Non una dunque, ma due falsificazioni letterarie si ebbero, alle quali porse argomento la presunta amicizia di Seneca e di San Paolo, la seconda provocata dalla prima, dopochè questa, per ragioni a noi ignote, fu mutilata della sua maggior parte e rimase lungamente, sembra, del tutto dimenticata. Ma quale la ragion prima, quale la fonte delle finzioni che si contengono in esse? Parlando della più recente il Westerburg mostra come assai probabilmente essa faccia capo, insieme con la Passio Petri et Pauli, ad uno scritto, o andato perduto, o non ancora disseppellito, in cui tendenze ebionitiche, avverse a San Paolo sarebbero state mitigate da uno spirito gnostico e conciliativo[543]. È noto chi fossero gli Ebioniti, e quale contegno ostile assumessero di fronte all'apostolo delle genti, il quale, mentre essi tenevansi stretti alla tradizione giudaica, da questa tradizione si scostava, e pareva voler procacciare una conciliazione della filosofìa coll'Evangelo, e della coltura etnica con le tendenze della nuova fede. In origine, il Simon Mago della leggenda altri non è che San Paolo, di cui si vuole sfatare il nome a fronte di San Pietro. Gli è pertanto assai ragionevole il credere che la favola dell'amicizia di Seneca e di San Paolo sia stata immaginata fra gli Ebioniti, per far nascere sospetto sulla fede e sulla onestà di costui, e in questa favola primitiva, non solo con Seneca, ma con Poppea ancora, e con lo stesso Nerone, l'apostolo doveva apparire strettamente legato. In essa certo si manifestava lo spirito ostile che l'aveva provocata. Nel carteggio più recente di tale spirito non è rimasto vestigio; ma San Paolo vi si mostra ancora famigliare ed amico dell'imperatrice, designata col nome di domina, e Nerone, se non più come suo protettore, vi figura almeno come suo ammiratore. L'ipotesi del Westerburg è dunque, per quanto concerne questo secondo carteggio, molto plausibile; ma io non credo si possa più dire altrettanto quando l'autore vuole applicarla pure al carteggio più antico, facendo anche questo di origine ebionitica. Anzi tutto il frammento che c'è n'è rimasto è troppo scarso perchè si possa fare sicuro giudizio dell'indole sua; in secondo luogo l'indole che in questo frammento ci si manifesta è, come ho notato, a dirittura contraria a quella che mostra il carteggio più recente. Quivi Seneca ha in odio Nerone, e San Paolo non si vede avere con la corte di costui sospette relazioni. Senza escludere dunque nemmeno in questo caso la possibilità di una remota origine ebionitica, meglio che non nell'altro dissimulata da una successiva elaborazione del tema tradizionale, si deve dire che nulla forza ad ammettere una origine così fatta, e lasciare aperto l'adito ad un'altra congettura, la quale facesse nascere la finzione da uno spirito non ostile in nessun modo a S. Paolo, e da quella generale tendenza, di cui abbiamo già veduto altri effetti, a convertire a dirittura, o a far inclinare al cristianesimo i pagani più illustri. Tertulliano e Lattanzio notarono negli scritti di Seneca non pochi pensieri e non poche massime che molto bene si accordano con la fede; era pertanto cosa naturalissima che qualcuno tentasse di raccostare vie maggiormente a questa fede il filosofo, e facesse nascere la opinione che il meglio della dottrina di costui, non era se non frutto degli ammaestramenti di un apostolo di Cristo. E può darsi ancora che le epistole sieno state immaginate e scritte con l'intenzione di mostrare tra il filosofo e l'apostolo un'amicizia di tutt'altro carattere che quella non fosse di cui andavano forse calunniosamente favoleggiando gli Ebioniti.
Non è da meravigliare se ad uno scrittore generalmente tenuto in conto di cristiano si volle nel medio evo attribuire qualche opera che, meglio di quelle da lui veramente composte, recasse l'impronta della dottrina cristiana. Così è che noi vediamo andare sotto il suo nome quel trattato delle quattro virtù cardinali, altrimenti detto Formula honestae vitae, che si conosce essere opera di Martino Dumiense. Brunetto Latini, Albertano da Brescia, lo stesso Boccaccio, altri moltissimi, ne lo tenevano autore[544], mentre altri gli attribuivano un trattato De documentis et doctrinis e una raccolta di proverbii dove sono in gran numero detti e sentenze tratti da scrittori cristiani.
