Hinc et inde duces, marchiones et comites,

Et diversorum procerum ordines.

Sic imperator incedit ad processionem; nulla humana lingua potest explicare talem gloriam tantumque honorem. Etc.[854]. A proposito delle vesti dell'imperatore delle quali è qui fatta menzione, giova avvertire che, per quanto era possibile, si cercò di serbar loro l'antica foggia romana, e che in suggelli del X secolo si vedono ancora gl'imperatori effigiati con la tunica e il manto[855].

L'aquila, che Dante chiama pubblico segno e uccel di Dio[856], l'aquila romana, è pur sempre il segno e il simbolo dell'impero. Carlo Magno fece porre un'aquila di bronzo sul vertice del suo palazzo in Aquisgrana[857], e a cominciare da Enrico III lo scettro imperiale fu sormontato da un'aquila[858]. Narrasi nel Libro Imperiale che il primo ad usare di tal segno fu Giove quando cacciò Saturno, e noi abbiamo veduto che sino a Giove si facevano da taluno risalire le origini dell'impero. Enea poi fu quegli che lo portò di Troja in Italia[859]. Armannino Giudice dice che Romolo e Remo lo tolsero per impresa[860]. Secondo Giovanni Villani Pompeo portò aquila d'argento in campo azzurro, Giulio Cesare aquila d'oro in campo vermiglio, Ottaviano aquila nera in campo d'oro, e come Ottaviano poi tutti gli altri imperatori[861]. Giova avvertire a tale proposito che nel medio evo si credette i Romani avere usato bandiere e stendardi simili in tutto a quelli d'allora. Descrivendo il bassorilievo che rappresentava il caso di Trajano e della vedova, Dante dice che ci si vedeva l'imperatore circondato di cavalieri, e che

l'aquile nell'oro

Sovresso in vista al vento si movieno[862];

dove qualcuno volle assai malamente correggere: l'aquile dell'oro. In un manoscritto francese della Biblioteca Nazionale di Torino[863] un elenco dei re e degl'imperatori romani è accompagnato da una serie di miniature rappresentanti gli stemmi dei varii principi. L'aquila nera è a tutti comune, ma non così altre imprese e figure. Augusto, Tiberio, Caligola, Claudio, Nerone, hanno sullo scudo un grifone rosso in campo giallo; Trajano, Adriano, Antonino Pio, Marc'Aurelio, Commodo, un grifone nero in campo bianco. Decio ha lo scudo a liste orizzontali bianche e rosse. Diocleziano ha per impresa una nave; Costantino il Grande un bucefalo bianco in campo rosso, e così ancora suo padre, i suoi figli e Giuliano l'apostata. Uno dei mosaici del Triclinio Lateranense a Roma rappresenta Carlo Magno in atto di ricevere dalle mani di Cristo la bandiera dell'impero, o l'orifiamma. Questa bandiera è rossa, ma l'aquila non vi figura. Durante il medio evo l'aquila imperiale fu sempre effigiata con una testa sola. Gioverà finalmente notare che nei Phisiologi e nei Bestiarii del medio evo si narrano dell'aquila molte meraviglie, tra l'altre questa, che quando essa è vecchia può ringiovanire immergendosi in un fonte che scaturisce dalle parti di Levante. L'aquila, che godeva di tal privilegio, e che, al morale, si considerava quale un simbolo di Cristo, era per tutti i rispetti degna di rappresentare l'impero sussistente in perpetuo e cristiano.

Ma una potestà così augusta quale si era la potestà imperiale, e così intimamente legata con tutto l'ordine delle cose, aveva mestieri d'altri segni ancora e d'altri simboli che figurassero e manifestassero l'alta sua dignità e il provvidenziale suo officio. Facciamoci a dir brevemente qualche cosa dei principali.

Sotto il nome generale d'insignia si comprendevano due classi di oggetti attinenti strettamente all'impero ed alla persona dell'imperatore, ed erano i clenodia e le reliquiae. Clenodia[864] erano più propriamente le insegne significative della imperial potestà, come la corona e lo scettro; reliquiae, certe reliquie di massimo pregio, le quali conferivano alla santità, e in pari tempo alla forza e alla stabilità dell'impero. Le insegne dell'impero si trovano ora sparse qua e là, a Vienna, a Parigi, a Roma, a Madrid, a Pietroburgo, a Milano, a Monza, a Palermo, in altre città ancora; ma per la più parte tuttavia sono rimaste in possesso della Casa d'Austria[865].

Grande era la importanza che alle insegne si attribuiva nel medio evo, nè un imperatore poteva considerarsi in legittimo e definitivo possesso del suo grado finchè non le avesse ottenute. Lodovico il Pio, volendo, presso a morte, trasmettere in Lotario la potestà imperiale, fece a costui recapitare le insegne. Per contro si vide alcun principe pretendere alla imperial potestà solo perchè aveva le insegne in suo dominio[866]. Nel famoso Chronicon Norimbergense, lodata grandemente la città di Norimberga, si dice: «Pallium enim, enses, sceptrum, ponia coronamque Karoli Magni Nurembergenses in eorum archivis observant, que in coronatione novi regis ob sanctitatem et antiquitatem auctoritatem prestant».