I figliuoli d'Ismaele di cui parla Metodio sono i Saraceni, ond'era sempre minacciato di rovina l'impero. Ma i Saraceni sono da lui introdotti nella finzione per ragioni storiche manifeste, e in iscambio d'altre genti, che, del resto, vi operavano il medesimo. San Cirillo, vescovo di Gerusalemme nel IV secolo, dice in un suo scritto[922] che l'Anticristo troverà l'impero di Roma diviso in dieci regni, e che ucciderà tre re e si assoggetterà gli altri sette. Questa opinione, espressa anche da San Gerolamo, era opinione comune che aveva radici assai remote ed antiche[923]. Ma i Saraceni di Metodio saranno vinti dallo stesso imperatore, alla cui vittoria succederà, come abbiamo veduto, un'èra di letizia e di pace. Qui abbiamo una evidente trasposizione del millenio di felicità che, secondo la opinione dei chiliasti, doveva arridere ai giusti risuscitati, sotto il reggimento, di Cristo. Anche la badessa Ildegarde, famosa ai tempi dei papi Eugenio, Anastasio IV, Adriano IV, Alessandro III, e che molto profetò circa la fine del mondo e l'Anticristo, fa succedere a una età felice, di virtù e di concordia, un'età calamitosa in eccesso, durante la quale, smembrato l'impero romano, ogni provincia si reggerà da sè. Le genti rinchiuse da Alessandro Magno, ossia i popoli di Gog e Magog, continuano a figurare in tutte le posteriori versioni della leggenda[924]. Quanto all'Anticristo, che, sotto un certo aspetto, è il protagonista di tutta l'azione, Metodio lo trova già nell'Apocalissi, e noi lo vediamo ricomparire con gli stessi caratteri, e operare al medesimo modo in tutte le versioni successive.
Gli innumerevoli trattati che intorno a questo figliuolo della perdizione ci ha lasciati il medio evo fanno fede dell'ansietà e del terrore che destava negli animi il pericolo sempre imminente e al tutto inevitabile della sua venuta[925]. Si ricordavano i segni che dovevano fare conoscere al mondo la funesta sua apparizione, e ponevasi mente se già non se ne vedesse qualcuno. Si moltiplicavano e si aggravavano colla fantasia gli orrori degli ultimi tempi. Ogni po' correva per la cristianità la spaventosa notizia della nascita già avvenuta, o prossima ad avvenire, dell'uomo fatale. Intorno al 380 Martino, vescovo di Tours, credeva ch'egli fosse già nato, e così credeva poi intorno al 1080 il vescovo Ranieri di Firenze, e alcuni decennii più tardi l'arcivescovo Norberto di Magdeburgo. Nel 1412 Vincenzo Ferrer sapeva, e lo scriveva al papa Benedetto XIII, che il gran nemico dell'uman genere era già d'età di nove anni[926]. Ai tempi d'Innocenzo VI un frate dell'ordine dei Minori ne annunziava la nascita per l'anno 1365. Arnaldo di Villanova la prediceva per l'anno 1376 in un trattato De speculatione adventus Antichristi. La rovina di Roma, che allora doveva inevitabilmente seguire, sarebbe stata annunziata dalla caduta del Ponte Molle e dalla sommersione dell'Asia. Nel 1470 fu trovata nella chiesa del Santo Sepolcro in Gerusalemme una profezia che diceva:
Cum fuerint anni transacti mille quingenti
Et decies terni post partum virginis almae
Tunc Antichristus nascetur daemone plenus.
Ma a chi asseriva che l'Anticristo fosse già nato, o prossimo a nascere, si poteva rispondere, e si rispondeva con un assai valido argomento: l'impero romano tuttavia si reggeva. Assono, abate di Moutier-en-Der, morto nel 992, dice nel suo trattato De vita Antichristi, per lungo tempo attribuito a Rabano Mauro, e sul quale dovrò tornare quanto prima, che la fine del mondo non era così prossima come si reputava allora da molti, giacchè al tempo dell'apparizione del grande avversario l'impero doveva essere in piena dissoluzione, cosa che non avverrebbe insino a tanto che ci fossero dei re di Francia, dovendo uno di essi negli ultimi tempi portare la corona imperiale[927]. Sei secoli dopo questo argomento conservava ancora molta forza. Uno storico francese, Canon Moreau, racconta come l'anno 1599 si spargesse improvvisamente la voce che l'Anticristo era nato in Babilonia. Tale novella empiè di terrore le popolazioni. Tuttavia molti vi furono che non vi diedero fede, i quali, tra le altre ragioni in contrario, adducevano anche questa che l'impero sussisteva ancora; al che si rispondeva dagli altri non sussistere esso oramai altrimenti che di nome.
