Dopo le incursioni dei barbari la credenza che Roma fosse serbata a maggiori e misteriosi destini doveva, in certo modo, trovarsi avvalorata dalla prova dei fatti. A più riprese Roma era stata espugnata, saccheggiata, incendiata, ma non distrutta. E se i barbari non erano stati buoni di cancellarla dalla faccia della terra, non era egli ragionevole il credere che per le mani degli uomini essa non sarebbe perita più mai? A questa credenza, non iscossa, anzi sorretta dallo spettacolo delle recenti rovine, deve legarsi una profezia di San Benedetto, che si trova ricordata più di una volta, e secondo la quale Roma sarebbe perita, non per forza di genti nemiche, ma per forza di calamità naturali, di procelle e di terremoti[912]. Ho già fatto altrove ricordo di una profezia, riferita da Beda, la quale fa durare Roma quanto il Colosseo, e il mondo quanto Roma[913]. Nelle profezie riguardanti i pontefici, attribuite a Malachia Ibernico, il quale morì l'anno 1148, a proposito del ventesimo pontefice si dice che, dopo mille tribolazioni, Roma sarà distrutta e avrà luogo il giudizio. Nel 1655 fu pubblicato a Londra un opuscolo nel quale si ammoniva gl'inglesi residenti a Roma di uscirne, giacchè la città sarebbe stata distrutta l'anno 1666, e quarantacinque anni più tardi sarebbe seguita la fine del mondo[914]. Oggigiorno ancora vive tra il popolo a Roma una credenza, secondo la quale la statua equestre di Marco Aurelio si va di nuovo lentamente indorando, e quando sarà tutta indorata il mondo finirà[915].

Ma la distruzione di Roma fu anche annunziata a più riprese indipendentemente dalla fine del mondo e in contraddizione con le più antiche credenze. L'impero non essendo più necessariamente e di fatto congiunto con la Città, si poteva credere che essa fosse venuta meno alla propria missione, che l'esistenza sua più non fosse necessaria al mondo. Di qui le molte profezie che le minacciano imminente ed irreparabile rovina; ma queste profezie non hanno, in generale, nessun carattere di popolarità, come l'aveva quella che legavasi al Colosseo; muovono da giudizii di singoli, e da cause meramente morali, proprie dei tempi in cui nascono, e non acquistano mai, anche perchè troppo frequenti, molta diffusione ed autorità. Santa Brigida, in una delle sue Rivelazioni, annunziava che Roma sarebbe stata distrutta in pena della grande corruzione della Chiesa. Santa Francesca Romana prediceva il medesimo nel 1436; gli Spirituali, che tanto diedero da fare all'Inquisizione, s'aspettavano di veder Roma consunta dal fuoco come un'altra Sodoma[916]. Nel vaticinio di un anonimo sono questi versi:

Roma diu titubans longisque erroribus acta

Corruet et mundi desinet esse caput[917].

Martino Lutero annunziò, nonchè la caduta del cattolicismo, la distruzione ancora di Roma.

Ma, o con Roma, o senza Roma, l'impero romano durerà indubitabilmente sino alla fine dei secoli. Questa credenza è antichissima, e, dopo essere stata universale nel medio evo, passa e continua a vivere per lungo tempo ancora nell'età moderna. Alcune peculiarità sue si alterano e si mutano col mutar dei tempi, ma il concetto sostanziale rimane invariato.

Il germe di essa trovasi già in Lattanzio[918]. Fondandosi essenzialmente sull'autorità delle Sibille, Lattanzio annuncia con terribili parole la desolazione e la irreparabile rovina di Roma. Precederà la venuta dell'Anticristo una età sciagurata, piena d'ogni calamità e d'ogni nequizia. Imminente la conclusione dei tempi, Dio manderà sulla terra un suo grande profeta, il quale sarà ucciso dall'Anticristo. La potenza di costui non avrà più limiti, e durerà il flagello quarantadue mesi. I giusti ripareranno nella solitudine, e il figliuolo della perdizione moverà contro di essi, e li circonderà con le sue milizie, sino a che Dio mandi un re dal cielo a disperderli con ferro e con fuoco. Questo re non è altri che Cristo, la cui venuta sarà annunziata dal cadere di una spada celeste. Durerà la carnificina dall'ora terza sino al vespero, e il sangue correrà a torrenti. Per quattro volte si rinnoverà la pugna, e da ultimo l'Anticristo sarà fatto prigione, e insieme con tutti i suoi seguaci abbandonato a giusto castigo[919].

