Metodio dice che l'imperatore deporrà la corona sulla croce, Assone ch'egli la offrirà a Dio, l'anonimo autore dell'Entecrist che la deporrà sul Monte Oliveto, Teolosforo che la deporrà sul sepolcro di Cristo, Angilberto che l'appenderà, insieme con lo scettro e lo scudo, all'Albero Secco.

Di questo Albero Secco (arbor sicca, arbre sech, dürre Baum, drye Tree) si trova spesso fatta parola nelle cronache, nei poemi romanzeschi e nelle relazioni di viaggi del medio evo; ma le notizie intorno ad esso, e intorno al luogo in cui sorgeva si accordano in generale assai poco. Si sapeva solo che trovavasi in mezzo ad una regione deserta dell'estremo Oriente, e che il rintracciarlo era cosa assai malagevole. Le mappe di quel tempo lo segnano insieme con l'altre meraviglie dell'Asia. Secondo una delle tante favole in corso, esso trovavasi invece nell'antica città di Susa, cinto gelosamente di mura, custodito da gran numero di soldati. Chi potesse appendere ai suoi rami lo scudo si farebbe soggetti centoventicinque principi dell'India, sino al paese dei Mori[940]. Quando nel XIII secolo si seppe in Occidente delle grandi vittorie riportate dai Mongoli in Asia, corse subito la voce che il loro Can avesse appeso lo scudo ai rami dell'Albero Secco, e avesse con ciò fatte irresistibili l'armi sue. Nei romanzi francesi l'Arbre Sec è ricordato il più delle volte per indicare grande distanza, o paesi lontani ed ignoti. Nel Jeu de saint Nicolas di Giovanni Bodel tra i personaggi è un amiral du Sec-Arbre, o d'outre le Sec-Arbre. Nel poema tedesco intitolato Sibillen Weissagungen, del quale dovrò riparlare tra breve, pare che l'Albero Secco si ponga in prossimità del Santo Sepolcro. Più sovente col nome di esso s'indicava la provincia di Corasan. Nè tale incertezza si aveva solamente quanto al luogo ove sorgeva, ma ancora quanto alla qualità e al vero nome della pianta misteriosa. Marco Polo che ne parla nella Relazione de' suoi viaggi[941], la descrive, non già come un albero secco, ma come un alloro verde, ricco di fogliame e ferace di frutti; e dice che il vero suo nome è, non Arbre sec, ma Arbre sol, e che quest'Arbre sol è quello stesso Albero del Sole, che, insieme con un Albero della Luna predisse la immatura morte ad Alessandro Magno. Di tali alberi si parla in tutte lo storie romanzesche del Macedone, e Marco Polo dice che gli abitanti della contrada in cui sorgeva l'antica pianta, narravano Alessandro esser quivi venuto a battaglia con Dario[942]. Come nascesse questa confusione dell'Albero del Sole con l'Albero Secco non è agevole dire; ma se Marco Polo, ed altri con lui, sostituirono l'Albero del Sole all'Albero Secco, qualcuno anche vi fu che sostituì l'Albero Secco all'Albero del Sole. In molte delle storie favolose di Alessandro Magno si racconta come il grande conquistatore trovò, nella selva appunto dove sorgevano quelle arbori fatidiche, anche un albero tutto secco sul quale si stava la Fenice[943]. In un breve racconto latino composto probabilmente intorno al 1300[944], si narra di un soldato, fatto prigione dai Saraceni, il quale liberato dopo molti anni da una donna innamoratasi di lui, giunse, peregrinando con alcuni compagni, sino in India nel paese del Prete Gianni. Essi chiesero a costui di poter visitare l'Albero Secco, di cui tanto avevano udito parlare, e che sorgeva ne' suoi stati. Il Prete Gianni rispose loro il vero nome di quello non essere Albero Secco, ma sibbene Albero di Set, giacchè Set l'aveva piantato, e li fece condurre al luogo ove sorgeva, raccomandando tuttavia loro di non passare più oltre, se pur desideravano di fare ritorno in patria. L'albero piantato da Set con tre semi dell'albero paradisiaco della scienza del bene e del male, datigli da un angelo, è famoso ancor esso nella leggenda. Giunti in vista della pianta miracolosa, i pellegrini ebbero a meravigliare, tanto parve loro bella. Era essa di smisurata grandezza e mirabile figura, vestita di foglie d'ogni colore, carica di varie maniere di frutti, popolata di ogni sorta d'uccelli. Esalava da essa un soavissimo odore, e le foglie tra loro percotendosi, levavano una dolcissima melodia che si sposava col canto degli uccelli. Uno dei pellegrini si separò dai compagni e passò oltre, verso un luogo che vedeva aprirglisi dinnanzi pieno d'ogni delizia; gli altri tornarono addietro. Secondo il Mandeville l'Albero Secco sarebbe una quercia antica quanto il mondo, sorgente sul monte di Mambre, poco discosto dalla città di Ebron, e inariditasi al tempo della morte di Cristo, quando inaridirono improvvisamente tutti gli alberi della terra. Un principe dell'Occidente conquisterà la Terra Santa, e farà celebrare una messa sotto l'Albero Secco, il quale tosto si ricoprirà di foglie e di frutti. Il Mandeville narra inoltre delle meravigliose virtù della pianta[945].

Io non dubito che, in origine, l'Albero Secco non sia lo stesso albero del Paradiso terrestre, il quale nelle leggende medievali si rappresenta appunto come tutto spogliato di foglie[946]. Solo ammettendo tale identità s'intende perchè la leggenda conduca l'ultimo imperatore ad appendere scettro, corona e scudo ai rami dell'Albero Secco, il quale non è in nessun altro modo legato all'impero. Con fare che quell'imperatore deponga la corona sulla croce, Metodio lascia intendere quanto strettamente, secondo il concetto dei tempi, fosse congiunto l'impero all'opera della redenzione. Ma l'opera stessa della redenzione, non era, per dir così, se non un fatto secondario, se non una conseguenza di un altro fatto, il quale, per rispetto alla storia della umanità, poteva veramente considerarsi come primitivo ed iniziale. Questo fatto era la trasgressione dei primi parenti, della quale l'arbore vietata fu in pari tempo cagione e strumento. Dalle radici della pianta fatale era venuta fuori tutta la storia del genere umano. Senza di essa non ci sarebbe stata la redenzione; tanto è vero che, secondo la leggenda, la croce fu fatta del suo legno. Senza di essa non ci sarebbe stata nè Roma, nè l'impero. Tornando all'Albero Secco l'impero torna alle sue radici, e si chiude il ciclo delle umane vicende. Con appendere a' suoi rami lo scettro, la corona e lo scudo, l'imperatore gli restituisce i frutti che la umana temerità ne colse. Appendere la corona alla croce, o appenderla all'albero del cui legno la croce fu formata, era in fondo la medesima cosa. Giova ricordare a tale proposito che, secondo una delle interpretazioni più plausibili, la pianta dispogliata che Dante trova nel Paradiso terrestre[947], significa appunto l'impero. Però deve parere abbastanza strano che in un Enndkrist tedesco, compilato principalmente sopra un'opera intitolata Compendium theologiae, e stampato nel secolo XV, si ponga in relazione con l'Albero Secco non l'imperatore, ma l'Anticristo, che miracolosamente lo fa rifiorire. Notisi finalmente che, secondo la opinione di alcuni, l'Albero Secco era irreperibile, o inaccessibile il luogo ov'esso si trovava, come appunto dicevasi del Paradiso terrestre.

Tutta quest'azione vasta e meravigliosa degli ultimi tempi, la quale noi abbiamo veduto dipingersi nella leggenda profetica, doveva sembrare buon argomento di dramma in un tempo in cui, dalla creazione dell'uomo al giudizio universale, si rappresentava sulla scena la storia intera dell'uman genere. Tuttavia, sebbene parecchi Misteri dell'Anticristo sieno pervenuti sino a noi, quell'azione non si trova riprodotta che in uno solo[948]. Composto in Germania, questo mistero fu conservato in un codice di Tegernsee del XII secolo, e pubblicato, prima dal Pez[949], poi dal Zezschwitz[950], finalmente da Guglielmo Meyer[951]. Esso è latino, come sono, in generale, i misteri più antichi. Eccone brevemente il contenuto.

Sulla scena si vedono: a oriente, il Tempio del Signore, la sede del re di Gerusalemme, la Sinagoga; ad occidente, la sede dell'imperatore insieme con quelle del re di Germania e del re di Francia; la sede del re dei Greci; dalla parte di mezzogiorno, la sede del re di Babilonia e della Gentilità. Aprono l'azione il re di Babilonia e la Gentilità cantando le lodi del politeismo. Segue la Sinagoga, che celebra l'unico Dio e detesta Cristo. La Chiesa, coronata, assistita dalla Misericordia e dalla Giustizia, seguita, a destra, dal papa col clero, a sinistra, dall'imperatore con le milizie, minaccia l'eterno castigo a chi non osserva il suo dogma. Entrano i varii re, seguiti dalle proprie milizie, e cantando ciascuno, dice la rubrica, parole all'esser suo convenienti. Tutte queste potestà vanno a sedersi nei troni loro; ma un trono rimane disoccupato, e così ancora il tempio. Allora l'imperatore manda i suoi messi ai singoli re per invitarli all'obbedienza e al pagamento dei tributi. Egli afferma i diritti dell'impero:

Sicut scripta tradunt hystoriogravorum

totus mundus fuerat fiscus romanorum.

Hoc primorum strenuitas elaboravit,

sed posterorum desidia dissipavit.

Sub his imperii delapsa est potestas,