Tutte queste, a dir vero, son congetture; ma chi voglia spiegare in qualche modo la nascita della leggenda, e mostrare a chi è di contrario avviso che i fatti asseriti in essa possono essere intesi anche da chi non li ritiene per veri, è pur forza, mancando le testimonianze storiche, procedere per via di congetture. Ad ogni modo quelle che qui si sono prodotte potranno parere abbastanza plausibili, sorrette come sono dagli esempii conformi di molte altre leggende, e la stessa loro normalità e semplicità le farà parer più accettabili. Riepilogando in brevi parole il detto sin qui, si ha il seguente risultamento. Boezio, nato di genitori cristiani, battezzato, cresciuto nel grembo della Chiesa, era universalmente tenuto in concetto di cristiano, sebbene, dedito in tutto alla filosofia, egli fosse alieno da qualsiasi religione positiva. Caduto in disgrazia, e punito di ingiusta morte, nel tempo che Teodorico si era dato ad affliggere con atti ostili la Chiesa, fu creduto da quanti non erano in grado di meglio conoscere la ragion delle cose, che in Boezio fosse stato colpito il cattolico, e che la sua morte fosse stata un martirio. Tale opinione durò forse più particolarmente in Pavia, dove si può credere che gli avanzi di Boezio fossero stati onorevolmente conservati; ma non si avvalorò, non si diffuse, se non dopochè Liutprando ebbe procacciato nuovo lustro alla Chiesa Pavese. L'attribuzione delle opere teologiche fu una conseguenza della opinione di santità[672].
Al Jourdain, di cui ho testè ricordato lo scritto, parve di dover ricorrere ad un'altra ipotesi, secondo che io penso, non necessaria. Il Boezio santo e martire non sarebbe l'autore del De consolatione philosophiae, ma un altro, solamente con lui confuso. Nel secolo VI vi furono quattro vescovi che, come il filosofo, portarono il nome di Boezio, tra' quali uno che fu vescovo d'Africa, esiliato e morto in Sardegna. Il Jourdain crede che il corpo di costui sia stato trasportato, insieme con quello di Sant'Agostino e di altri santi, di Sardegna in Pavia, dove diede occasione alla leggenda. Egli sarebbe l'autore dei libri teologici attribuiti poscia al filosofo. Tale ipotesi, anzi tutto, non è necessaria, perchè parmi, o m'inganno, che il filosofo avesse tutte le qualità necessarie per trasformarsi in santo da se stesso. Altri scrittori latini abbiamo veduto compiere una trasformazione sì fatta, che ne avevano assai meno ragione di Boezio. Inoltre essa è poco probabile. Della morte e della sepoltura di Boezio si conservava memoria nel secolo VIII, come provano le testimonianze di Agnello e di Paolo Diacono, ed è difficile ammettere che lo scambio avvenisse con un vescovo omonimo sì, ma morto di morte naturale e sepolto in Sardegna. Del resto il dittico di Monza è sempre lì che prova nata la opinione della santità del filosofo un pezzo prima che avvenisse la supposta traslazione del vescovo. Che qualcuno dei libri teologici sia opera di costui può darsi, ma non vi è modo nè di affermarlo, nè di negarlo. Che il vescovo, ammessa la sua traslazione, abbia esercitato qualche influsso sulla leggenda del filosofo può darsi del pari, ma è del pari impossibile a provare. Lo stesso dicasi per San Severino vescovo di Colonia, riguardo al quale sono da notare due fatti molto curiosi, che potrebbero dare appiglio a facili congetture, e cioè che nel Martirologio dell'Usuardo egli è registrato al 23 di Ottobre, nel qual giorno abbiam veduto cadere appunto la commemorazione di Severino Boezio, e che ivi stesso si dice avere egli strenuamente difeso la sua Chiesa contro la infestazione dell'ariana eresia[673].
Veduto come, secondo probabili congetture, dovesse aver nascimento e crescere la leggenda di Boezio, vediamo ora sotto quale aspetto questa leggenda medesima ci si presenti in alcuno dei più antichi documenti che la raccolsero. Ho già parlato del frammento di poema provenzale, la cui composizione indubitabilmente risale al X secolo. Noi vi troviamo la leggenda della santità e del martirio di Boezio pienamente accolta e confermata. Dopo un breve esordio parenetico e morale, l'ignoto autore entra a narrare la storia di Boezio. Gli uomini erano pieni d'ogni tristizia, e Boezio, desideroso di correggerli, predicava loro, e li ammoniva che credessero in Dio, il quale aveva sofferto passione per essi, e tutti li avrebbe redenti[674]. Non fecero frutto le sue parole e i nemici suoi lo perdettero. Boezio fu di bella persona, e pieno di tanta sapienza che nessuno v'era in Roma che gli si pareggiasse. Egli era conte di Roma, e in tanta grazia appo l'imperatore Manlio Torquato (Mallio Torquator)[675], che in suo nome governava tutto l'impero. Ma morto il buon imperatore Manlio, ecco in Roma l'eretico Teodorico, il quale non credeva in Dio. Boezio, che aveva amaramente pianta la morte del suo primo signore, non volle riconoscere come tale il miscredente, non volle avere da lui l'investitura dei proprii tenimenti. Egli lo ammoniva anzi; ma Teodorico, pien di mal animo, mal sopportando le sue rimostranze, pensò al modo di disfarsi di lui. Egli simulò lettere dalle quali appariva che Boezio invitava i Greci a passare il mare, e a venirsi a prendere Roma, ch'egli avrebbe data loro nello mani. Accusato di tradimento, Boezio fu tratto nel Campidoglio in mezzo ai suoi pari e sottoposto a giudizio. Coloro ch'egli aveva più beneficato lo abbandonarono: egli fu condannato e chiuso in carcere. Lo stesso libro De consolatione philosophiae porge materia al resto del frammento, che, disgraziatamente, non passa oltre il verso 258. Senza dubbio il poema finiva con la narrazione della morte di Boezio, e forse con indicazioni, che per noi sarebbero state di molto interesse, circa la sepoltura e la canonizzazione.