La morte di Seneca è ricordata da tutti i cronisti, non senza favole, come si può di leggieri immaginare. Essa era uno dei maggiori delitti imputati a Nerone. Nel IX secolo il vescovo Modoino, ricordando in una lettera consolatoria a Teodulfo molti esempii d'illustri infelici, ricorda anche Seneca:
Vulnera saeva suo fertur sumpsisse tyranno
Seneca precipuus caede Neronis obiit[545].
La ragione che da parecchi si dava della sua morte è abbastanza curiosa. Nerone, diventato imperatore, ricordando le battiture ricevute da Seneca quand'era fanciullo, concepisce contro il maestro odio implacabile, e volendo di lui sbarazzarsi gli lascia solo la scelta della morte. Seneca si fa aprire le vene in un bagno. Così narrano Vincenzo Bellovacense[546], il Königshofen, altri. Hermann von Fritslar racconta invece che Nerone fece morir Seneca per invidia, essendo questi dalla gente stimato più savio di lui[547]. Nel Roman de la Rose, si legge una ragione molto più strana: Nerone fa morire il maestro perchè non vuole più fargli riverenza, e dal fargliela non può più trattenersi, tanta è, sino dalla infanzia, la forza dell'assuefazione[548]. L'autore dell'Aquila volante, dice che Seneca rimproverava continuamente a Nerone l'uccision della madre, «unde lo imperatore turbato contro Seneca lo fece anegare nel veneno». Nella Cronica degli imperatori romani si dice semplicemente[549]: «..... seneca de Cordubia pare de lucan poeta commandador de Neron, de vita e de scientia preclaro, per salassadura de vena per caxon de veneno per commandamento de Neron si morì». Altrove la storia si ha più complicata. Nerone dà facoltà a Seneca di scegliere l'albero a cui dev'essere impiccato, poi lo minaccia, o lo fa minacciare con una spada ignuda, finalmente gli concede la morte nel bagno. Così si narra nella Leggenda aurea[550] e nel Grosse Passional[551]; così ancora da Giovanni d'Outremeuse[552]: nell'Aquila volante anche questa versione è indicata. Enenkel racconta che Nerone, forzato che ebbe Seneca a morire, fece abbacinare il figliuolo di costui[553]. La morte del filosofo si trova narrata inoltre nel Novellino[554]. Giacomo da Voragine, il quale ha la smania delle etimologie, nota: «et sic quodam praesagio Seneca nomen habuit quasi se necans, quia quodammodo licet coactus manu propria se necavit». Non mancò finalmente chi anche nella morte del pagano filosofo volle avere le prove della cristianità di lui. Nella sua grande opera De scriptoribus latinis, inedita la più gran parte, Secco Polentone, racconta che Seneca, essendo nel bagno, invocò Cristo sotto il nome di Giove liberatore, si battezzò da se stesso, e compose pel suo sepolcro un epitafio che faceva chiara testimonianza della sua fede; Hans Sachs narra anch'egli di questo battesimo[555].
Volgiamoci ora a qualcuno dei poeti che, dopo Virgilio ebbero maggior fama nel medio evo.
Orazio parrebbe non aver dovuto molto gradire a quella età, e pure, non solo egli è assai conosciuto, ma è anche molto stimato, principalmente per le sentenze morali. Alcuino si fregiava del nome di Flacco. In un luogo della Vita di Sant'Adalardo, Pascasio Radberto afferma che Virgilio, uso a farsi bello dell'altrui, rubò un verso ad Orazio, il quale era molto di lui più antico. Nell'Ecbasis Captivi, composta nel X secolo, si hanno come ho già notato, più di 250 versi tolti di peso al Venosino. Uno scrittore di quel medesimo secolo, il quale probabilmente del poeta non conosceva altro che una raccolta dei soliti Flores, lo chiama con nome in vero assai strano, quasi monachus[556]. Eccoci già sulla via della conversione, o a dirittura della santificazione, via non facile a correre in compagnia dell'autore di certe odi e di certe satire. Ma lo stesso Giovanni Sarisberiense, che lo conosceva assai bene, lo chiama col nome di ethicus, col quale chiama anche Giovenale, e del resto si han le prove in mano che alcuna delle odi amorose del poeta fu cantata da monaci con accompagnamento di melodie sacre[557]. Abelardo pone Orazio tra i filosofi pagani citati dai dottori della Chiesa. I versi famosi del poeta dove è descritta la Morte, che indifferente picchia alla porla dei palazzi come a quella delle capanne, dovevano molto andare a genio a una età costantemente preoccupata del pensier della morte. Notker già li ricorda nel secolo IX:
ut cecinit sensu verax Horatius iste,
caetera vitandus lubricus atque vagus: