L'Ars amandi fu tradotta in tutte le lingue. In Francia essa fu tradotta e imitata più volte[610], e primo a tradurla fu nel XII secolo Chrestien de Troies, che diede pure una versione dei Remedia amoris, secondochè si rileva dalla sua stessa testimonianza[611]. Una versione italiana dei Remedia fu fatta da Andrea Lancia nel secolo XIV[612], e di quel medesimo secolo forse è anche una versione anonima dell'Ars amandi, stampata la prima volta dal Riessinger in Napoli[613]. I Remedia si ritrovano, abbreviati, in un poema francese del secolo XIV, intitolato Les èchechs amoureux[614], e molti degli ammaestramenti amatorii del poeta metteva in una specie di fabliau un tal Guiart[615]. Le citazioni da tutti i libri amatorii sono innumerevoli. Veramente parrebbe che il medio evo, il quale escogitò quella sottilissima, e diciam pure fastidiosissima metafisica dell'amore che tutti sanno, non dovesse trovar troppo di suo gusto quei libri, fatti assai più in servigio della pratica che della teorica; e pure i corali amadori e le donne fine se ne beavano. In un poemetto olandese di Florio e Biancofiore, composto da Dideric van Assenede nel XIV secolo, si dice che i due giovani innamorati leggevano l'arte amatoria di Ovidio[616], e lo stesso si dice in una versione islandese in prosa di quella storia celeberrima[617], e nel Filocopo del Boccaccio.
Delle altre opere del poeta, tutte anch'esse molto conosciute, tralascio di parlare: noterò solo che nei Mirabilia i Fasti sono indicati col nome strano di Martyrologium Ovidii de Fastis.
Grande era dunque la riputazione di Ovidio; ma non poteva essere, da altra banda, che la molta disonestà dei suoi libri non desse argomento di avversione e di biasimo a parecchi. Sebbene più di un poeta cristiano dei primi secoli lo avesse, senza scrupoli, imitato quanto alla forma, la sostanza de' suoi versi repugnava troppo alla coscienza cristiana. Dice Sant'Isidoro nel trattato De summo bono che il poeta pagano che più si deve fuggire è Ovidio: vero è che nemmen egli si tiene dal citarlo spesso. Così Cristina di Pisan, che pure nella sua epistola au dieu d'amour si giova con frequenza dell'Arte amatoria[618], raccomanda al proprio figliuolo di non leggere nè il Roman de la Rose, nè quella:
Se bien veulx et chastement viure
De la Rose ne lis liure,
Ne Ouide de l'Art d'amer,
Dont l'exemple sert a blasmer.
Ma ben più innanzi era andata Maria di Francia, la quale nel Lai de Gugemer[619] descrive una pittura dove è rappresentata Venere in atto di dare alle fiamme il libro De arte amandi, e scomunicare chi lo legge, o ne segue gli ammaestramenti.
Vénus la dieuesse d'amur,
Fu très bien mis en la peinture,