Nel Livre du Chevalier de la Tour Landry[507], si narra in relazione coi Distici una curiosa storia, la quale tuttavia non mette conto di qui riferire minutamente. Catone «qui fut si saige qu'il gouverna toute la cité de Romme, et fist moult d'auctoritez, qui encore sont grans memoires de lui», è presso a morte. Egli aveva, già da tempo, composto pel figliuolo Cathonet il suo libro famoso di ammaestramenti morali, ma in quel punto volle dargli tre altri consigli molto importanti. Cathonet, benchè sapientissimo, e in tutto degno del padre, non osservò i primi due, e volendo provare il terzo, fa nascere parecchie avventure nelle quali è involto. Il tutto dimostra sempre più la saviezza di Catone[508].

Gli è curioso che nei romanzi dove si celebra sommamente Giulio Cesare anche di Catone si facciano moltissime lodi. A ciò forzava la Farsaglia, conosciutissima e tenuta in gran conto. Giovanni di Tuim in un luogo della sua Istoria dice che Pompeo, Marcello e Catone si opposero a Cesare per grande invidia che gli portavano[509], ma altrove usa tutt'altro linguaggio: «Catons, ki mout estoit de grant cuer et ki mout amoit a garder honour ne desous autrui ne deignoit iestre et haoit si Cesar pour le francisse des Rommains k'il voloit abatre et abatoit a son pooir»[510]. E narrata la morte di quel grande amico di libertà, riporta i lamenti che ne fecero i suoi seguaci e le lodi con che lo celebrarono[511].

Tuttavia, sebbene della fine di Catone si narrasse generalmente il vero, pure anche intorno ad essa corse qualche favola, di cui è difficile indicare la origine. Così nel Novellino[512] si riporta un lamento contro la Fortuna, il quale Catone fece stando in carcere, e ciò che lo stesso Catone disse parlando in nome di essa Fortuna. Nel Fiore di filosofi poi, riportate alcune massime di Catone, si dà questa veramente strana notizia: «Cato, pensando che l'anime sono perpetue, per rincrescimento di due quartane sè medesimo uccise per trovare migliore vita». D'onde l'autore del Fiore abbia tratto questa peregrina notizia non so, ma essa si legge anche in un trattato latino De vita et moribus philosophorum[513]: «Catho Marchus Portius stoicus philosophus et poeta latinus claruit Rome Virgilii tempore..... Hic animas esse perpetuas existimans tandem tedio duplicis quartane seipsum occidit ut meliorem vitam inveniret». Ranulfo Higden attribuisce il fatto al famoso retore Marco Porcio Latrone, maestro di Ovidio, e amico di Seneca[514].

Nei Distici morali Catone appar già quasi cristiano; ma per questo rispetto la trasformazione piena non avviene, come tutti sanno, se non nella Commedia di Dante, dove il filosofo pagano, violento contro a se stesso, è preposto alla guardia delle anime purganti, e serbato, dopo l'universale giudizio, alla gloria eterna del paradiso. Ogni qual volta parla di Catone Dante usa parole di massimo rispetto. Nel De Monarchia[515] loda il suo amore ardentissimo di libertà, che lo indusse a sottrarsi con la morte alla servitù; nel Convito lo pone fra coloro che ebbero alcuna luce della divina bontà, aggiunta sopra la loro buona natura[516], e prorompe in queste parole: E quale uomo terreno più degno fu di significare Iddio che Catone? Certo nullo[517]. Queste ultime parole sono molto importanti, giacchè in esse non si fa nessuna eccezione nemmeno per i Padri della Chiesa e per i Santi. L'ammirazione di Dante era sorretta da quella di tutta l'antichità. Cicerone, Sallustio, Orazio, Seneca, Lucano, Floro, Valerio Massimo, Manilio, tributano a Catone le più gran lodi; Lattanzio lo considera come il capo della sapienza romana. Descrivendo nel l. VIII dell'Eneide lo scudo preparato da Vulcano per Enea, Virgilio dice che tra le molte figure che lo fregiavano vi si vedevano pure le anime dei giusti governate da Catone:

Secretosque pios; his dantem jura Catonem[518].

Le lodi degli antichi e l'esempio di Virgilio debbono certamente aver contribuito a far sì che Dante eleggesse Catone a così grave e nobile officio[519]; ma è da altra banda indubitato, che questi aveva per lui un valore essenzialmente simbolico, a cui l'antichità non poteva pensare. Catone che, per amore di libertà, rinunzia alla vita, simboleggiava assai bene l'anima, che per riacquistare la perduta innocenza, la quale è vera libertà di contro alla servitù del peccato, rinunzia al mondo, o penando si purga; e però non gli si disdiceva l'esser fatto custode del Purgatorio, dove appunto, con rientrare nella divina grazia, le anime riacquistano la libertà perduta[520]. Dante non dice in nessun luogo che Catone avesse presentito la verità del cristianesimo, e fosse stato cristiano in anticipazione come Rifeo, nè che fosse tornato in vita come Trajano per ricevere il battesimo. Virgilio quando prega l'austero custode di gradire la venuta del poeta peregrinante, non gli dice se non:

Libertà va cercando, ch'è sì cara,

Come sa chi per lei vita rifiuta.

Tu il sai; che non ti fu per lei amara

In Utica la morte, ove lasciasti