Livre qui tant est notable.
Nel Troilus and Cresseide del Chaucer, Pandaro conforta Troilo, abbandonato dalla donna amata, con argomenti tratti dal De Consolatione. Spesso nelle versioni è richiamata l'attenzione del lettore sulla efficacia e la virtù consolatrice del libro[644].
Tutto il medio evo lavorò intorno ad esso. Chentigerno Giasconense, morto, secondo si crede, nel 560, pare che vi facesse su un commento[645], e lo commentarono poi Asser, vescovo di San Davide, intorno all'890, Bruno, monaco di Corbia, poscia vescovo di Colonia, Guglielmo di Conches, Nicola Triveth[646], Ugolino Malabranca da Orvieto nella seconda metà del secolo XIV, ed altri che sarebbe lungo noverare. Le traduzioni in tutte le lingue sono a dirittura innumerevoli. A me basterà di ricordare l'anglosassone antichissima, attribuita, ma a torto, ad Alfredo il Grande (m. nel 900)[647], la tedesca di Notker, appartenente al principio dell'XI secolo[648], la francese di Jean de Meung[649], l'inglese del Chaucer, che probabilmente tradusse, non dall'originale, ma da una traduzione francese, la spagnuola di Pero Lopez de Ayala (1332-1407). Le versioni italiane, sino a quella di Benedetto Vacchi, sono assai numerose[650]. Il testo latino fu uno dei primi libri stampati[651]. Ma non solo commentatori e traduttori, esso trovò anche imitatori in gran numero, sia quanto alla forma, sia quanto alla sostanza. Arrigo da Settimello lo imitò nel suo trattato De diversitate fortunae et philosophiae consolatione[652], Albertano da Brescia nel suo Liber consolationis et consilii. Pedro de Luna (Benedetto XIII) nel libro intitolato Vitae humanae adversus omnes casus consolationes, Giovanni di Tambacco nel De consolationibus theologiae. Intorno al 1120 un benedettino francese per nome Eccard scrisse un trattato De Consolatione monachorum, dove la prosa alterna co' versi; e ad imitazione del libro di Boezio componeva Alano de Insulis il suo Liber de planctu Naturae. Brunetto Latini nella descrizione che della Natura fa nel Tesoretto imita quella che della Filosofia fa Boezio. Ma il monumento più singolare che della propria venerazione per Boezio ci abbia tramandato il medio evo, è quel curioso frammento di poema provenzale, parte parenetico, parte narrativo, a tutti i romanologhi cognitissimo, perchè uno dei più antichi documenti romanzi sino a noi pervenuti, nel quale Boezio apparisce come un predicatore della parola di Dio e come un martire, e in cui era tutto forse riprodotto il trattato De Consolatione philosophiae. Di esso dovrò riparlare.
Tanta riputazione era nel medio evo fondamento più che bastante ad alzarvi sopra qualsiasi leggenda, massime poi quella che tramutava Boezio, tuttochè laico, in un dottore della Chiesa e in un santo. Cominciamo anzi tutto dall'esaminare questa leggenda, che ancora atteggiasi a storia, nella sua totalità, poscia ci faremo a considerare alcune particolarità e varianti caratteristiche di essa.
La formola sua più generale è la seguente: Boezio, strenuo campione a parole e a fatti della fede cattolica, incorre nell'ira di Teodorico, ariano e persecutor della Chiesa. Relegato, chiuso in un carcere, egli sostiene con cristiana rassegnazione gl'immeritati patimenti, e, da ultimo, suggella col sangue il martirio. L'anima sua è fatta partecipe della gloria e dei gaudii del paradiso. Tale è la forma sotto cui la leggenda ci si porge nella Divina Commedia. Dante pone l'anima di Boezio nel Sole, dove dimorano l'anime beate dei dotti in divinità. L'autore del De consolatione philosophiae ha compagni di beatitudine San Tommaso d'Aquino, Alberto Magno, Graziano, Pietro Lombardo, Dionigi l'Areopagita, Isidoro di Siviglia, Beda, e altri parecchi; ed è lo stesso San Tommaso, il principe dei teologi, che lo addita al Poeta:
Or se tu l'occhio della mente trani
Di luce in luce dietro alle mie lode,
Già dell'ottava con sete rimani.
Per vedere ogni ben dentro vi gode
L'anima santa, che il mondo fallace