Lancea sancta solet regnorum vincere lites,
Ipsa facit proceres Romanos esse Quirites,
Ex hoc Caesar habet, quod sibi regna favent.
In varii modi si racconta come essa fosse acquistata al patrimonio dell'impero. Secondo alcuni Rodolfo, re di Borgogna, l'ebbe in Italia da un conte Sansone, e la cedette, per amore, o per forza, all'imperatore Enrico I; secondo altri fu Ottone I quegli che l'acquistò da Bosone, re d'Arles. Eccardo Uraugiense così la descrive[886]: «..... quae (lancea), excepta ceterarum specie lancearum, novo quodammodo opere, novaque elaborata arte et figura, iuxta mediam spinam habuit utrobique quasi fenestram, et in media spina cruces ex clavis, manibus et pedibus salvatori nostri domini Jhesu Christi affixis».
Ma, come dissi, questa supposta lancia di Costantino fu poi identificata con la lancia di Longino, comunemente designata col nome di Lancea Christi, la quale, secondo la più diffusa credenza, non fu ritrovata che ai tempi della prima crociata[887], ma che la pietosa fantasia dei credenti immaginò conosciuta e posseduta dalla cristianità molto tempo innanzi. In fatto, la lancia che insieme col bacino figura nei romanzi del Santo Graal, sarebbe appunto la lancia di Cristo. Carlo Magno l'avrebbe posseduta, e poi altri principi dopo di lui. Guglielmo di Malmesbury racconta[888] che Ugo, re di Francia, mandò al re Adelstano d'Inghilterra, insieme con altri doni di massimo valore, la spada di Costantino Magno, nel pomo della quale era infisso uno dei chiodi che avevano servito a crocifiggere Cristo, la lancia di Carlo Magno, che si credeva essere quella stessa che aveva trafitto il fianco di Cristo, e che al fortunato suo possessore aveva procacciato le vittorie più strepitose, il vessillo del martire Maurizio, del quale vessillo s'era il medesimo Carlo Magno servito per dissipare gli eserciti dei Saraceni in Ispagna[889]. Secondo la Chanson de Roland, della sacra lancia Carlo Magno non avrebbe posseduto altro che la punta, incrostata nel pomo della sua famosa spada Joyeuse[890]. Ma la lancia dell'impero si trova anche indicata col nome di lancea Mauricii[891], senza dubbio per un'altra confusione. A Boleslao, quando fu incoronato re di Polonia, Ottone III diede la lancia di San Maurizio e uno dei santi chiodi[892]. Di questa lancia non si parla nè da Valafredo Strabone nel suo Hymnus de Agaunensibus martyribus[893], nè dal Voragine nella leggenda di San Maurizio e de' suoi compagni[894], e nemmeno da Hermann von Fritslar. Tra le insegne dell'impero figuravano pure il vessillo e la spada di San Maurizio e una pretesa spada di Carlo Magno; di quel vessillo si credeva in Germania che giovasse per la difesa, ma non per l'offesa[895].
Figuravano finalmente, secondo varii racconti, tra le insegne dell'impero, la famosa spada Durendal, che l'arcangelo Michele aveva recato a Carlo Magno dal cielo, e che da Carlo Magno fu poi donata ad Orlando, la spada di Attila, che un tempo era stata di Marte[896], e la spada di Costantino. Il nome di Costantino è spesso occorso nelle pagine che precedono, e la leggenda mostra di dare grande importanza alle insegne che venivano da lui: non si dimentichi che Costantino era considerato quale il fondatore dell'impero cristiano.
Delle numerose reliquie che conferivano dignità e forza all'impero non mi soffermo a discorrere; alcune di esse si credevano acquistate dallo stesso Carlo Magno a Gerusalemme e a Costantinopoli. In un poemetto tedesco d'incerta età, ma del secolo XIV probabilmente[897], si può vedere quale importanza si desse alle reliquie dell'impero. Quivi si narra, tra l'altro, una storia che, in parte, si trova pure narrata in uno dei racconti del Novellino. Il Prete Gianni manda all'imperatore Federico II un ambasciatore, e lo fa presentare di parecchie cose mirabili, di una veste di pelle di salamandra, di una bottiglia piena dell'acqua della fontana di giovinezza, e di un anello d'oro che procaccia vittoria, e nel quale sono tre pietre, di cui la prima impedisce che l'uomo anneghi quand'anche stesse un anno intero sott'acqua, la seconda lo rende invulnerabile, la terza lo fa invisibile. Istruito della potenza e magnificenza del Prete Gianni, l'imperatore convoca tutti i principi soggetti alla sua dominazione, tien corte plenaria, e fa vedere all'ambasciatore le sante reliquie dell'impero, la croce, i chiodi, la lancia, la camicia della Vergine, la corona di spine, la veste di Cristo[898]. Vedutele, l'ambasciatore confessa che tutta la ricchezza del suo signore non è che fango a paragone di quella ricchezza.
Preordinato dalla divina Provvidenza e coadiutore dell'opera della redenzione, l'impero romano, riconsacrato nella verità della fede, non poteva venir meno. Strettamente legato ai destini dell'uman genere, esso doveva durare sino a che questi destini non venissero a compimento; vicariato di Cristo, esso doveva, come la Chiesa, attendere il Cristo, senza che, frattanto, le porte dell'Inferno potessero prevalere contro di esso. L'impero romano non sarebbe cessato che col chiudersi del grande dramma dell'umanità, e prossimamente al giorno in cui tutte le podestà delegate sulla terra sarebbero tornate al loro fattore, giudice supremo, e da indi innanzi unico principe. Tale è già l'opinione degli apologeti e dei padri. Preghiamo per gl'imperatori, esclama Tertulliano[899], preghiamo per l'impero di Roma, giacchè per essi solo sono ritardate le imminenti calamità della fine del mondo. E un'altra volta dice: Tanto durerà il mondo quanto durerà l'impero[900]. Pensieri consimili si trovano negli scritti di Lattanzio, di Origene, di San Gerolamo, di San Giovanni Crisostomo, di altri molti. Nel commento alla seconda epistola di San Paolo ai Tessalonicensi, già attribuito a Sant'Ambrogio, ed ora a Ilario Diacono, si legge: «Non prius veniet Dominus quam regni Romani defectio fiat, et appareat Antichristus qui interficiet sanctos, reddita Romanis libertate, sub suo tamen nomine». Questa ancora è la costante opinione del medio evo. Agostino Trionfo la mantiene nella sua Summa de potestate ecclesiae[901]. Nel trattato De ortu, progressu et fine Romani imperii di Angilberto di Admont si dice che l'impero di Roma, il quale toccò l'apice della potenza e della gloria sotto Ottaviano Augusto, ai tempi della venuta del Redentore, deve da indi in poi andare scadendo continuamente sino alla venuta dell'Anticristo. Nel Ritmaticum querulosum di Lupold di Bebenburg si afferma che l'Anticristo non può nascere finchè sussiste l'impero romano in cui nacque il Salvatore.
Ma di ciò più diffusamente nel capitolo che segue.