Ciò che v'ha di più singolare in questo strano racconto, dove non è fatto nessun ricordo nè di Simmaco, nè del papa Giovanni, si è la combinazione abbastanza ingegnosamente procacciata degli elementi storici coi leggendarii: le cause apparenti della disgrazia di Boezio sono su per giù quelle stesse che la storia conosce, ma le vere sono la miscredenza di Teodorico e lo zelo del filosofo per la fede. Nella Kaiserchronick, per contrario, ogni motivo religioso è soppresso, anche per Simmaco e per il pontefice[676]. Al tempo di Teodorico erano in Roma Boezio, Seneca (l. Simmaco) e un papa per nome San Giovanni. Questi tre mandarono messi all'imperatore Zenone, significandogli come all'onor suo disdicesse che un uomo di vili natali tenesse l'impero di Roma. I messi, colti per via, confessarono ogni cosa. Teodorico fece venire i colpevoli, chierici e laici, a Pavia, e gettatili in un carcere ve li fece morire di fame.
Passiamo ora a considerare alcune particolarità e varianti della leggenda, delle quali non ci si porse sin qui opportunità di discorrere. Io ho nelle pagine che precedono implicitamente accettata la opinione che fa di Pavia il luogo della relegazione, della morte, della sepoltura di Boezio. È questa la opinione più probabile e più universalmente ricevuta[677]. La tradizione a tale riguardo è antichissima in Pavia, dove durò sino al 1584 una torre, chiamata Torre di Boezio, appunto perchè si credeva che in essa fosse stato chiuso il filosofo. In memoria, pare, dello ingiusto castigo ivi sofferto da lui fu chiamata anche Fraudulenta[678]. Ai tempi di Alessandro Neckam il sepolcro di Boezio era considerato come cosa da cui ridondava a Pavia grandissimo onore[679]. Ma, a tacere di alcune opinioni critiche di moderni[680], da parecchi si credette nel medio evo che Boezio fosse stato ucciso e sepolto in Ravenna, opinione evidentemente suggerita dal sapersi che nelle carceri di Ravenna era morto il papa Giovanni, e dalla tendenza della leggenda a stringere in un gruppo, e a far morire per le stesse ragioni, e quindi anche nello stesso luogo, Giovanni, Simmaco, Boezio. Agnello dice Simmaco e Boezio sepolti nella stessa arca in Ravenna, dove era anche sepolto il loro uccisore Teodorico. Balduino Ninoviense dice che Boezio fu relegato in Ravenna, e quivi scrisse il trattato De consolatione philosophiae[681]; e tale opinione fu ricevuta anche dal Tritthemio[682].
Intorno al modo della morte di Boezio corsero nel medio evo varie opinioni. Agnello, Freculfo, Paolo Diacono, Anastasio Bibliotecario, altri, lo dicono decapitato; l'Anonimo Valesiano racconta che Eusebio, prefetto della città di Pavia, per ordine di Teodorico sottopose Boezio a tortura, e tanto gli fece serrare intorno al capo una corda, che ne schizzarono gli occhi, e poi lo fece morire sotto il bastone, se per bastone dev'essere intesa la voce fustis qui adoperata dall'Anonimo[683]. Abbiamo veduto che, secondo la Kaiserchronik, il papa Giovanni, Simmaco e Boezio furono fatti morire di fame. Anche qualche altra favola, men razionale, si spacciò e circa il modo, e circa la ragione della morte di Boezio. Giovanni da Verona, nella inedita sua Historia imperialis ne riporta una secondo la quale Teodorico non v'avrebbe avuto parte alcuna, e Boezio sarebbe stato libero in Pavia. Ecco le sue proprie parole[684]: «De huius morte diversi diversa scripserunt..... Alii dicunt quod dum Boetius esset Papie contigit quod inter duos fratres orta est pro patris hereditate dissensio. Cumque questio delata fuisset ad Boetium utpote iurisconsultum, secundum leges sententiam tulit, et uni fratrum victoriam litis, alteri vero perditionem iudicavit. Tunc frater qui succubuerat, missis satellitibus, Boetium quadam mane orantem in ecclesia beati Petri ad Celum aureum occidi fecit».