La leggenda imperiale che noi abbiamo veduto comparire in Oriente nelle Rivelazioni di Metodio, comparisce ben presto anche in Occidente. Delle versioni varie che qui se ne formano Metodio è, direttamente o indirettamente, la prima fonte[928]; ma s'intende bene come in esse non possa più ritrovarsi lo stesso spirito della leggenda orientale. Per gli occidentali l'impero romano è l'impero d'Occidente, e l'imperatore degli ultimi tempi è, non più un imperatore greco, ma un imperatore francese o tedesco. Questa sostituzione era razionale e necessaria.
Ordinariamente si ammette che le Rivelazioni di Metodio non furono conosciute nell'Occidente prima del XII secolo, e ciò è vero se s'intende di una conoscenza diretta[929]. A cominciare da quel tempo se ne moltiplicarono le traduzioni e le parafrasi latine, in molte delle quali la leggenda si vede alterata nel modo che ho indicato testè. Ma certamente gran tempo innanzi alcune almeno delle immaginazioni che vi si contengono furono conosciute dagli occidentali, e quelle in ispecial modo che riguardano gli ultimi avvenimenti, sebbene già in qualche parte alterate. Assone, nel già citato suo libro, composto circa il 948[930], dopo aver parlato degli ultimi tempi in modo conforme alla tradizione dei padri, dice che l'ultimo imperatore, il quale sarà un Carolingio (l'impero non era ancora passato ai Tedeschi) riunirà sotto la sua dominazione tutta la terra, abbatterà tutti gl'idoli, forzerà i pagani a ricevere il battesimo, e nei templi alzerà la croce di Cristo. Seguirà allora un'èra di letizia e di prosperità grande, e si convertiranno gli Ebrei. I popoli di Gog e Magog usciranno dalle loro sedi e faranno incursione sopra la terra, ma l'imperatore, radunato il suo esercito, li vincerà e distruggerà. Compiuto il centesimo e duodecimo anno del suo impero, egli andrà a Gerusalemme, e deporrà la corona, offrendola a Dio Padre e a Cristo suo figliuolo. Dopo di ciò verrà l'Anticristo.
Assone cita, come sua fonte, non Metodio, ma certi oracoli sibillini, i quali indubitabilmente scaturirono dalle Rivelazioni. Essi sussistono tuttavia in due recensioni diverse, e poco si dilungano dalla comune loro sorgente[931]. Confrontandole col testo di Assono si può vedere come la leggenda si andasse modificando secondo il senso, dirò così, occidentale. In una di quelle due recensioni si dice che l'imperatore dei Romani e dei Greci uscirà da Bizanzio per distruggere gl'Ismaeliti; nell'altra l'imperatore è sempre un rex Romanorum et Graecorum ma Bizanzio non è più ricordata; Assone non chiama l'imperatore altrimenti che rex Romanorum, e dice che sarà un re di Francia, un Carolingio, il cui nome comincierà con C. Notisi inoltre che, secondo Metodio, le genti di Gog e Magog correranno trionfalmente la terra, mentre secondo l'oracolo sibillino ed Assone, esse saranno debellate e distrutte dall'imperatore. Dopo Assone, attingono da quell'oracolo il vescovo Benzone[932], Gotofredo da Viterbo[933], Matteo di Westminster[934]. Benzone chiama la Sibilla Calliopea; Gotofredo Tiburtina, o Albunea, e dice che, invitata a Roma dal senato, predisse gli eventi futuri sino alla fine del mondo. Il racconto profetico di Assone si ritrova più particolarmente in un antico poemetto inglese di 723 versi, intitolato Anticrist and the Signs before the Doom[935].
Assone ajutò potentemente a divulgar la leggenda, la quale si venne modificando ancora via via, secondo richiedeva la condizione dei tempi, o il sentimento dei ripetitori. Trasportato l'impero dai Francesi ai Tedeschi, era naturale che dell'ultimo imperatore si facesse, non più un Francese, ma bensì un Tedesco. E tedesco è egli già in un trattatello De Antichristo che certo Alboino dedicò ad Ariberto arcivescovo di Colonia in sul principiare dell'XI secolo[936]. Nulladimeno abbastanza spesso l'imperatore si rimane francese. Così in un poemetto tedesco sull'Anticristo, dove la leggenda è narrata sulla fede di San Gerolamo, che la trovò scritta in un libro a Roma. L'ultimo imperatore andrà a Gerusalemme recando seco le insegne imperiali, e deporrà la corona sul Monte Oliveto[937]. Angilberto, abate di Admont, appoggiandosi a un testo assai alterato di Metodio, dice che l'ultimo imperatore, franco di nazione, non potendo resistere agl'Ismaeliti, appenderà lo scettro, la corona e lo scudo all'Albero Secco, e morrà offrendo l'anima a Dio[938]. Secondo Angilberto la venuta dell'Anticristo sarà preceduta da una generale discessio, per cui prima le province si ribelleranno all'impero, poi le varie chiese all'autorità del pontefice, e finalmente i popoli abbandoneranno la fede[939].