ignibus aeternis magnaeque addicit abysso.

I ripetitori al vulcano dell'isola di Lipari sostituiscono ora l'Etna, ora il Vesuvio[693]. A tal pena non fu condannato del resto il solo Teodorico; parecchi altri ebbero nella leggenda egual sorte, come, a ragion d'esempio, Bertoldo V, duca di Zäringen, e Attone, vescovo di Magonza[694].

Altri narrano d'altri castighi. Giovanni da Verona, in uno dei racconti che riferisce a tale proposito, fa che Teodorico spiri l'anima in man dei demonii; ma prima descrive la morte sua spaventosa, prodotta da inaudito e formidabile morbo. Ricordati alcuni orrendi prodigi che avvennero circa quel tempo, egli così si esprime[695]: «Set omnipotens deus noluit pati ulterius ut fidei vere cultores deprimerentur. Nam tyrannus Theodoricus, mox ut sententiam contra catholicos dictavit, divina sententia punitus est. Statim enim gravissimo ventris profluvio egrotans, ad instar Arrii auctoris eius, intra triduum omnia viscera cum pulmone, iecore et splene et aliis precordis egessit, et die dominico, quo se credebat invadere catholicorum ecclesias, regnum finivit, et animam in manu demonum exalavit». Secondo certi racconti germanici, Teodorico non sarebbe mai morto, ma sarebbe solamente sparito in modo meraviglioso, e per virtù diabolica, di tra i viventi. In una delle redazioni della Vilkina Saga[696], il prodigio è narrato nel seguente modo. Un giorno che Teodorico, essendo già vecchio, ma valido ancora, s'era bagnato nel luogo che da lui appunto prese il nome di bagno di Teodorico, uno dei suoi famigli gridò: «laggiù corre un cavallo nero di tanta bellezza e vigoria ch'io mai non vidi l'eguale». Udite tali parole Teodorico balza fuori dell'acqua, si copre alla meglio, e domanda che tosto gli sieno condotti il suo proprio cavallo e i suoi cani. Ma tardando questi a venire, egli salta sul cavallo nero, il quale tosto si mette a fuggire più rapido di un uccello. Lo insegue, ma indarno, con tutti i cani sguinzagliati, il miglior cavaliere della scorta. Teodorico, sentendo essere nel cavallo che lo invola alcunchè di soprannaturale, si sforza di scendere, ma non gli vien fatto. Il cavaliere da lungi gli grida: «Signore, perchè corri tu in cotal guisa, e quando farai ritorno?» e quegli risponde: «È il diavolo stesso che mi porta. Tornerò quando piacerà a Dio e alla Vergine Maria». Da allora in poi di Teodorico non s'ebbe più nuova; ma gli uomini di Germania dicono essersi risaputo per visioni, che Dio e la Vergine, cui egli ricordava nelle sue preghiere, gli usarono misericordia. Secondo un vecchio poema tedesco, l'Etzels Hofhaltung, ossia la Corte di Attila, Teodorico, per aver bestemmiato Dio, fu, vivo ancora, rapito dal diavolo sotto figura di un cavallo, e portato nella deserta Romania, dove dovrà combattere coi serpenti sino al giorno del giudizio[697]. Secondo un altro racconto tedesco, quando furono morti tutti gli eroi dei Nibelunghi, un nano si presentò a Teodorico e lo invitò a seguirlo. Questi andò con lui, e nessuno mai ha più saputo s'egli viva ancora, e in qual parte del mondo si trovi[698]. In alcuni luoghi di Germania il capo della Caccia furibonda, il Cacciatore selvaggio (der wilde Jäger), è Berndietrich, cioè Teodorico. In quella medesima forma appajono parecchi altri grandi colpevoli; ma anche Artù, Carlo Magno, Carlo V.[699].