Era assai naturale che si cercassero nuove prove della santità di Boezio, e che nella biografia di lui s'introducessero nuovi fatti, inventati di pianta, ma che venivano modificando il carattere dell'uomo come le fantasie e gl'ideali dei tempi portavano. Si sapeva che Boezio aveva sposato Rusticiana, figlia cristiana del cristiano Simmaco; ma questa non parve essere compagna abbastanza degna del teologo insigne e del martire venerato. Onde che s'inventò e gli si pose a fianco una Elpidia, sua prima moglie, figlia del senatore Festo, autrice di due inni in onore dei santi Pietro e Paolo, morta poco dopo il suo matrimonio, e sepolta come il suo sposo in Pavia. Secondo Ranulfo Higden questa Elpidia era nientemeno che figliuola del re di Sicilia. Ma un'altra cosa doveva stare più a cuore agl'inconscii favoleggiatori del medio evo. Boezio era un teologo, era un martire, ma non era un chierico. Ciò doveva parere sconveniente in tempi in cui, se non tutta la santità, almeno tutta la scienza era nei chierici. Bisognava che Boezio, console di Roma, e gran feudatario dell'impero secondo il poema provenzale, si rassegnasse a entrare in religione e a ricevere gli ordini. Nella Vita di San Placido martire, scritta da Gordiano Monaco, e interpolata da Pietro Diacono, si narra che Boezio, Simmaco ed altri uomini insigni di Roma recaronsi a Monte Cassino, e furono da San Benedetto ricevuti nella società dei suoi monaci[685]. Notisi che Boezio e Simmaco furono messi a morte tre anni prima che San Benedetto andasse a Monte Cassino. Gordiano fioriva intorno al 541, ed è difficile credere che a così poca distanza di tempo egli osasse spacciare una fanfaluca così solenne; Pietro Diacono fioriva verso il 1120, e non è improbabile che l'onore della invenzione si appartenga a lui. Un bel pezzo dopo, il Tritthemio accoglieva la favola, temperandone tuttavia la soverchia assurdità[686].
La prova più evidente della santità è il miracolo, e la pietosa fantasia dei credenti era naturalmente tratta ad immaginare qualche miracolo a cui appoggiare la santità di Boezio. Tutti conoscono il prodigio con cui San Dionigi illustrò la propria morte, e sbalordì i suoi carnefici; a Boezio ne fu attribuito uno in tutto simile. Narra l'Anonimo Ticinense che il filosofo martire, decollato, si tolse la propria testa fra le braccia, e la portò dal luogo della decollazione sino alla Chiesa di San Pietro in Ciel d'Oro. Francesco da Buti narra con più particolari come «andando (Boezio) una mattina a la chiesa, a la volta d'uno cantone li fu dato uno colpo tra 'l capo e 'l collo dai suoi emoli che ne mandò il capo, lo quale capo elli ricevè nelle sue mani e ripuoseselo in sul collo et andò alla chiesa, et tanto visse ch'elli si confessò et rimissesi nelle mani del sacerdote»[687]. In questa uccisione, come in quella di cui narra Giovanni da Verona, Teodorico non c'entra per nulla; il supplizio si muta in un assassinio; si noterà ancora che qui Boezio è libero di girar per Pavia, mentre, secondo la più vulgata tradizione, egli vi fu chiuso in carcere. Dice in fatti Francesco da Buti che Boezio era in Pavia relegato e posto in esilio dal re Teodorico. Il Gualla racconta anch'esso il miracolo, attenendosi alla versione dell'Anonimo Ticinense, che, secondo l'affermazione sua, sarebbe stata quella di antichissime cronache pavesi (pervetustis etiam Ticini cronicis attentantibus); ma fa ancor egli menzione dei ricevuti sacramenti. Giulio Marziano Rota vi mette qualche fioritura: richiesto dal carnefice chi gli avesse troncato il capo, Boezio rispose: Gli empii[688].
Se non fosse stata la leggenda della santità e del martirio, sufficiente di per sè ad occupare le fantasie, un'altra leggenda sarebbe forse sorta intorno al nome di Boezio, ancor essa molto consentanea ai gusti e alle tendenze del medio evo, quella cioè del sapere e del potere magico. Le ragioni da farla nascere non mancavano. Una delle accuse lanciategli contro dai suoi nemici si fu appunto l'accusa di magia, e da essa, come dalle altre, Boezio si difese. In una di quelle famose epistole scritte in nome di Teodorico[689], Cassiodoro fa a Boezio grandissime lodi pel suo meraviglioso sapere, gli raccomanda certi orologi da mandare a Gundibaldo, re dei Burgundi, ricorda un serpe e alcuni uccelli con sommo artifizio dal filosofo fabbricati. L'autore del poema provenzale dice di lui:
No cuid qu'e Roma om de so saber fos;