[688]. Ticini incolae semper a maioribus traditum constanter asseverant Severinus, cum regius spiculator laetale vulnus intulisset, utraque manu divulsum caput sustinuisse, interrogatumque a quonam se percussus existimaret, ab impiis respondisse; atque ita cum in vicinum templum venisset, et flexis genibus ante altare sacra percepisset, post paulum expirasse. Extinctus divinos honores a nostris consecutus est, quod pro catholicis contra perfidiam Arrii mortem sustinuerit.
[689]. Epistol. l. 1, 45.
[690]. Chronicon, l. III, c. 10, ap. Canisius, Lectiones antiquae, ed. del Basnage, t. II, parte 1ª, pag. 191.
[691]. De bello gothico, I, 1.
[692]. Dialog., l. IV, c. 30.
[693]. Fra questi ripetitori mi basterà di ricordare Roderico arcivescovo di Toledo (Ostrogothorum historia, c. IV, ap. Schott, Hispania illustrata, v. II, p. 150); Historia miscella, 103; Spicilegium Ravennatis Historiae, ap. Murat., Script., t. I, parte 1ª, p. 577; Galvagno Fiamma, Manipulus Florum, c. LI; Kaiserchronik, v. 14183-94; Ottone di Frisinga, Chronicon, l. V, c. 3; Libro de los enxemplos, XLIII; Hans Sachs, Boecii, des christlichen philosophi und poeten history.
[694]. Dice il Mone a tale proposito (Die Sage vom Pilatus, Anzeiger für Kunde der teutschen Vorzeit, 1835, col. 423): «Queste leggende senza dubbio derivano da miti dell'antichità, e cioè da quelli di Tifone oppresso dall'Etna, e dei Titani sepolti nel Tartaro; per la qual cosa anche del monte di Pilato si dice che un tempo vomitasse fiamme». Io non credo che bisogni rimontar tant'alto. La credenza comune nel medio evo che i vulcani fossero bocche dell'inferno basta a dar ragione di quelle leggende, e tale credenza in tempi d'ignoranza e di superstizione è così ovvia e così naturale che non fa mestieri di appoggiarla alla tradizione classica. Alberico delle Tre Fontane dice parlando dell'Etna:...... «olla Vulcani de Sicilia, ad quam morientium animae damnatorum ad comburendum, ut saepe probatum est, quotidie pertrahuntur». In una storia narrata da Pier Damiano, e riferita dal Passavanti (Specchio della vera penitenza, dist. III, c. 3) una vampa che esce dall'Etna è considerata quale segno della prossima morte di un grande che sarà dannato. Più di un riscontro con la leggenda di Teodorico, quale è narrata da Gregorio Magno, presenta la leggenda di re Dagoberto (m. nel 638) riferita da parecchi, e tra gli altri da Aimoino, monaco di Fleury, sul finire del X secolo. (De gestis Francorum, l. IV, c. 34, ap. Bouquet, Recueil des historiens de la Gaule, t. III, p. 135). Si narra in essa che Ansoaldo, vescovo di Poitiers, tornando di Sicilia, approdò ad una piccola isola, di cui non si dice il nome, ma che assai probabilmente è quella medesima isola di Lipari che figura nel racconto di Gregorio Magno. Dimorava quivi un santo eremita per nome Giovanni, il quale narrò al vescovo come una volta egli, mentre giaceva immerso nel sonno, fosse destato da un vecchio, il quale gli disse che in quel giorno medesimo re Dagoberto era morto, e gli raccomandò di pregare per l'anima dell'estinto. Quando ebbe ciò fatto, il solitario vide venir pel mare una barca piena di demonii, che ne portavano l'anima di Dagoberto ai Vulcania loca; ma in quella appunto, avendo il re invocato in suo ajuto San Dionisio, San Maurizio, e San Martino, questi santi scesero folgoreggiando dal cielo, liberarono il prigioniero dalle mani dei diavoli, e seco lo levarono in cielo. V. altre storie affini narrate da Cesario di Heisterbach nel Dialogus miracolorum, dist. XII, c. 7, 8, 9, 13; v. anche Happel, Relationes curiosae, v. II, p. 143.
[695]. Cod. cit., f. 145 r., col 2ª.
[696]. V. P. E. Mueller, Sagabibliothek, Kopenhagen, 1817-20 v. II, p. 289 segg.; Saga Thidreks konungs af Bern, udgivet af C. R. Unger, Cristiania, 1855. Cf. W. Grimm, Die deutsche Heldensage, Gottinga, 1829, p. 39.
[697]. St. 131-2: