Fa manifesto a chi di lei ben ode.
Lo corpo ond'ella fu cacciata giace
Giuso in Cieldauro, ed essa da martiro
E da esilio venne a questa pace[653].
Io non posso entrare in una discussione particolareggiata della leggenda, argomento già troppe volte trattato, ma bisogna che mi limiti a raccoglier qui le prove più convincenti e che più perentoriamente appunto dimostrano l'esser suo di leggenda[654]. Prima di ogni altra cosa è da osservare che i fatti asseriti in essa non sono indissolubilmente legati tra loro, e che non tutti rivelano egualmente a primo aspetto il loro carattere leggendario. Ciò che in essa si narra del martirio di Boezio è di sì notoria falsità che non ha mestieri di lunga confutazione. Lo stesso Boezio dà le ragioni della sua disgrazia. Egli fu da malvagi calunniatori accusato di tramare contro Teodorico, di essere desideroso di cose nuove, di serbare con l'imperatore Giustino secreta intelligenza. L'aver levato la voce in difesa di altri senatori accusati gli volse contro le ire del principe barbaro, ch'egli chiama bensì rex avidus communis exitii, ma non mai un persecutor dei cattolici. Boezio dichiara apertamente di soffrire per la causa della giustizia, non per quella della religione. La sua sola testimonianza basterebbe a sbugiardare la leggenda del martirio; ma ad essa si può aggiungere quella degli storici più antichi, provante come la leggenda non sorse subito, o sorta, non subito si diffuse. Procopio, contemporaneo, dice assai chiaro nel l. I della Historia Gothorum che Teodorico fece morire Simmaco e Boezio per false accuse di delatori invidiosi, i quali gli diedero a credere che i due senatori tramassero contro di lui: di motivi religiosi neppure un cenno. L'Anonimo Valesiano, il quale dovette scrivere non molto dopo il mezzo del VI secolo, parlando del supplizio di Boezio e di Simmaco, non dice nulla, egli cristiano, della loro fede cristiana, nè fa intendere in nessun modo che avessero per essa sofferto il martirio[655]. Gregorio di Tours e San Gregorio Magno non fanno nessun ricordo di Boezio martire; Beda non lo considera come tale nel suo Martirologio; e poichè questi scrittori conoscevano pienamente l'autore del De consolatione philosophiae, il loro silenzio prova che essi nulla sapevano del supposto martirio di lui, o che se avevano notizia di una falsa tradizione, forse già nata, a tale riguardo, non le davano fede. Anzi quello di Beda, più che silenzio, si può chiamare a dirittura una testimonianza in contrario, giacchè di papa Giovanni, chiuso per ordine di Teodorico nelle carceri di Ravenna, e quivi morto, questo scrittore dice espressamente che diede la vita per la fede, mentre di Simmaco e di Boezio, la cui fine era stata molto più clamorosa e più tragica, dice soltanto che Teodorico li fece morire. Chè se la tradizione fosse stata già nota, o se avesse avuto in sè qualche argomento di credibilità, tale e tanta era sin da allora la riputazione di Boezio, che il martirio di lui sarebbe stato registrato solennemente, come fatto da onorarsene tutta la Chiesa. Nel l. VII aggiunto alle Istorie di Eutropio, Paolo Diacono chiama Simmaco e Boezio cattolici, ma non martiri[656]. Nella già citata versione anglosassone dei metri di Boezio attribuita ad Alfredo il Grande, e senza dubbio antichissima, si dice che il filosofo scrisse lettere all'imperatore di Oriente per invitarlo a rifarsi signore di Roma. Avvertito della trama, Teodorico lo fece rinchiudere in carcere. Adone di Vienna, nel IX secolo, è il primo che riconosca in Simmaco ed in Boezio due martiri[657]; ma nel secolo seguente Gerberto, nella riportata iscrizione, parla del consolato e degli studii e della preclara morte di Boezio; del martirio e della santità non fa motto. Anche dopo che fu cognita in tutta Europa, la leggenda del martirio non fu da tutti accolta e creduta[658].
Vediamo ora l'altra parte della leggenda se sia più plausibile. Senz'esser martire, Boezio potrebb'essere stato un fervente cristiano, un teologo di molta levatura, uno strenuo campione della ortodossia, e autore di opere teologiche importanti, degno in tutto d'essere tenuto un santo e venerato sugli altari. La quistione dell'autenticità degli scritti teologici di Boezio è evidentemente subordinata ad un'altra: Boezio fu egli, o non fu cristiano? Se non che sul valore della parola cristiano bisogna intendersi prima di tutto. Nel senso più lato e generico, cristiano è chiunque abbia, mediante il battesimo, ricevuto il segno indelebile: nel senso più vero e proprio, cristiano è solamente colui che vive in ispirito nel dogma. Come fu cristiano Boezio? Che nella famiglia degli Anicii, a cui egli apparteneva, fosse antichissima e diffusa la professione della fede cristiana è certo; che Boezio fosse nato da genitori cristiani, e avesse ricevuto il battesimo, e fosse cresciuto nella fede, non v'è ragione di dubitare, anzi v'è ogni buona ragione di credere, e così ancora ch'egli visse ostensibilmente nel grembo della Chiesa, ed ebbe in Roma nome di cristiano. Ma altrettanto e più certo si è che egli fu cristiano solamente di nome, e che dedito in tutto alla filosofia, visse indifferente a qualsiasi religione positiva, e non ne professò nessuna nell'animo suo, sebbene le sue stesse dottrine filosofiche e il perdurante influsso della educazione ricevuta lo dovessero piuttosto inclinare al cristianesimo che non al politeismo pagano. In nessuna delle opere, ond'è sicuramente riconosciuto autore, Boezio manifesta o indica come che sia la propria credenza religiosa; ma la maggiore e la più famosa tra quelle, il trattato De consolatione philosophiae, già col titolo prava che egli non ne aveva nessuna, o piuttosto che la filosofia era la sola religione da lui professata. Si ricordi in quali condizioni e perchè fu composto il libro della Consolazione filosofica. Perduti gli agi e gli onori, relegato, dubbioso della sua sorte, o già sicuro di prossima e trista fine, Boezio cerca conforto a tanto e così doloroso rivolgimento di fortuna. Che altro avrebbe potuto fare nel caso suo un qualsiasi, ancorchè mediocre cristiano, se non rivolgersi al Dio crocifisso, al consolatore degli afflitti, al redentore dei perduti, e cercare nelle promesse indefettibili di lui la virtù della rassegnazione e la speranza che mutano in trionfi le sciagure di quaggiù? A chi ricorre invece Boezio? Alla filosofia, a quella filosofia che il Vangelo aveva o sbugiardata, o resa superflua. In tutto il suo libro non una parola che accenni ai dogmi più solenni della fede, non un passo delle Scritture riportato, non il nome di Cristo segnato almeno una volta; tutta la inspirazione è filosofica e profana dal principio sino alla fine. E dovrem noi credere che con sì fatta preparazione si accostasse alla morte un cristiano fervente, un flagellatore dell'ariana eresia, l'autore di trattati trinitarii e cristologici? La incompatibilità dello spirito che informa quel libro e dello spirito cristiano fu già da gran tempo avvertita, e pose a dura prova più di un ingegno desideroso di toglier quella contraddizione. Sin dal X secolo Bruno, monaco di Corbia, commentandone un luogo, avvertiva trovarsi nel libro alcune cose contrarie alla fede cattolica, e fiutarvisi il velen dei filosofi[659]. Giovanni Sarisberiense lo loda, e ne commenda la lettura, ma dice schietto che esso non esprime il Verbo incarnato, ossia che non vi si trova dentro lo spirito cristiano. Il Glareano fu talmente colpito del contrasto che è fra il trattato della Consolazione filosofica e le presunte opere teologiche di Boezio che, ritenute queste per autentiche, dubitò non quella fosse apocrifa[660]; e il Bertius immaginò che il trattato dovesse avere un sesto libro, nel quale, se non fosse stato prevenuto dalla morte, Boezio avrebbe parlato della vita eterna, e si sarebbe dimostrato, qual era, cattolico[661].
Fatte delle opere tutte che vanno sotto il nome di Boezio due classi, l'una delle filosofiche, l'altra delle teologiche, si vede essere in questa la dimostrazione amplissima di una fede onde manca nell'altra qualsiasi vestigio. Se una singolarità così fatta possa avere plausibile spiegazione altra da quella che si ottiene negando recisamente l'autenticità delle opere teologiche, vegga chiunque ha piena la libertà del giudizio, e non è, o dagli interessi particolari di una Chiesa, o da una poco sennata sollecitudine della gloria di Boezio, tratto a far di costui un teologo e un santo per forza. Dopo di che non fa mestieri ch'io entri nella critica speciale di tali opere, nè sarebbe questo il luogo da ciò. Chi vuol saperne di più in proposito, e vedere come i principii filosofici stessi annunziati nelle opere teologiche discordino da quelli professati nelle opere autentiche di Boezio, ricorra al libro già citato del Nitzsch. A maggior prova della falsità delle prime ricorderò solamente che Ennodio, Cassiodoro, Isidoro di Siviglia, Beda, non ne fanno parola, e che la più antica testimonianza che di una di esse si trovi è di Alcuino, e riguarda il libro De unitate Trinitatis[662]. Come si può egli ammettere che quegli scritti, chiamati poi a tanta celebrità, rimanessero così ignoti, o così poco noti almeno, da non trovarsene fatta nessuna memoria per lo spazio di due secoli e mezzo circa, quanti ne corrono dalla morte di Boezio al tempo in cui Alcuino scriveva, mentre le altre opere del romano filosofo, non solamente erano conosciute, ma formavano anzi la base della coltura ed erano il sussidio massimo degli studii? Considerata la cosa anche sotto questo aspetto bisogna dire di necessità, o che le opere teologiche suppositizie furono composte a medio evo già fatto (VII-VIII secolo), o che, congettura più probabile, composte prima, esse furono attribuite a Boezio molto più tardi. Ma checchè sia di ciò, l'attribuzione delle opere in discorso, la quale mostra quanta fosse un tempo la fama di Boezio, ha mestieri essa stessa di spiegazione[663]. Indaghiamo come la leggenda della santità e del martirio di Boezio possa essere sorta, e tale spiegazione ci si porgerà da sè.
