Hec qui Cesar erit mistica nosse velit.

Duricie constans, virtute refertus honestus,

Et bona fama color, splendor sine crimine questus:

Quatuor ista geret qui diadema feret.

Ad un solitario che brillava nella corona imperiale si attribuivano, come del resto a molte gemme nel medio evo, virtù magiche. Walther von der Vogelweide lo chiama la stella polare dei principi[870]. Nella Graphia si parla di dieci corone imperiali; ma più particolarmente degno di nota è quanto vi si dice della ferrea e dell'aurea. «Octava ferrea..... quia Pompejus, Julius, Octavianus atque Trajanus, cum Romanis, per ferrum subjugaverant totum orbem terrarum...... Decima corona est aurea, gemmis et margaritis ornata; quia sicut aurum reliquis metallis splendidius est, et quo plus aere repercutitur plus fulget, ita imperator omnibus hominibus qui sub celo sunt, clarissimus, illustrissimus, splendidissimus. Hanc Diocletianus imperator, visa aurea corona regis Persarum, primus romanis imperatoribus tradidit.....»[871]. È noto ciò che la leggenda narra della famosa corona ferrea, formata con uno dei chiodi che servirono a crocifìggere Cristo[872]. Nella orazione De obitu Theodosii Magni, scritta l'anno 395, Sant'Ambrogio racconta che Sant'Elena, ritrovati quei chiodi, di uno fece fare un freno, di un altro un diadema, e li mandò al figliuolo Costantino[873]. Il freno è simbolo di reggimento, il diadema di sovranità, e tutt'e due sono fatti con istrumenti della passione di Cristo: anche in ciò si palesa la idea fondamentale del nuovo impero, e il suo carattere essenzialmente religioso. Luigi il Pio, figlio di Carlo Magno, fu incoronato con una corona che Stefano V aveva portato da Roma. Essa era d'oro e adorna di gemme: Ermoldo Nigello dice che era la stessa corona di Costantino[874].

Lo scettro era insignito dell'aquila romana, ma di esso non troppo si parla; un'insegna e un simbolo di grande importanza era, per contro, il globo aureo che nelle occasioni solenni gl'imperatori tenevano nella mano sinistra. Esso raffigurava l'orbe terraqueo, tutto intero soggetto alla sovranità imperiale[875]. Un globo sormontato da una Vittoria alata apparteneva già alle insegne degli antichi imperatori romani, ma, dopo il trionfo del cristianesimo, alla Vittoria fu sostituita la Croce, vincitrice e dominatrice del mondo. Una statua di Costantino, eretta in cima a una colonna di porfido nel Foro che da lui appunto prendeva il nome, in Costantinopoli, recava nella destra un ingente pomo aureo con infissavi la croce, e con questa iscrizione: A te Cristo Dio raccomando questa città[876]. Nell'Augusteo Giustiniano era rappresentato a cavallo, con un globo sormontato dalla croce nella mano destra, e nessun'arme[877]. La Graphia fa risalire l'uso del globo aureo sino ad Augusto[878]; ma il globo che figurava tra le insegne dell'impero nel medio evo si diceva fatto per ordine di Benedetto VIII e da questo pontefice presentato a Enrico II[879]. A dir d'alcuni esso era pieno di terra raccolta dalle quattro plaghe del mondo per significare la universalità del dominio imperiale[880]; altri invece, per una di quelle tante antitesi care al medio evo, dicevano che era pieno di cenere, a significare la vanità della stessa potenza imperiale[881]. Nella leggenda dei Re Magi, che il carmelitano Giovanni d'Hildesheim scrisse in latino nel XIV secolo[882], si narra, al cap. 23, dei doni che i tre Re presentarono al bambino Gesù. Il re di Nubia e di Arabia, Melchiorre, offerse trenta denari e un pomo aureo. Questo pomo, che figurava il mondo, era stato di Alessandro Magno, il quale l'aveva fatto formare con monete d'ogni specie, appartenenti ai tributi che la terra tutta gli pagava. Alessandro lo portava sempre in mano per lasciare intendere che egli aveva il mondo in sua balìa. Appena presentato a Gesù, esso si sciolse in polvere ed in cenere[883].

Molto spesso si trova ricordata, come una delle principali e più preziose insegne, la lancia dell'impero, sebbene le notizie intorno ad essa sieno molto confuse e contraddittorie. Non bisogna dimenticare, a tale proposito, che era stato costume di parecchie genti germaniche, e fra l'altre dei Longobardi e dei Franchi, di consegnare al re proclamato un'asta come simbolo di sovranità, e che la quiris aveva avuto grande importanza nelle tradizioni romane. La lancia dell'impero si credeva avesse appartenuto in origine a Costantino, ma si confuse poi con la lancia di cui fu trafitto Cristo in croce per man di Longino, ed anche con una lancia di San Maurizio, capitano della famosa legione tebea[884]. Essa era considerata come un firmamentum imperii, e Gotofredo da Viterbo così ne parla[885]:

Subjicit imperio bello gestata potentes,

Motibus ipsius nequeunt obsistere gentes,

Haec ubi bella movet vincere cuncta solet.