La leggenda non si appagò di rintracciare nel più remoto passato le origini favolose di Roma e d'infiorare di mille svariate immaginazioni la sua storia e i suoi fasti; essa volle ancora seguitarne i destini nel tempo avvenire, presagirne gli ultimi casi e la fine. È questa un'altra prova, da aggiungere alle molte già contemplate, della sollecitudine viva ed instancabile onde Roma era fatta segno.

Gli antichi Romani credettero che Roma dovesse durare in eterno. Le parole Vrbs Roma Aeterna, o semplicemente Roma Aeterna, si trovano su monete ed iscrizioni; eterna è chiamata la città da Tibullo, da Ammiano Marcellino, da Frontino, da Ausonio[902]. Giove, nell'Eneide[903], annunzia che l'impero dei Romani sarà senza fine:

His ego nec metas rerum, nec tempora pono,

Imperium sine fine dedi.

Rutilio Namaziano avverte Roma di non temere i fusi delle Parche:

Porrige victuras Romana in saecula leges,

Solaque fatales non vereare colos[904].

Ma nelle credenze religiose, così dei Romani, come dei Greci, una vera dottrina escatologica non si trova. La loro religione era più fatta per provvedere alle minute e cotidiane necessità della vita pratica che non agl'interessi generali e finali dell'umanità. Se il genere umano dovesse una volta sparire dalla faccia della terra, se la terra stessa, se il mondo dovessero, in un lontano ed incognito avvenire, mutar l'esser loro, o andar distrutti, essi nè sapevano, nè si curavano di sapere. Tutt'altrimenti nel cristianesimo, dove la visione meravigliosa o terrifica dei tempi apocalittici è come un fondo di scena invariabile dinnanzi al quale si viene svolgendo il dramma della umanità. Per la coscienza cristiana niuna cosa terrena può essere eterna, dappoichè la terra stessa, in un avvenire già forse imminente, è condannata a perire. Roma perirà anch'essa, e il suo impero cesserà di reggere l'uman genere.

Ma non prima che il mondo sia per essere travolto nell'ultima rovina. Una credenza così fatta s'imponeva, in certa guisa, da sè stessa agli spiriti. Non doveva quella città, non doveva quell'impero, che erano stati ordinati a bella posta per preparare il mondo alla venuta del Redentore, sussistere sopra la terra, quando vi sarebbe apparso il più fiero nemico di costui? Non dovevano essi, in quei giorni di massimo pericolo, proteggere quella Chiesa che avevano veduto nascere e crescere all'ombra loro? Gli animi si sentivano racconsolare al pensiero che gli ultimi viventi, saldi nella fede di Cristo, avrebbero avuto alleati nelle terribili battaglie contro le potestà delle tenebre l'invitta città che aveva soggiogato il mondo, e un imperatore coronato fra le sue mura della corona dell'universale dominio.

San Gerolamo dice che Roma deve durare sino al principiare del regno celeste[905]. Prima di lui Lattanzio, non solo aveva espressa la medesima opinione, ma era anche andato più oltre, attribuendo in certo qual modo a Roma una virtù arcana, per la quale conservavasi il mondo, che, altrimenti, sarebbe precipitato a pronta ruina. Egli annunziava l'universale giudizio per l'anno 436, ma assicurava in pari tempo che di esso non era a temere finchè Roma si sorreggeva[906]. Tertulliano diceva similmente la fine del mondo essere ritardata dalla presenza dell'impero romano; e allora Roma e l'impero erano una sola e medesima cosa[907]. Sì fatte credenze avevano radice nella seconda epistola di San Paolo ai Tessalonicensi, nell'Apocalissi, negli Oracoli sibillini. In questi la distruzione di Roma si trova ripetutamente annunziata per l'anno 948 dalla fondazione, e doveva essere compiuta da Nerone, veniente dall'Asia. Dione Cassio ricorda che un oracolo sibillino turbò le menti degli uomini al tempo di Tiberio, annunziando la distruzione di Roma per l'anno 900[908]. Lattanzio fa menzione di un antichissimo re dei Medi, il quale, gran tempo prima della guerra di Troja, vide in sogno la distruzione di Roma. Nell'Apocalissi la fine di Roma è collegata alla fine del mondo, ma in tutt'altra maniera, con tutt'altri intendimenti. L'autore dell'Apocalissi nutre per Roma un odio implacabile. Non solo la città, per lui, non ha nessuna santa missione da compiere, ma contrasta anzi al volere di Dio, e l'impero è una esecrabile e diabolica istituzione, causa principalissima della iniquità onde il mondo è ripieno. Roma distrutta, incatenato Satana per mille anni, incomincerà il millennio, cioè il regno degli eletti governati da Cristo in terra. Trascorsa quella età, Satana sarà liberato, e si risolleverà nel mondo il regno del male. Seguiranno allora le incursioni di Gog e Magog, alle quali terrà dietro il giudizio e la rinnovazione della terra e del cielo[909]. Alcune parti della visione apocalittica passeranno nelle immaginazioni escatologiche dei tempi susseguenti, ma non l'odio contro Roma. Abbiam già veduto che cosa pensasse Lattanzio in proposito; assai prima che seguisse nel IV secolo la conciliazione della Chiesa e dell'impero, i sentimenti della Apocalissi ostili a Roma cominciarono ad essere ripudiati. Quei sentimenti avevano una origine essenzialmente giudaica e difficilmente potevano accogliersi nel petto di chi, pur essendo cristiano, era nato e si sentiva romano, o aveva largamente attinto ai fonti della coltura pagana[910]. Secondo le varie opinioni dei rabbini, Roma, quando sieno maturi i tempi, sarà distrutta, o dai Persiani, o dagli Ebrei, o dallo stesso Messia[911].