La veste che al gran dì sarà sì chiara[521].
Una cosa pare non avvertisse Dante, ed è che, combattendo per la libertà, Catone faceva contro a quell'impero che la Provvidenza aveva contemplato e voluto.
Non meno di Catone fu celebre nel medio evo Seneca. Le sue Naturales Quaestiones, erano assai conosciute, e se ne giovavano quanti scrivevano di cose naturali; più conosciute ancora erano le opere sue di morale, e, in fatti, egli figura allora essenzialmente come moralista. Dante non lo chiama altrimenti che Seneca morale, e morall Senec lo chiama Giovanni Lydgate[522]. Alano de Insulis dice di lui nell'Anticlaudiano:
More suo Seneca mores ratione monetat
Optimus excultor morum, mentisque colonus[523].
Seneca è citato più spesso ancora di Cicerone e di Catone, e in certe scritture ricorre a ogni passo. Veggansi, per un esempio, il Giardino di Consolazione di Bono Giamboni, il Liber consolationis et consilii di Albertano da Brescia, la Summa de arte praedicatoria di Alano de Insulis. Ma già sino dall'anno 567 negli Atti del secondo Concilio di Tours si citava come di Seneca una sentenza che negli scritti suoi non si trova e che solo si rinviene in quel Liber de moribus falsamente a lui attribuito, e tanto caro all'età di mezzo, nel quale con molte massime tolte allo scrittore latino, molte ancora ne sono che non gli appartengono. Nel secolo XIV Landolfo, arcivescovo di Amalfi, cita, insieme coi Santi Padri e con gli scrittori ecclesiastici, anche Seneca nelle sue postille agli Evangeli[524]. Da molti egli era tenuto più gran filosofo che non Platone ed Aristotile, e ciò non solamente in Ispagna, dove tale opinione era suggerita in qualche modo dall'amor di patria[525], ma anche altrove. Il Petrarca, il quale indirizzò a Seneca una delle sue epistole famigliari[526], e affermò che Plutarco non aveva trovato nessuno da porgli a riscontro, non la pensava altrimenti. Le sentenze tratte da Seneca empiono quasi mezzo il libro intitolato Floresta de los philòsophos, che Fernan Perez de Guzman compose nella prima metà del XV secolo. Un poemetto provenzale di insegnamenti morali, composto probabilmente nella seconda metà del XIII, in un codice della Biblioteca dell'Arsenale in Parigi è intitolato: Aysso es le libre de Senequa[527]; e sotto il titolo di Seneca Leren va un dialogo olandese di 780 versi, nel quale un padre ammonisce ed ammaestra il figliuolo che si lamenta della propria sorte[528]. Seneca era dunque tenuto uno dei maggiori sapienti dell'antichità; in certa novella[529] si narra come i Romani commettessero a Seneca di rispondere agli ambasciatori dei Galli che cercavano di essere dispensati dal tributo, storia che abbiamo già veduto narrata di Socrate. A titolo di stranezza sia qui ricordato che Seneca è fatto contemporaneo di Avicenna, di Averroe e di Algazel nella Virgilii Cordubensis philosophia[530].
Gli scritti autentici di Seneca, nei quali si vede professata una filosofia tutt'altro che repugnante al cristianesimo, anzi molte volte con questo pienamente conciliabile, sarebbero forse bastati di per sè soli a far nascere nel medio evo la credenza che anche questo scrittore latino fosse stato cristiano, o almeno in intima relazione coi cristiani e informato delle loro dottrine, se già l'antichità non avesse immaginata una tal favola, e prodottine i documenti in una serie di epistole che si supposero scambiate fra il filosofo maestro di Nerone e l'apostolo delle genti San Paolo. In esse il filosofo e l'Apostolo apparivano legati dai vincoli di una sincera e salda amicizia, e quegli, se non faceva esplicita professione di fede cristiana, si mostrava grande ammiratore di questo, e molto benevolo ai seguaci di Cristo, e cristiano insomma nell'animo. Queste epistole esistevano già, ed erano anzi molto diffuse nel IV secolo, secondo prova la testimonianza di San Gerolamo, la più antica che intorno ad esse siaci pervenuta. San Gerolamo, non solo non dubita della loro autenticità, ma per esse solamente s'induce a introdurre nel suo catalogo degli scrittori e dei santi anche il filosofo di Cordova, al che l'opere certe di costui non l'avrebbero mosso[531]. Pochi anni dopo Sant'Agostino ricorda anch'egli quelle epistole, ma per incidente, e con notabile noncuranza[532]; e che egli le tenesse apocrife lascia intendere abbastanza un luogo del De Civitate Dei[533], dove Seneca è giudicato molto severamente. Se a queste due si aggiunge la testimonianza contenuta nella relazione apocrifa della morte dei santi Pietro e Paolo, la quale va sotto il nome di S. Lino papa, e che, almeno nella redazione in cui è sino a noi pervenuta, si palesa certamente posteriore a San Gerolamo, il novero delle testimonianze antiche concernenti il supposto carteggio di Seneca e di San Paolo, è interamente esaurito, e per più secoli non se ne trovano altre. In questa apocrifa scrittura si dice che l'institutore dell'imperatore (Seneca non si nomina per proprio nome) fu legato di amicizia con San Paolo, in cui vedeva essere scienza divina, e tanto aveva cara la conversazione di costui che quando non poteva altrimenti, conversava con esso per lettera, e si aggiunge che di alcuni scritti dell'apostolo diede lettura all'imperatore[534].
