Ma la divinità pagana di cui si serbò più accesa la ricordanza nel medio evo fu Venere: il suo mito allora, non solamente non è dimenticato, ma è ancora vivo ed operoso nella coscienza del popolo, e si arricchisce di nuove finzioni. Contro nessuna delle antiche divinità si mostrò così ostile il sentimento e così sollecita l'opera distruttrice dei primitivi cristiani come contro Venere: nessuno degli altri numi offendeva al par di lei il pudore della coscienza cristiana. Ma proporzionato all'odio dei nemici era l'amor dei seguaci, e il culto di Venere fu uno degli ultimi a sparire dalla faccia dell'Europa convertita alla nuova fede. Non si dimentichi che la dea degli amori passava per essere la madre di quell'Enea da cui riconosceva Roma le sue origini; che in Roma stessa, e nelle province, i templi a lei dedicati erano sempre tra i più sontuosi[730], e che finalmente il suo culto doveva tornare in ispecial modo gradito alla corrotta società dei primi secoli dell'impero. Venere aveva osato di far sovrapporre al monte dove si consumò la passione di Cristo un nefando suo tempio, che fu distrutto per ordine di Sant'Elena, madre di Costantino. Nel VII secolo, quando della grandezza romana durava appena una confusa reminiscenza, il culto di lei tuttavia fioriva in Gallia, e certo anche in altre province dell'antico impero; nel IX i Mainoti della Laconia adoravano ancora ostinatamente Venere e Nettuno[731]. In qualche parte d'Italia si professa un culto per una Santa Venere ignota, sotto alle cui sembianze si nasconde forse l'antica divinità. Costantino Copronimo (719-75) fu accusato di avere in conto di divinità e di adorare Venere[732]. Lo scelerato papa Giovanni XII (956-64), se sono vere certe accuse che gli furono mosse contro, aveva in costume d'invocare Giove e Venere[733]; e il re Ugo di Francia, che finì santamente nel 947, in un convento di Arles, una vita piena di nefandezze, pare che avesse una grande ammirazione per le divinità dei gentili, giacchè a tre sue concubine aveva imposti i nomi di Giunone, Venere, Semele[734].

Del culto poetico che il medio evo tributò a Venere si potrebbe scrivere una lunga dissertazione. Nella poesia dei Goliardi le prove di esso ricorrono ad ogni passo[735]. Nella Confessio Goliae si dice[736]:

quicquid Venus imperat labor est suavis,

quae numquam in cordibus habitat ignavis.

Nelle Stanze dell'Arciprete di Hita ha parte di rilievo Venere, di madre tramutata in isposa di Amore,

Señora doña Venus muger de don Amor[737].

Nel Roman de la Rose Venere è descritta nel seguente modo[738]:

Ce est la mère au diex d'Amors,

Qui a secoru maint amant.

Ele tint un brandon flamant