Dante trova Trajano fra l'anime beate che nel cielo di Giove ricevono premio e sono glorificate per avere amata ed amministrata la giustizia nel mondo[1]. Un imperatore non battezzato, fatto partecipe della felicità degli eletti, non è certo la meno strana fra le immaginazioni e le favole di cui siamo venuti discorrendo sin qui, o discorreremo in seguito. La storia autentica nulla ricorda che faccia parer degno di tanta grazia Trajano; anzi narra di fatti che avrebbero dovuto renderne odiosa alla Chiesa la memoria in perpetuo; giacchè egli fu persecutore dei cristiani, e in molte cronache del medio evo si fa espresso ricordo di ciò, e, con certa alterazione di verità, si dice che dalle persecuzioni desistette più tardi per consiglio e per intercessione di Plinio il Giovane[2]. Si sa inoltre ch'egli fu dedito al vino un po' più dell'onesto, e non rifuggì da certi amori, in quel tempo non meno latini che greci. Di ciò Dione Cassio non sembra fargli gran carico[3]; ma Gregorio Magno, se l'avesse saputo, l'avrebbe senz'alcun dubbio lasciato stare all'inferno, d'onde, secondochè la leggenda racconta, con perseverantissime preci gli venne fatto di trarlo. Più delle sue colpe si ricordavano le sue virtù, e in particolar modo il grande amore della giustizia[4]. Alessandro Neckam esprimeva un comune giudizio dei tempi suoi quando diceva a tale proposito:
Trajanum superis aequat clementia summa[5].
La leggenda comincia a lavorare intorno a Trajano già sino dal terzo secolo. Molti atti di bontà gli sono attribuiti de' quali egli non ebbe merito, e di cui altri rimane spogliato in suo beneficio. Chi più vi scapita è Adriano[6]. Così la fantasia, coadiuvando la storia nel perpetuare ed accrescere la buona riputazione di Trajano, preparava la via alla leggenda celebre della redenzione di lui dall'inferno[7]. Il documento più antico in cui questa leggenda si trovi riportata è la Vita che del santo papa Gregorio scrisse Paolo Diacono, come sembra, in Roma stessa, corrente l'anno 787. Ecco in breve la sostanza di tale racconto. Trajano partiva per una spedizione guerresca, seguito da numeroso esercito, quando una vecchia vedova, cui era stato ucciso ingiustamente il figliuolo, gli si fece incontro domandando giustizia. Trajano prometteva di esaudirla quando fosse tornato; ma, ripreso da lei di tal negligenza, si fermò, e non volle più oltre procedere finchè non le ebbe fatta ragione. Passando un giorno San Gregorio per il Foro Trajano, vide le testimonianze e udì narrare la storia di quella giustizia, onde cominciò a lacrimare per la pietà e a pregare Iddio che volesse usare la sua misericordia verso quell'ottimo principe. Così giunse al sepolcro di San Pietro, dove continuando a pregare si assopì, e nel sonno ebbe per rivelazione che la sua preghiera era stata esaudita; ma perchè si guardasse da indi in poi di pregare per chi era morto senza battesimo, ebbe a soffrire il castigo della sua tracotanza[8]. che Paolo Diacono abbia composta una Vita di San Gregorio è certo, poichè egli stesso ne fa poi ricordo nella Historia Langobardorum, e che la Vita scritta da lui sia quella medesima che, sotto il suo nome, è venuta sino a noi non si può ragionevolmente mettere in dubbio, sebbene sia stato da parecchi negato. Ma non è men vero che sono da considerare come una interpolazione i capitoli 17-23, dove si narrano i miracoli più insigni di Gregorio, tra gli altri quello della salvazione di Trajano. Tale racconto contraddice formalmente a quanto lo stesso Paolo Diacono afferma in questo medesimo scritto, che, cioè, San Gregorio avrebbe agevolmente potuto fare miracoli, se gli si fosse offerta occasione[9]. Questa interpolazione dev'essere del resto assai antica, giacchè si ritrova in presso che tutti i manoscritti.
