Però è da meravigliare che quello esempio della giustizia di Trajano non si trovi ricordato in alcuno di quei trattati di cui ebbe copia il medio evo, intesi a instituire i principi nella virtù e nelle dottrine del buon governo, come sarebbero il De regimine principum di Egidio Colonna, e il De regimine rectoris di Fra Paolino Minorita. Ma nel poema francese di Girart de Roussillon, composto fra il 1330 e il 1348[15], si narra il fatto della giustizia di Trajano, e si dice espressamente che il valoroso Gerardo, il quale nell'esercizio di tutte le virtù cercava di seguire gli esempii degli uomini eccellenti, come Romolo, Giulio Cesare Augusto, non dimenticò quello che aveva lasciato al mondo Trajano:

Trop bien li sovenoit de Trajain l'emperiere[16].

Dopo il riferimento fattone da Giovanni Diacono, che dovette scrivere la sua Vita di San Gregorio tra l'872 e l'882, noi non troviamo, per lo spazio di quasi tre secoli, altra testimonianza della leggenda di Trajano, sino a giungere a quella che si trova nel Polycraticus di Giovanni Sarisberiense, finito di scrivere nel 1159. Questo è un fatto molto importante, perchè dimostra che la nostra leggenda stentò gran tempo a ottenere il favore che poi più tardi le fu così universalmente consentito, e non si diffuse da prima fuori di quella Inghilterra d'onde Giovanni Diacono l'aveva ricevuta, e dove ora la vediamo novamente raccolta ed esposta da uno scrittore celeberrimo[17].

Giovanni Sarisberiense, dopo aver dichiarato di porre Trajano al di sopra di Cesare, di Augusto e di Tito, entra a narrare la leggenda in questa forma[18]: «Ut vero in laude Trajani facilius aquiescant, qui alios ei praeferendos opinantur, virtutes ejus legitur commendasse sanctissimus papa Gregorius, et fusis pro eo lachrymis inferorum compescuisse incendia, Domino remunerante in misericordia uberi justitiam, quam viduae flenti exibuerat Trajanus. Quum enim memoratus Imperator jam equum adscendisset, ad bellum profecturus, vidua apprehenso pede illius, miserabiliter lugens, sibi justitiam fieri petiit, de his qui filium ejus optimum et innocentissimum juvenem injuste occiderant. Tu, inquit Auguste, imperas, et ego tam atrocem injuriam patior? Ego, inquit imperator, satisfaciam tibi quum rediero. Quid, inquit illa, si non redieris? Successor meus, ait Trajanus, satisfaciet tibi. Et illa: Quid tibi proderit si alius benefecerit? Tu mihi debitor es, secundum opera mercedem recepturus. Fraus utique est nolle reddere quod debetur. Successor tuus injuriam patientibus, pro se tenebitur. Te non liberabit justitia aliena. Bene agetur cum successore tuo, si liberaverit se ipsum. His verbis motus imperator, descendit de equo, et causam presentialiter examinavit, et condigna satisfactione viduam consolatus est. Fertur autem beatissimus Gregorius Papa tamdiu pro eo fudisse lachrymas, donec ei in revelatione nunciatum sit Trajanum a poenis inferni liberatum sub ea tamen conditione, ne ulterius pro aliquo infedeli Deum sollicitare praesumeret».

In questo racconto si nota anzi tutto il maggiore svolgimento dato alle ragioni con cui la vedova stringe Trajano a farle pronta giustizia: esso è senza dubbio dovuto allo stesso Giovanni Sarisberiense, il quale, discorrendo, in quella parte del suo libro, della epistola indirizzata da Plutarco a Trajano, e del buon reggimento degli stati, trovò opportuno d'insistere alquanto più sulla virtù capitale del principe, che è la sollecita amministrazione della giustizia. Quanto al rimanente del racconto Gaston Paris crede che Giovanni Sarisberiense l'abbia composto traendone gli elementi, così dal racconto di Paolo, come da quello di Giovanni[19]. Ma su ciò si può muovere un dubbio. Giacchè Paolo e Giovanni derivano da una fonte comune i loro racconti, non avrebbe potuto da questa medesima fonte derivare il suo Giovanni Sarisberiense? Sarebbe così più semplicemente spiegato il fatto dei riscontri di concetti e di parole che Gaston Paris viene notando. Ai tempi in cui Giovanni Sarisberiense scriveva è molto probabile che in qualche chiesa d'Inghilterra si conservassero ancora le relazioni antiche a cui Giovanni Diacono accenna, per modo che non fosse necessario ad uno scrittore inglese l'andare ad attingere in libri di stranieri la notizia del miracolo; e d'altra parte mi ripugna di ammettere che l'autore del Policratico, uso a conversare coi classici, volesse torsi la briga di confrontar fra di loro due scritture quali sono quelle di Paolo e di Giovanni, e studiarsi di scegliere in ciascuna di esse le parole che meglio gli si affacevano.

Se alcuni tra i narratori che vengono dopo si attengono alla versione di Giovanni Diacono[20], come fanno, fra gli altri, l'autore degli Annales Magdeburgenses[21], Giovanni Bromyard[22], Teodoro Engelhusio[23], Gotofredo da Viterbo[24], il numero di coloro che seguitano la versione di Giovanni Sarisberiense è di gran lunga maggiore. Quella per contro di Paolo Diacono ebbe pochi seguaci, benchè lo scritto che la contiene fosse conosciutissimo. Tuttavia da essa par che tragga principio quanto in alcuni racconti di tempo posteriore si narra di un castigo toccato a San Gregorio, poichè di un castigo sì fatto Giovanni Diacono e Giovanni Sarisberiense non dicono parola. La narrazione di Paolo è inoltre recata per intero da Bonino Mombrizio nella Vita Sancti Gregorii papae, la quale fa parte del suo Sanctuarium. Il racconto di Giovanni Sarisberiense fu da Elinando inserito nella sua cronaca, d'onde Vincenzo Bellovacense lo recò nello Speculum historiale[25]. Gli è probabilmente dopo essere entrata in questa celebre compilazione, e per suo mezzo, che la leggenda ottenne maggiore diffusione ed entrò nel numero delle finzioni più famose del medio evo. Dalla cronaca di Elinando, o dallo Speculum di Vincenzo, passa la favola nel Fiore di filosofi, attribuito contr'ogni ragione a Brunetto Latini[26], e poi dal Fiore passa nel Novellino[27]. L'autore del Dialogus creaturarum che, come Dante, pone il fatto di Trajano fra gli esempii di umiltà, cita, (cap. LXVIII), per una delle due versioni che reca, Elinando: Helinandus in gestis Romanorum narrat. Venuto in sulla prima balza del monte del Purgatorio Dante trova una ripa di marmo candido e adorno, dove sono con arte mirabile intagliati alcuni solenni esempii di umiltà, e con la scena dell'Annunziazione, e con quella di Davide danzante davanti all'arca santa, quella ancora di Trajano e della vedova. I versi impareggiabili in cui tale scena è ritratta, benchè cogniti a tutti, vogliono essere riportati per intero.

Quivi era storïata l'alta gloria

Del roman principato, il cui valore

Mosse Gregorio alla sua gran vittoria:

Io dico di Traiano imperadore;