Come si vede, nell'antichità cristiana, del cristianesimo di Seneca e dell'autenticità delle epistole di costui o di San Paolo, non sono molti, nè molto fervidi sostenitori. Non più così nel medio evo, dove la favola improvvisamente riapparsa, dopo essere stata (così è forza credere) lungamente obliterata, acquista universale credenza e notorietà senza pari. Freculfo è il primo, per quanto le indagini hanno sinora mostrato, che nel IX secolo ne faccia novamente ricordo; ma poi essa si ritrova nella più parte dei cronisti e in infiniti altri scrittori, come, per citarne alcuni, in Onorio d'Autun, in Ottone di Frisinga, in Pietro Comestore, in Giovanni Sariberiense, in Tolomeo Lucense, in Luca di Tuda, in Vincenzo Bellovacense, in Martino Polono, in Sant'Antonino, in Pietro de Natalibus, in Gualtiero Burley[535]. E tanto più il medio evo doveva essere disposto ad ammetterla in quanto che si credeva che San Paolo avesse lungamente viaggiato per conoscere i più gran savi![536]. In sul limitare del Rinascimento il Boccaccio credeva ancora che Seneca fosse stato cristiano[537]; ma già il Petrarca, che pur giudicava autentiche le epistole, aveva espresso contraria opinione[538], e Dante, com'è noto, pone il filosofo tra i pagani illustri nel Limbo. Se non che questa era l'eccezione. Abelardo affermava Seneca aver confessato che il distributore di tutti i beni è lo Spirito Santo[539], e Giovanni Sarisberiense si sdegnava contro coloro che non veneravano Seneca nel debito modo[540]. Pietro di Cluny inseriva un passo del carteggio del filosofo e dell'apostolo nella sua lettera ad Petrobrusianos, e Giacomo di Magne ne trascriveva una parte nel suo Sophologium. Vi fu persino chi giunse a fare del maestro di Nerone uno dei settantadue discepoli. Così la favola, promossa dalla universale credenza, andava ingrossando.
Ma le epistole che noi possediamo, e che, prese in complesso, sono un'assai povera e sciatta cosa, sono esse quelle medesime di cui fanno ricordo San Gerolamo e Sant'Agostino?[541] e se sono, come si spiega che un uomo della levatura e del sapere di San Gerolamo le scambiasse per autentiche, mentre la falsità loro è per tal modo evidente che coloro stessi i quali tuttavia stimano di poter credere al cristianesimo di Seneca, e all'amicizia sua e di San Paolo, negano recisamente che esse sieno opera di questi due uomini? La questione fu molto dibattuta, e sino a questi ultimi tempi i critici che vi si cimentarono si divisero sistematicamente in due partiti, l'uno, di coloro che negavano le epistole sino a noi pervenute essere quelle stesse già divulgate nel IV secolo, l'altro, di coloro che affermavano invece essere quelle medesime appunto. Ma ultimamente un critico tedesco, Eugenio Westerburg, mostrò che tra queste due opinioni poteva aver luogo una terza, e provò, in modo da levare ogni dubbio (cosa che non s'intende come prima di lui non fosse già caduta in mente a qualcuno) che le quattordici epistole formanti il famoso carteggio non sono una produzione sola, ma bensì due diverse produzioni, separate da un intervallo di parecchi secoli[542].
Io non posso qui tener dietro alla sua discussione, e mi basterà di recarne in breve le conclusioni. Le quattordici epistole si sceverano in due gruppi, uno minore che comprende quelle segnate coi numeri X, XI, XII, l'altro maggiore, che comprende tutte le altre. Tra questi due gruppi appare grande diversità, così di sostanza come di forma. Nel primo (ep. XII) Seneca si mostra invelenito contro Nerone, il persecutor dei cristiani, l'incendiario di Roma, e, sebbene non lo nomini, lo dice destinato all'inferno; nel secondo Seneca è amico di Nerone, e questi ammira certe lettere di San Paolo, lettegli dal filosofo. Le epistole del primo gruppo sono datate ed esattamente datate, salvo un leggiero errore, che forse non è originale; quelle del secondo non sono, ad eccezione delle ultime due, dove è indicata una coppia consolare non mai esistita. Finalmente la latinità delle epistole formanti il primo gruppo, è assai migliore di quella delle epistole formanti il secondo. Le tre epistole del primo gruppo sono avanzo del carteggio primitivo, conosciuto da San Gerolamo e da Sant'Agostino, le undici del secondo sono un carteggio nuovo, e questo, trovandosi in esso (ep. IX) citato, col titolo di liber de verborum copia, la Formula vitae honestae di Martino Dumiense, morto il 580, deve essere stato composto non prima del VI secolo. Senonchè, notandosi che la favola non ricomparisce se non nel IX, gli è probabile che il carteggio sia stato composto solamente ai tempi di Carlo Magno.