Nel IX secolo la leggenda è raccolta da Giovanni Diacono, che la narra nella Vita Sancti Gregorii Magni da lui composta[10]. Questo racconto, confrontato col precedente, presenta alcune particolarità e differenze notabili, ma mostra di derivare da una medesima fonte con quello. Paolo, o l'ignoto interpolatore del suo scritto, non dice d'onde attinga; Giovanni accenna espressamente a documenti scritti e divulgati per le Chiese d'Inghilterra: Legitur etiam penes easdem Anglorum Ecclesias, ecc. Poi nel suo racconto comincia a prendere maggiore svolgimento il dialogo fra la vedova e Trajano, dialogo che non mancherà mai nei riferimenti posteriori della leggenda, e di Trajano non si dice che, provveduto alla vedova, mandasse sciolti i rei, com'è narrato nella scrittura di Paolo, e non si accenna a nessuna punizione inflitta dal cielo a Gregorio[11]. Nella breve Vita di questo pontefice pubblicata anonima dal Canisio[12] il miracolo è similmente narrato, e con le stesse parole quasi di Giovanni Diacono[13]. Tuttavia scostandosi da costui in sul principio del racconto, l'autore di essa ricorda che Trajano perseguitò ferocemente i cristiani, e dice che San Gregorio lo trasse bensì dall'inferno, ma non però gli aperse le porte del paradiso. Più antico di questi sarebbe il racconto contenuto nella omelia De iis qui in fide dormierunt (XVI), attribuita a San Giovanni Damasceno, se veramente questo padre ne fosse l'autore. Ma che non sia dimostra fra l'altro quanto in un luogo di esso racconto si afferma, cioè che il miracolo era noto in tutto l'Oriente e in tutto l'Occidente, cosa che Giovanni Damasceno non avrebbe potuto affermare a mezzo del secolo VIII, quando nel IX vediamo Giovanni Diacono non conoscere ancora altre fonti della leggenda che la relazione sparsane per le Chiese d'Inghilterra[14].
Questa leggenda, di cui abbiamo veduto la prima forma e le testimonianze più antiche, era destinata ad avere per tutto il medio evo una grande e crescente celebrità. Parecchie ragioni cooperavano a procacciarle favore; anzi tutto la qualità dei personaggi che vi sono introdotti; da una parte un imperatore romano, dall'altra un pontefice famosissimo e che porse argomento d'altre leggende alla fantasia popolare; poi la stessa curiosità della favola; finalmente la esemplarità sua. In tempi di fede assai viva, quando le coscienze erano senza posa affaticate, o almeno molto spesso ricorse dal pensiero dell'altra vita, e l'uomo era del continuo richiamato alla considerazione delle mille pratiche e de' mille espedienti onde poteva giovarsi per conseguire l'eterna salute, la storia di un principe pagano, a cui era fatta grazia di uscire dall'inferno e di salire tra i beati, non poteva non trovare avidi ascoltatori e ricordatori fedeli. Quale prova più trionfale della efficacia della preghiera, che, secondo la bella espressione di Dante, fa forza alla stessa divinità, e quale più chiara dimostrazione che l'esercizio di una sola virtù può ricomprare tutta una vita di colpe? I leggendarii abbondano di esempii d'uomini sceleratissimi che riuscirono a salvarsi, o perchè in mezzo a tutte le sceleraggini loro durarono devoti di Maria, o perchè con un atto di pietà o di giustizia interruppero il corso delle loro nequizie. Oltre a ciò la storia di Trajano, a cui un atto di giustizia acquista il cielo, poteva essere ricordata come esempio illustre a quanti hanno in terra il grave carico di reggere i popoli e di amministrar la giustizia. Il medio evo ebbe dello stato un concetto essenzialmente etico, e pose la giustizia primo fondamento della politica.
Legem servare, hoc est regnare.
dice Vipone in uno de' suoi Proverbii composti nel 1027, o 1028, e dedicati ad Enrico III. Dante pone in Giove i principi che esercitarono la giustizia, e Calandre avverte nella sua Cronaca rimata degl'imperatori:
Tant faz je les princes savoir
Que nus n'a tresor ne avoir
S'il n'a justise et verite.