In Germania la leggenda si mostrò in generale molto indulgente per Teodorico: l'eroe sparisce invocando i nomi di Dio e della Vergine; il suo castigo, non gravissimo, durerà sino al dì del giudizio. In Italia, come già per un esempio solenne abbiamo veduto, essa fu ben più severa. E non poteva non essere, giacchè là dove cresceva il grido della santità di Boezio, doveva crescere parimente l'infamia di Teodorico, e il desiderio di ottenere sopra costui più esemplare vendetta. La leggenda del cavallo diabolico e rapitore nacque probabilmente in Italia, d'onde passò in Germania, e quivi, incontrandosi con tradizioni d'altra natura, e nelle quali suona glorioso il nome di Teodorico, ebbe a temperar di necessità il suo spirito d'odio e di vendetta. In Verona Teodorico era creduto figlio del diavolo, e la leggenda lo ricacciava all'inferno, ond'era uscito. Nella Historia Imperialis di Giovanni da Verona si legge a tale proposito il seguente curioso e notabile passo[700]: «Hic est Theodoricus, quem Veronenses appellant Diatrichum[701], de quo fabulose fertur a personis vulgaribus quod fuit genitus a diabolo, et regnavit Verone, et fecit fieri arenam veronensem; et postmodum, misso nuntio ad infernum, recepit a patre suo diabolo equum unum et canes, et dum hec munia Theodoricus accepisset tanto gaudio repletus est, quod de balneo in quo lavabatur, solum involutus linteamine, exiens, equum ascendit, et statim nunquam comparuit, set per silvas adhuc de nocte venari dicitur et persequi nimphas[702]». A canto alla porta di San Zeno in Verona è un antico bassorilievo il quale rappresenta e ricorda ancora questa fantastica avventura, sebbene i versi latini che l'accompagnano e lo spiegano non contengano il nome di Teodorico[703].

La Germania faceva di Teodorico, il prode guerriero, uno degli eroi della sua epopea nazionale; ma in Italia la Chiesa, secondando il sentimento della nazione, faceva del principe barbaro ed eretico un dannato, e non ne lasciava posare le ossa[704], mentre innalzava all'onor degli altari il martire Boezio, detto l'ultimo dei Romani. Con Boezio trionfavano congiuntamente il cattolicismo e la romanità.

CAPITOLO XIX. Gli dei di Roma.

Il medio evo, che serbò viva, se non fedele memoria degl'imperatori, i quali avevan fatto di Roma la regina del mondo, e degli scrittori che con l'opere l'avevano illustrata, non poteva in tutto dimenticare quelle antiche e fastose divinità sotto il cui patrocinio la città eterna era nata e cresciuta a tanta gloria. Negli scrittori stessi di cui si leggevano assiduamente e si trascrivevano i libri, e massimamente poi nei poeti, ricorrono senza fine i nomi degli dei, si narrano le mirabili storie del cielo, si descrivono feste e pratiche religiose. Abbiam veduto che alle Metamorfosi di Ovidio fu dato allora il nome di Bibbia dei pagani, e che con quello di Martirologio furono designati i Fasti.

Per ispegnere una religione la quale per secoli abbia governato la coscienza e la vita ci vogliono i secoli; anzi, a dir vero, essa non si spegne propriamente se non in parte, mentre in parte si trasforma, e continua a vivere, occulta, od assimilata alla nuova fede che la tolse di seggio, e questa non consegue il trionfo definitivo se non con rimettere, in parte, della sua originale schiettezza ed alterarsi più o meno. Sinchè dura il periodo acuto della lotta le due contrarie credenze rimangono diligentemente sceverate; la più debole, se glielo imponga la necessità dei tempi, si ritrae dalla vita pubblica, abbandona i suoi santuarii, si fa clandestina; ma nel profondo delle coscienze permane intera, ed è anzi fatta più risoluta e più rigida dalla stessa contraddizione: la più forte le subentra, e mentre recisamente nega il dogma nemico, si afferma nel proprio carattere e si tiene immune da ogni contagio. Ben altrimenti procedono le cose quando all'èra della lotta astiosa sia succeduta l'èra della pacifica diffusione e della confermazione ordinata. Allora le due contrarie credenze vengono a più intimo contatto, e negli spiriti, in cui l'una deve sostituirsi all'altra, avvengono combinazioni e fusioni d'ogni maniera: le memorie durano tenacissime e la sostituzione non si fa mai intera ed assoluta.

Così appunto intravenne al cristianesimo e al paganesimo. Cacciati dal cielo e dai templi, i numi di Roma si raccolsero intorno ai lari dei loro fedeli; cacciati dalle città si ritrassero nei boschi e nei campi; ma passarono secoli e secoli e la figura sanguinosa del crocifisso non riuscì a far dileguare interamente dinnanzi a sè quegli splendidi fantasmi che le arti a gara avevano dotato di tutte le seduzioni. Essi cedevano a poco a poco alla forza vittoriosa che li incalzava, ma riapparivano spesso inopinatamente nei luoghi dove avevano fatto già sì lunga dimora, ed anche quando se n'erano dileguati per sempre, lasciavano dietro a sè lungo strascico di memorie, e di lontano esercitavano sulla nuova fede irresistibili influssi.

Una storia del cristianesimo, non quale appare nella dogmatica ecclesiastica, ma quale si venne veramente foggiando nella credenza popolare, mostrerebbe di che natura e di che forza sieno stati quegli influssi; non essendo questo il luogo per entrare in così lunga e malagevole indagine, mi contenterò di alcuni brevi cenni, che, se non altro, basteranno a caratterizzare il fenomeno.