vita di San Basilio, attribuita ad Anfilochio, nelle Storie di Rufino di Aquileja, di Filostorgio, di Socrate, di Sozomene, di Teodoreto, nei cronisti bizantini, latini, volgari, ecc. Nel secolo VI se ne facevano due romanzi in siriaco[233]. Come più scende e più la fiumana ingrossa. L'esecrazione e l'orrore, invece di temperarsi col passar del tempo, imperversano e crescono tuttavia. La coscienza cristiana del medio evo, assai più che non quella dei primi tempi, preoccupata del diabolico, assai più angustiata e più cupa, tende a far emergere dall'uomo il mostro, e ad annerirne più sempre la vita. Giuliano quasi fa spallidire Nerone. Nel poema De inventione Sanctae Crucis, attribuito a Ildeberto Cenomanense, si dice di lui:

Hic Costantino subiit, corvinus ovino:

Hic lupus, hic agnus; hic Rex pius, illo Tyrannus;

Hic datus est bellum fidei, paleisque flagellum:

Quondam promissus grano, nunc tundere missus;

In Judam siquidem Draco, spondens praelia pridem,

Hunc presignavit, hunc pertulit, hunc stimulavit.

Et vitiis totus constans et crimine fotus,

Jam quasi portentum, jam Daemonis est monimentum.

E così di seguito per molti altri versi, fra' quali anche questi: