Spurius hic fuerat, quem pretulit aurea Roma;

Interimens dominum, fertur rapuisse coronam;

Cum foret ante bona, nunc fama mala volat.

Non fuit augustus: minuit, non auxit honorem;

Roma suis studiis fertur caruisse decore,

Pressaque perpetuo Roma caduca dolet.

Costantino aveva data a Roma la fede, ma le aveva scemata la sovranità: il danno quasi compensava il beneficio.

CAPITOLO XIV. Giuliano l'Apostata.

La critica più recente ha risollevato il nome dell'imperatore Giuliano, prostrato nella polvere dalla esecrazione di cinquanta generazioni di credenti[231]. Se noi non possiamo lodare la sua disavveduta ed intempestiva politica, specialmente poi quando la paragoniamo con quella accortissima ed opportuna di Costantino, se non possiamo non deplorare l'errore che gli fece credere possibile la restaurazione di un ordine di cose irrevocabilmente condannato a sparire, possiamo tuttavia scorgere ed apprezzare le cause molteplici che lo fecero tale quale egli fu, e riconoscere, con imparziale giudizio, ch'egli fu illuso assai più che colpevole, e che, ad ogni modo, l'infamia che lo incolse è di troppo sproporzionata alla colpa. Le concordi testimonianze di scrittori cristiani quali San Gregorio Nazianzeno, Filostorgio, Rufino, Socrate, mostrano che Giuliano, se non impedì, come avrebbe potuto, che altri commettesse violenze in suo nome, non usò egli stesso violenza ai cristiani, e che, conformemente ai suoi principii di tolleranza e di universale benevolenza, egli cercò di attirare novamente all'antica religione i seguaci di Cristo più con argomenti morali che con provvedimenti politici, più con lo scherno che col rigore; magnanima moderazione in chi aveva la forza, ed era continuamente da mille stimolato a farne abuso. Non si può negare che, negli ultimi tempi del suo regno, egli, indispettito della lunga ed ostinata resistenza, non abbia alquanto aggravata la mano sopra coloro che frustravano le speranze da lui con lungo amore nutrite; ma gli è pur vero che la Chiesa, nel tempo del suo maggiore rigoglio, avrebbe da lui potuto apprendere quella solenne e santa verità, troppo spesso da lei dimenticata, che le credenze religiose non debbono essere imposte, e che una religione cessa di essere tale dal momento che non è spontaneamente professata.

Da altra banda, non si può pretendere che la Chiesa, massime nascente, facesse di Giuliano quel medesimo giudizio che la critica spassionata ed imparziale dei giorni nostri ne viene ora facendo. La Chiesa cominciava appena a raccogliere il frutto della sua lunga ed operosa perseveranza, e a godere la pace comperata col sangue dei martiri, quando, col salire di Giuliano al trono, si vide repentinamente decaduta dal nuovo suo stato, e minacciata di nuovi e forse maggiori pericoli. Certo, nel fondo degli animi viveva la fede che Cristo non lascerebbe perire la sua sposa, e che il trionfo della verità fosse irrevocabilmente segnato nei decreti della provvidenza; ma non si sapeva quanto fosse per durare quell'era nuova di prove, e queste dovevano ora tornar più amare ad uomini che avevano già gustata una serena e placida securtà, e in cui la reazione, che moveva dall'alto, offendeva, non più solamente un sentimento, ma ancora un diritto acquistato e riconosciuto. La reazione stessa doveva considerarsi come un ultimo tentativo degli spiriti tenebrosi per rovesciare la Chiesa di Cristo, e risprofondare nell'errore il mondo, e l'uomo, che se ne faceva promotore, doveva apparire come un loro vicario, e come un figlio predestinato della perdizione. Storici e padri della Chiesa dovevano chiudere gli occhi a quanto potesse naturalmente spiegare, o scusare in parte i fatti, per non veder altro che un'opera di meditata e diabolica iniquità, e Giuliano doveva apparire negli scritti loro, e passar poi alla posterità più remota col nome infame di Apostata.