Tutti sanno che negli ultimi anni di sua vita Teodorico perseguitò i cattolici, e giunse a far morire in carcere lo stesso papa Giovanni. Questa persecuzione, la quale contraddice a tutta la sua precedente politica, fu la conseguenza quasi necessaria dell'accordo novamente stabilito nel 518 fra l'imperatore d'Oriente, che in allora era Giustino, e la Chiesa di Roma. Questo accordo poteva esser causa di molti pericoli per la dominazione gotica in Italia, che gl'imperatori d'Oriente sopportavano assai di mal animo. Teodorico era ariano. Egli scorse un segno precursore di maggiori offese nelle vessazioni ingiustificate a cui gli ariani andarono soggetti negli stati dell'imperatore. Tuttavia l'animo suo era inclinato alla conciliazione. Egli mandò suo legato a Costantinopoli lo stesso Giovanni a procacciarla; ma le pratiche non sortirono, qual che ne fosse la cagione, l'effetto desiderato da lui, ed egli, insospettito e inasprito, cominciò a dar opera alle minacciate rappresaglie. Di ritorno a Ravenna Giovanni fu rinchiuso in un carcere dove, l'anno 526, cessò di vivere. Egli passò per martire: ma ognuno può vedere che le ragioni le quali spinsero Teodorico a provvedimenti severi contro lui e contro la Chiesa furono, non già religiosi, ma politici. A quei provvedimenti non si può a rigore dar nome di persecuzione, ma è certo che persecuzione dovevano parere a coloro che in un modo o in un altro n'erano colpiti.
La disgrazia e la morte di Boezio, avvenuta, secondo la opinione più probabile nel 524, cadono appunto nel tempo di questa persecuzione, durante il quale era naturalissimo che agli occhi dei cristiani molti atti di Teodorico paressero avere per prima o per sola ragione l'odio contro la Chiesa. In Teodorico i cristiani non vedevano più il politico, il principe geloso del proprio potere, cui credeva, a torto o a ragione, minacciato; vedevano solamente l'eretico inteso a far trionfare a danno della Chiesa la propria credenza. Boezio era uno dei loro. Uomo d'illibato costume e di grandissima fama, qual altra colpa gli si poteva apporre, se non di essere cristiano, e qual altro scopo poteva aver Teodorico nel togliergli la vita, se non di privare la società cristiana di uno de' suoi membri più illustri? Ho detto già che Boezio in Roma doveva vivere ostensibilmente nel grembo della Chiesa; ben pochi del resto a quel tempo sarebbero stati in grado di penetrare il segreto della sua coscienza. Gli è assai probabile che fra gli stessi contemporanei moltissimi vi furono (non certamente i più colti e i meglio informati) che considerarono la morte di Boezio come un martirio. Nel famoso dittico di Monza, reputato opera del secolo VI[664], si vede Boezio in atto d'uomo afflitto e sofferente, seduto sopra un letto, in carcere forse: nella mano destra egli stringe un rotolo su cui è scritto: In fide Jesu maneam; ai piedi ha una pergamena, che vuol essere la difesa sua contro Basilio, e il libro De consolatione philosophiae; nessuno dei libri teologici, che probabilissimamente non erano nati ancora[665]. Non v'è nulla in questa curiosa rappresentazione che direttamente accenni a martirio; ma l'aspetto tristo di Boezio, e la scrittura della difesa contro Basilio, mostrano che l'artista ha voluto rappresentare il filosofo dopo la disgrazia, e quelle parole In fide Jesu maneam richiamano assai bene alla mente la condizione del martire che sollecitato a rinnegar la sua fede irremovibilmente vi persevera.
Così, senza dubbio, ebbe a formarsi il primo ordito della leggenda, la quale non tardò poscia ad avere il ripieno. Non è impossibile, e nemmeno improbabile, che i resti mortali di Boezio sieno stati raccolti da mani pietose, e deposti in luogo, se non illustre, almeno onorevole e sacro. Ciò che mille e mille volte erasi fatto per i corpi di martiri oscuri, sotto la dominazione di persecutori efferati, si può credere che si facesse per quello di un uomo celeberrimo, sotto il dominio di un principe che fu d'indole mite e generosa, e che, se le storie non mentono, ebbe a pentirsi della commessa ingiustizia. Può darsi che sin da allora la tomba di Boezio, di cui Pavia si vanta posseditrice, fosse onorata di una certa venerazione; ma questa venerazione, per estendersi, per diventare un culto, abbisognava di certe condizioni che non le mancarono lungamente.