[516]. Tratt. IV. c. 5.

[517]. Tratt. IV, c. 28. Già gli editori del Convito stampato in Padova nel 1827 avvertivano tale concetto essere di Seneca, il quale nel proemio delle sue Controversie così lo esprime: «Quem tandem antistitem sanctiorem invenire sibi Divinitas potuit, quam Catonem, per quem humano generi non praeciperet, sed convicium faceret?»

[518]. V. 670. Non è dimostrato, a dir vero, ma è sommamente probabile che questo Catone sia l'Uticense. Virgilio ricorda un Catone quale abitatore degli Elisi anche nel l. VI, v. 842.

[519]. V. su tutto ciò G. Wolff, Cato der Jüngere bei Dante, Jahrbuch der deutschen Dante-Gesellschaft, v. II, p. 225-32.

[520]. Cf. Barelli, Allegoria della Divina Commedia, Firenze, 1864, p. 110 e segg.

[521]. Purgat., c. I, v. 71-5.

[522]. Minor poems. Early english poetry, Londra (Percy Society), 1840, v. II, p. 25.

[523]. L. I, c. 4.

[524]. V. Hortis, Studii sulle opere latine del Boccaccio, Trieste, 1879, dove, da p. 448 a p. 453, si parla appunto della fortuna di Seneca nel medio evo.

[525]. V. Amador de los Rios, Historia critica de la literatura española, v. VI, p. 21, n. 1.