Non si può negare che ad una mente educata nel politeismo il dogma cristiano non dovesse parere assai scarso di attrattive. Il Dio trino ed uno, posto ad incommensurabile altezza sopra la umanità, imperscrutabile e severo nella sua solitudine, facilmente atterriva chi era uso a vedere un popolo intero di dei mescolarsi continuamente cogli uomini, chi dei accoglieva sotto il suo tetto e alla sua mensa. Se il nuovo convertito non era, come nella più parte dei casi certamente non era, uno spirito eletto, in cui la nuova verità trovava pronto e facile consentimento, quanti dubbii, quanti terrori doveano tener dietro alla conversione! Era quasi impossibile che egli non provasse un senso di angustia e di sfiducia, posto faccia a faccia con quel terribile giudice che non si placava come gli dei delle genti per sacrificii e per arti di sacerdoti. E non era stato ancora conferito al ministro dell'altare l'ufficio d'intermediario perpetuo tra Dio e il credente, e non era stata inventata ancora la confessione auricolare. La chiesa catechizzante avvertì il difetto e provvide: il culto di Maria fu un'utile concessione fatta dal cristianesimo al paganesimo. Dopo il decreto del concilio di Efeso che dichiarava la Vergine essere madre di Dio, per molti cristiani la religione consistette essenzialmente nel culto di lei, e i pagani, i quali intendevano meglio assai questo culto che non quello che si tributava a Dio, e nella Vergine vedevano una specie di divinità più prossima alla terra, e più simile a quelle che già avevano famigliari, ebbero maggiore facilità a convertirsi[705]. Se non che quel culto medesimo non potè serbarsi così puro come avrebbe dovuto; i pagani, quasi senza avvedersene, trasfusero in esso non poche pratiche della loro vecchia religione, e nelle loro fantasie più d'un attributo di antiche divinità, e più specialmente di Venere e di Diana, passò alla Vergine. Tutti sanno quanto il culto di costei, in alcuni paesi d'Europa, conservi ancora del pagano. Certe feste della Madonna, soprattutto nel mezzogiorno d'Italia, sembrano trarre la origine da antiche feste di Cerere, e conservano ancora spiccatissimo il carattere primitivo.

Il culto dei santi, che sono come tanti mediatori tra il cielo e la terra, agevolò ancor esso potentemente il trapasso dal politeismo al cristianesimo. Per essi il cielo si ripopolava in certo modo di semidei, i quali, non soltanto potevano giovare grandemente agli uomini come intercessori appo la Divinità suprema, ma ancora come potenti elargitori di grazie per proprio conto. Essi prendevano il posto delle singole divinità proscritte, ne ricevevano gli attributi, ne adempievan gli ufficii, e fruivano del culto una volta ad esse tributato. Come gli antichi dei si erano distribuiti gli ufficii molteplici del governo delle cose, così se li distribuirono i santi, ed ogni santo ebbe un particolare còmpito ed esercitò un particolar patrocinio[706]. Naturalmente ve n'ebbe anche qualcuno che succedette nei cómpiti meno onorevoli di certe antiche divinità, mentre altri pajono esser venuti su solamente perchè provocati dalla esistenza di divinità al cui culto non si voleva rinunziare, ovvero sono quelle divinità medesime alquanto trasformate e designate con altro nome[707]. Molte feste di santi, celebrate con riti particolari dal popolo, altro non sono in origine che feste pagane; e alcune delle solennità massime del calendario cristiano si legano similmente con antiche solennità, tra l'altre forse quella stessa principalissima del Natale, come da parecchi fu sostenuto[708]. Così non picciola parte del vinto paganesimo si trasfondeva nella nuova religione[709].

Ho detto che le reminiscenze duravano tenacissime. Nel 692 il concilio in Trullo biasima e vieta la celebrazione di feste pagane ancora in vigore; ma poi per lungo tempo, così in Oriente, come in Occidente, negli atti dei concilii, nelle Vite dei Santi, in altre scritture di sacro argomento, si trova fatto ricordo frequentissimo di costumanze e di riti pagani, alla totale abolizione dei quali indarno si affaticava la Chiesa. L'Indiculus superstitionum et paganiarum, compilato dal concilio di Leptines nel 743, e parecchi capitolari di Carlo Magno mostrano come le antiche superstizioni ancora durassero nell'VIII secolo. In quel secolo medesimo in Roma, e proprio sulla piazza di San Pietro, si festeggiava ancora, con riti pagani, pubblicamente, il primo giorno di Gennajo, come si rileva da una epistola di San Bonifacio, apostolo di Germania e vescovo di Magonza, al pontefice Zaccaria[710], il quale in una sua risposta dice d'avere abolita la detestabile usanza. Nel bel mezzo del secolo X Attone II, vescovo di Vercelli, biasima le superstizioni e le costumanze pagane che ancora a' suoi tempi si osservavano dai contadini il primo di Gennajo, il primo di Marzo, e nelle feste di San Giovanni e di San Pietro e Paolo[711]. Cent'altre testimonianze simili a questa potrebbero essere facilmente prodotte.

È noto quanti simboli e quante forme la mitologia classica abbia fornito all'arte cristiana dei primi secoli. Apollo, Bacco, Amore e Psiche, altre divinità, si veggono raffigurate sopra gli antichi sarcofaghi cristiani, Amore e Venere sopra gli anelli nuziali. Cristo si trova rappresentato in figura di Giove, di Apollo, di Orfeo, di Ercole; la Vergine Maria in figura di Venere. L'inferno cristiano è interamente foggiato sul Tartaro pagano, e col nome di Tartaro lo chiamano già Prudenzio[712], Claudio Mario Vittore[713], altri fra gli scrittori ecclesiastici più antichi, poi molti e molti nel medio evo. Le pene furono immaginate, in parte almeno, ad imitazione delle pene antiche. Si lasciarono scorrere per l'inferno il Flegetonte, il Cocito, lo Stige; si mantennero ai loro posti Caronte con la barca, Cerbero, i Centauri e gli altri mostri[714]. Del Tartaro descritto da Virgilio sembra ricordarsi Giacomino da Verona quando nei rozzi suoi versi dipinge la città infernale, tutta murata di sassi e di monti, solcata per lo mezzo da

aque entorbolae

Amare plui ke fel, de veneno mescene[715].

Nel Roman de la Rose si pongono ancora all'inferno Issione, Tantalo, Sisifo, le Danaidi, Tizio[716]. Alano de Insulis pone a dominare nelle tartaree sedi Erinni, Aletto, Megera[717]. Che nell'inferno di Dante ricompajono i fiumi del Tartaro e Cerbero e Minosse e le Furie e Plutone è notissimo a tutti.

Non pochi nomi di antiche divinità rimanevano nella tradizione, o facevano parte di certi nomi di luoghi; e qua e là un resto di superstiziose credenze legavasi ad essi, o a qualche reliquia non distrutta dal tempo. In Sicilia le bocche vulcaniche, le quali, come ho già detto, comunemente si credevano essere spiragli dell'inferno, chiamavansi ollae Vulcani[718]. In Roma ad ogni tempio antico si legavano i nomi di una o più divinità, a cui, a ragione o a torto, si pretendeva che quel tempio fosse stato dedicato[719]. In Firenze fu conservato sino al XIV secolo un simulacro mutilato di Marte, dal quale si credeva dipendere la salute della città[720]. L'antichissimo culto fallico, del cui perpetuarsi dolevasi Sant'Agostino[721], passò nel medio evo, e dura ancora ai giorni nostri, e nemmeno i nomi della oscena divinità si perdettero. In sul principiare del secolo XII vigeva ancora in Sassonia e in Lorena un culto di Pripelaga, ossia di Priapo, e presentemente, nel centro della Francia, si venera un Saint Phallier, il quale ha virtù di rendere feconde le donne[722]. In una Vita di San Cesario, vescovo di Arles, si fa menzione di un demonio chiamato Dianum dai campagnuoli[723], e per lungo tempo fu divulgata credenza in alcune parti di Europa che Diana guidasse di notte la tregenda delle streghe. Nella leggenda di San Niccolò si narra di un inganno che Diana, cioè il diavolo, tentò di fare a certi naviganti che andavano a visitare il santo[724].

In generale, la esistenza degli antichi dei non si nega, ma si fa di essi altrettanti demonii, che, come tali, possono mostrarsi agli uomini e nuocer loro, ed hanno ancora, come ebbero in antico, templi e adoratori. Nei romanzi del medio evo, specialmente francesi, le divinità che si pretendono adorate dai Saraceni sono, insieme con Maometto e Tervagante, Giove, Apollo, il Baratro; ma in quelli che trattano soggetti antichi il meraviglioso mitologico è, in genere, soppresso, o attenuato, o umanizzato. Nel Tournoiement de l'Antechrist d'Huon de Mery (XIII secolo) gli dei della mitologia figurano in modo assai curioso nell'esercito dell'Anticristo[725]. Altri, seguendo la opinione antichissima, credevano che gli antichi dei fossero stati uomini. Nel l. VIII, c. 21 delle Etimologie Isidoro di Siviglia, spiegando le origini del paganesimo, dice che si cominciò con innalzare simulacri agli uomini insigni per virtù e per valore, e che poi i demonii si fecero adorare in quei simulacri. Egli ricorda molte divinità e dà ragione dei nomi loro. Tale dottrina trovasi anche largamente esposta nella Fiorita d'Italia di Frate Guido da Pisa. Va da sè che le nozioni intorno alle divinità di cui ricordavansi i nomi, come intorno al culto prestato loro dagli antichi, erano assai poco esatte, anzi molto fantastiche. Non sarà fuor di luogo il riportare qui quanto a tale proposito si legge nella Kaiserchronik[726].

Prima che credessero nel vero Dio i Romani adoravano sette dei in onore dei sette giorni della settimana. Chi non osservava il precetto religioso era, o affogato, o bruciato vivo: da Roma quella fede si diffuse in tutto il mondo. La domenica (sunintac, Sonntag, giorno del sole) i Romani onoravano il sole con grandi processioni e luminarie. Il lunedì i Romani sacrificavano alla luna, e accendevano lampade in tutte le vie della città, e ciò per ottenere da lei belle notti. In quel giorno si sacrificava anche ad Apollo. Il martedì era sacro a Marte, e in esso giorno si raccoglievano tutti i cavalieri, con loro elmi ed usberghi, scudi e spade, e facevano sacrifizii di gran pregio, e giostravano e torneavano, e le belle dame erano spettatrici dei loro giuochi. Ciò facevano essi per ottenere grazia da quel dio, che li rendesse vittoriosi nelle loro guerre, e perchè credevano che, protetti da lui, nessuno potesse loro nuocere. Il mercoledì tutto il popolo si raccoglieva nel Foro (mercato), dove, sopra una colonna, era una immagine di Mercurio. I Romani usavano di offrire a questo dio una parte di tutto quanto compravano o vendevano, affinchè favorisse i loro mercati. Il giovedì si celebrava la festa più solenne. C'era in Roma un tempio magnifico, tutto sfavillante di oro, nel quale erano venti arcieri (di metallo) e si faceva piovere per certe fistule. Esso era sacro a Giove, un gran dio, e mai non si cessava di bruciarvi incenso per fargli onore[727]. Il venerdì era sacro a Venere, la quale aveva in Roma un tempio sontuoso, ornamento della intera città. Qui usavano le meretrici, e i dissoluti; e ricchi, o poveri che costoro si fossero, vi trovavano buona accoglienza; ma gl'incorrotti e le vergini non vi dovevano entrare. Il sabato finalmente si celebrava la festa di Saturno e di tutti i diavoli, a cui era consacrato un pomposo tempio, chiamato Rotonda. Quando avevano fatte in esso le loro preghiere, i Romani si davano al bel tempo e agli spassi, e ognuno cercava di mostrarsi nei giuochi da più degli altri e di farsi onore. Il tempio fu da papa Bonifacio intitolato alla Vergine. Noi abbiam già veduto che, secondo un racconto dei Mirabilia, il Pantheon era sacro a Cibele e a tutti i demonii[728]. Secondo Enenkel, il quale ripete, derivandole dalla Kaiserchronik, tutte queste favole intorno agli dei che i Romani adoravano, la Rotonda era sacra a Venere, e ci si trovavano dugento e più letti apparecchiati[729].