Qui l'imperatore romano non comparisce ancora; ma poichè già si credeva che l'impero romano dovesse durare sino alla fine del mondo, non era possibile che prima o poi non si desse anche all'imperatore una parte, e una parte cospicua, in quelle supreme battaglie della umanità. L'Anticristo, maestro di false dottrine e conquistatore, era a un tempo stesso nemico della Chiesa e nemico dell'impero.

Metodio, nelle Revelationes, descrive a questo modo gli ultimi tempi. Nel settimo millenario i figliuoli d'Ismaele (i Saraceni, a' quali forse solo nelle redazioni più recenti si aggiungono i Turchi) usciranno dal deserto e si rovesceranno sopra la terra. Nulla potrà resistere all'impeto loro: numerosi come le cavallette, essi ridurranno in cattività tutto il genere umano, distruggeranno le chiese, empieranno il mondo di abbominazione e di lutto. I cristiani rinnegheranno la fede, e la più gran parte dei viventi morrà per ferro, fame, pestilenza. Ma allora sorgerà il re dei Greci, ossia dei Romani, in gran furore, e piomberà sui barbari trionfanti e tripudianti nella tracotanza della vittoria e tutti li vincerà, assoggettandoli a durissima servitù. Avrà allora principio un'èra di letizia e di pace, nella quale gli uomini, senza timore o sollecitudine alcuna, vivranno giocondamente. Ma indi a non molto si spalancheranno le porte di aquilone, e le genti scelerate e bestiali, chiuse da Alessandro Magno tra i monti, irromperanno sopra la terra, e prima espugneranno la città di Joppe. Al loro furore non sarà difesa. L'imperatore romano si ritrarrà in Gerusalemme, e vi starà dieci anni e mezzo, compiuti i quali apparirà nel mondo l'Anticristo. E come questi sarà apparso, l'imperatore salirà il Golgota, sulla cui cima sarà confitta la croce, e si torrà la corona dal capo, e la porrà sulla croce, e stendendo le mani al cielo rassegnerà a Dio l'imperiale potestà. La croce, con la corona insieme, sarà assunta in cielo. L'Anticristo trionfante ucciderà i profeti Enoc ed Elia, mandati contro di lui, e soggiogherà tutta la terra, e ne sarà padrone; dopodichè verrà Cristo vendicatore, e, vinto e ucciso l'avversario, procederà all'universale giudizio.

Prima di passare oltre ad esaminare alcune forme più recenti di questa leggenda, o credenza che si voglia dire, fermiamoci a fare su quella datane da Metodio qualche breve considerazione. Metodio, o chi altri si sia l'autore delle Revelationes che vanno sotto il suo nome, è il primo a parlare in modo preciso delle ultime vicende e della fine dell'impero. Sia che egli immagini di suo capo, sia che riproduca immaginazioni forse già nate tra il popolo, non si può non ammettere che quella parte della predizione che più particolarmente riguarda l'impero sia di origine bizantina[920]. Metodio intende parlare di un imperatore greco (rex Graecorum sive Romanorum), giacchè l'impero romano per lui altro non è che l'impero d'Oriente, e la profezia che mette innanzi altro scopo non ha, come del resto tutto il libro delle Revelationes, che di provare il primato di Costantinopoli e di glorificare l'impero d'Oriente. I fatti predetti da lui debbono accadere nel settimo millenario dalla creazione del mondo: ei li poneva pertanto in tempo abbastanza remoto da quello in cui scriveva (VIII-IX sec.)[921].