Che anche intorno a Cicerone si sarebbe potuto formare, qualora non fossero mancate le condizioni favorevoli al suo nascimento, una leggenda meravigliosa simile a quella di Virgilio, è provato da quanto Giovanni Boccaccio racconta di certa fonte che scaturiva in prossimità di Pozzuoli, e conservava ancora al suo tempo il nome di fonte di Cicerone, le cui acque si stimavano efficaci contro il mal d'occhi[487]. Se il grand'oratore avesse avuto il sepolcro in alcuna città illustre, e se questo sepolcro fosse stato conosciuto e celebrato come la fama di tant'uomo chiedeva, gli è assai probabile che ancor egli avrebbe cominciato ad assumere nella fantasia popolare qualità di protettore e di taumaturgo, comechè poi, per far difetto certe altre condizioni, potesse la leggenda rimanersi chiusa entro limiti assai meno larghi che non sien quelli della leggenda di Virgilio[488].

Il medio evo, non solo narra degli scrittori latini molte favole, ma attribuisce anche la qualità di scrittore a chi non l'ebbe, come mostra l'esempio di Catone l'Uticense. Catone godette in quella età della più alta riputazione di virtù e di saviezza. Angilberto detto Omero, volendo fare un grand'elogio di Carlo Magno, dice:

Inclyta nam superat preclari dicta Catonis;

e infinite altre volte si vede Catone preso a termine di confronto parlandosi di uomini saggi e virtuosi[489]. In alcune redazioni del romanzo dei Sette Savii egli è uno di questi, e Guiraut de Borneil, in quella sua pazza poesia che comincia Un sonet fatz malvatz e bo, dice di sè stesso:

Detorn mi vai e deviro

Foudatz, e sai mais de Cato;

nei quali due versi, come anche negli altri di quella poesia, è da notare che il poeta si studia di venir affrontando fra di loro le cose più disparate e i concetti più antitetici che gli cadessero in fantasia, e che non si poteva immaginare un contrasto maggiore di quello che nasceva dal raffronto della pazzia con la proverbiale sapienza catoniana.

Catone si trova citato in iscritture d'ogni maniera, non solo insieme con gli altri autori pagani, ma ancora insieme coi libri sacri, coi profeti, con gli scrittori ecclesiastici, e sempre come autorità di prim'ordine[490]. Si esagera al solito il suo sapere, e si fa di lui l'uomo più dotto de' tempi suoi[491], e alla sua gran dottrina e alla sua gran virtù[492] si danno più lodi assai che non al suo valore guerriero[493]. La sua riputazione si fondava in parte su quanto di lui narravano le istorie, ma molto più si fondava su quei famosi distici morali, creduti universalmente opera sua.

Chi sia il vero autore di questi distici non è noto. Le varie attribuzioni che se ne fecero a Catone il Censore, a Cicerone, a Seneca, ad Ausonio, a un Dionisio Catone forse non mai esistito, sono tutte arbitrarie. Certo si è che dell'Uticense non sono, e che non fossero, già da qualcheduno si dubitava sino dal XII secolo[494]. Composti probabilmente nel IV[495], essi furono intitolati col nome di Catone, non perchè questo nome dovesse essere creduto da altri quel dell'autore, ma perchè esso parve titolo confacente all'argomento morale del libro, senza che si possa dire quale dei due Catoni più noti avesse in mente chi così lo intitolava. Scambiare il titolo pel nome dell'autore era errore assai facile nel medio evo, e poichè dei due Catoni, l'Uticense, ricordato nella Farsaglia, nelle istorie romanzesche di Giulio Cesare, nelle cronache, si conosceva assai più che non il Censore, era naturale che non a questo, ma a quello si attribuisse l'opera[496]. E a togliere di mezzo ogni dubbio, in parecchie delle traduzioni che se ne hanno in varie lingue volgari, si dà un cenno della vita del supposto autore, si dice come fosse rivale di Cesare, e come per non patire la costui tirannia si togliesse la vita[497].

Pochi libri ebbero nel medio evo, e anche dopo, la diffusione e la celebrità dei Distici. Lo provano anzi tutto gl'innumerevoli codici, alcuni dei quali dell'VIII, IX e X secolo, poi le infinite versioni che se ne fecero in tutte le lingue d'Europa. Si voltarono in versi latini rimati[498], si parafrasarono in greco[499]; Filippo da Bergamo vi fece sopra una moralizzazione intitolata Speculum regiminis, Erasmo li commentò. Già nell'XI secolo Notker ne faceva una traduzione tedesca. Da Isidoro di Siviglia[500] ad Alcuino[501], da Alcuino ad Abelardo[502], innumerevoli scrittori ne parlano, li citano, li lodano. Poi vengono le imitazioni, il Cato novus, il Cato interpolatus, l'Ethica Ludulphi, il Facetus, il Novus Catho moralisatus[503], i Chastimens francesi, il Winsbeke tedesco, ed altre simili scritture. I Distici, che il giullare doveva conoscere al paro dei poemi cavallereschi e delle belle canzoni d'amore[504], facevano testo in materia di morale, e godevano di molto favore nelle scuole[505], d'onde solamente nel passato secolo cominciarono ad essere banditi. Strano davvero che tal sorte dovesse toccare fra genti cristiane, e in tempi di massimo fervore religioso, al supposto libro di un pagano, il quale, per giunta, si era tolta di propria mano la vita[506].