Finchè durò la dominazione gotica l'arianesimo ebbe favore ed appoggio; ma quella cessata, e succedutale la longobardica, l'eresia fu novamente depressa in Italia. Liutprando, grandissimo fautore del cattolicismo, ristaurò, o riedificò in Pavia l'antica chiesa di San Pietro in Ciel d'Oro, e per accrescerle lustro e riputazione fece venir di Sardegna, e vi depose, il corpo di Sant'Agostino e di altri santi. Può darsi che il corpo di Boezio già riposasse in quella chiesa; può darsi che lo stesso Liutprando ve lo facesse trasportare da luogo meno onorevole; e quando a ciò fare non lo avesse indotto la opinione della santità di Boezio, altre ragioni potevano indurlo. Era atto di giudiziosa politica il denigrare quanto più fosse possibile il governo di Teodorico; e di quanto si abbassava la riputazione di costui, di tanto conveniva esaltare quella degli uomini che ingiustamente egli aveva fatto segno dell'ira sua. Con onorare Boezio s'infamava Teodorico. Un biografo di Boezio, il Barberini[666], narra sulla fede di un antico manoscritto, non mai fatto di pubblica ragione, che l'anno 722 Liutprando ritrovò il sepolcro di Boezio, con una iscrizione che or ora vedremo. Di che autorità fosse il codice in discorso, andato, sembra, smarrito, nessuno può dire: ma le testimonianze più antiche non fanno cenno di ritrovamento. Paolo Diacono dice bensì che Liutprando fece venire dalla Sardegna, devastata dagli Arabi, il corpo di Sant'Agostino; ma di Boezio non fa parola[667]. Ora, egli che altrove parla di Boezio come di un cattolico, se fosse vero quel ritrovamento, ne avrebbe dovuto, pare, saper qualche cosa, non potendosi ammettere che un tale fatto, il quale concerneva un uomo di tanta celebrità, potesse avvenire senza che se ne levasse rumore; e notisi che Paolo Diacono fu cresciuto ed educato alla corte di Pavia, e compose i sei libri della Historia Longobardorum a Monte Cassino, intorno al 790, settant'anni circa dopo il supposto ritrovamento. Agnello, nel suo Liber pontificalis Ecclesiae Ravennatis, composto verso il mezzo del IX secolo, non dice altro se non che Boezio e Simmaco, uccisi insieme, furono insieme chiusi in un'arca che sussisteva ancora al suo tempo[668]. L'Anonimo Ticinense, nel De laudibus Papiae, così parla della chiesa, dell'epitafio e del santo[669]: «Ecclesia S. Petri in Coelo-aureo, quam amplificavit Liutprandus Rex Longobardorum, atque dotavit. In qua jacet Corpus Beatissimi Augustini Episcopi Hipponensis Doctoris eximii, qui multas ibi virtutes ostendit; et corpora BB. MM. Luxorii, Ciselli, Camerini, Robustiani et Marci, nec non B. Apiani Episcopi et Confessoris, quae omnia translata sunt de Sardinia illuc cum corpore B. Augustini per dictum Regem; cujus Regis illic etiam Corpus quiescit translatum de Ecclesia S. Adriani per abatem Olricum. Item Corpus Severini Boëtii Philosophi viri Dei, qui in praefata Urbe exul a Roma Librum de Philosophiae Consolatione composuit, qui Liber manu sua conscriptus usque ad haec fere tempora ibi servatus est, et in hac Urbe ipso Boëtius trucidatus occubuit, sicut patet in versibus, in ejus tumulo scriptis qui sic dicunt:

Hoc in Sarcofago jacet ecce Boëtius arcto

Magnus et omnimodo orando magnificandus homo.

In fine vero sic scriptum est:

Qui Theodorico Regi delatus iniquo

Papia senium ducunt in exilium.

In quo se moestum solans dedit inde libellum,

Post ictus gladio exiit a medio.

Del ritrovamento non fanno ricordo nè il Gualla nella sua storia della Chiesa Pavese, nè il Sacco nella sua storia di Pavia; e però non si ha nessun buon argomento per asserire che il sepolcro di Boezio fosse stato interamente dimenticato in Pavia e che Liutprando lo ritrovasse.

Bensì è da ammettere che solo dopo la restaurazione della chiesa di San Pietro in Ciel d'Oro, e la traslazione del corpo, o i nuovi onori avuti da Liutprando, Boezio cominciasse a fruire di una più ferma e larga riputazione di santità. L'epitafio di cui l'Anonimo Ticinense è il primo a riportare alcuni versi, e che altri altrimenti riferiscono[670], fu fatto porre assai probabilmente dallo stesso Liutprando. Giulio Marziano Rota[671], il Barberini testè citato, e alcun altro, pretendono che sia anteriore; ma certo, mentre durava la signoria dei Goti non si sarebbero messe nell'epitafio di chi era accusato di aver voluto rovesciare quella signoria, le ingiuriose parole che vi si leggono contro Teodorico, e che così naturalmente vi trovavano luogo sotto un re longobardo. Inoltre è assai ragionevole il credere che Liutprando volesse onorare con nuovo e più solenne epitafio il sepolcro del filosofo e del martire. Se la iscrizione intera riportata testè in nota fosse autentica, essa conterrebbe la più antica allusione che si conosca alle opere teologiche di Boezio. Cominciò allora, come dissi, a diffondersi e a vie maggiormente confermarsi la opinione della santità di Boezio, il nome del quale fu da indi in poi registrato nei Martirologi e nei Cataloghi di Santi al 23 di Ottobre. L'attribuzione di opere teologiche fu una conseguenza logica di quella opinione, sia prima, sia dopo la più solenne canonizzazione seguìta per fatto di Liutprando. La santità di Boezio dalle sue opere autentiche non si sarebbe potuta rilevare, nè si sarebbe potuta trovare in esse la ragione del suo martirio. Era quasi necessario l'immaginare ch'egli avesse con opere di molta autorità, difendendo i dogmi della Chiesa cattolica e combattendo gli eretici, e in più particolar modo gli ariani, provocata l'ira di Teodorico, e poichè nel medio evo (ne abbiam veduti sin qui troppi esempii), facilmente si dava qualità di reale a quanto s'immaginava, era assai naturale che quell'opere o prima o poi comparissero.