Dal 5 al 6 s'imbarcava con tutta la sua brigata, meno alcune compagnie lasciate a Como, alla volta di Lecco e nel giorno in cui l'esercito alleato varcava il Ticino, egli toccava la destra sponda dell'Adda. Non vi si fermò a lungo; chè il dì appresso tenendo sempre ai monti ripigliò la marcia per Caprino e Almeno.
Mentre Garibaldi era in via per Caprino e Almeno, accompagnati da una lettera di Cavour si presentarono al generale Garibaldi, Turr e Teleki, ambedue colonnelli nell'esercito della libera Ungheria, che nel 1849 combattè strenuamente contro l'Austria.
Il generale accolse i due valorosi magiari come fratelli e da quel giorno quei bravi seguirono Garibaldi con vera devozione.
Alle ore tre di mattino del 7 la brigata dei cacciatori delle Alpi con alla testa il suo generale passava il Brembo sul ponte S. Salvatore e per la strada occidentale del monte Luvrida riusciva a Voltezza, ed a passo di carica scendeva in Bergamo.
Vi arrivava però troppo tardi, chè il nemico, erasi precipitosamente ritirato. Garibaldi pensò immediatamente d'inseguire i fuggenti sulla strada di Crema, ma appena incominciata la marcia venne informato che un corpo d'austriaci stava per arrivare in ferrovia per portare rinforzo al presidio. Richiamò in fretta la brigata dalla strada di Crema, distribuì e rimpiattò i suoi cacciatori alla stazione e nei dintorni, in modo che il nemico non potesse scappargli; senonchè a pochi passi da Seriate uno spione avvisò la colonna viaggiante che i Garibaldini erano a Bergamo; il comandante austriaco fatto fermare il treno, fece smontare le truppe, e protetto da fiancheggiatori e da esploratori s'inoltrò con tutta cautela verso la città, ove sarebbe stato ben accolto; ma il Bronzetti inviato con due compagnie per la strada di Seriate lo incontrò, e, senza contare i nemici, li assalì con impetuoso ardimento, lo arrestò, lo sbaragliò costringendolo a riprendere in fretta la vaporiera.
In quel giorno i sovrani entravano nella capitale Lombarda; e Garibaldi era chiamato in Milano da Vittorio Emanuele. Le accoglienze fatte al comandante dei cacciatori delle Alpi furono degne del grande animo del Re, e caldi gli elogi a lui ed ai suoi compagni.
Intanto il generale Urban fin dal giorno 7 si era accampato sull'Adda, nei dintorni di Vaprio e vi si era trincerato. Era questa una posizione forte; ma, dopo l'entrata di Garibaldi a Bergamo, la sua importanza era di molto diminuita perchè poteva essere minacciata di fronte e di fianco. Sarebbe bastato che il generale Cialdini, il quale formava l'avanguardia del nostro esercito, si fosse affrettato verso l'Adda, e il generale Garibaldi fosse calato, con mossa combinata, da Bergamo, perchè quella divisione nemica fosse inevitabilmente disfatta. Quali frutti non si sarebbero colti da questa semplicissima manovra!
La rotta di Vaprio avrebbe precipitato la ritirata dell'esercito austriaco più della rotta di Magenta; gli alleati avrebbero potuto marciare senza intoppi e con celerità, e, arrivando molto prima nella destra del Mincio, avrebbero troncato a mezzo il concentramento nemico.
Per questo mancato accordo del generale Cialdini con Garibaldi, l'Urban potè restare impunemente tre giorni sull'Adda, e per altrettanti Garibaldi indugiarsi a Bergamo.
La mattina dell'11 giugno l'Urban lasciava Vaprio ritirandosi per la via di Crema, e la sera del giorno stesso Garibaldi, abbandonato Bergamo, si mise in marcia per Martinengo alla volta di Brescia; il 12 riprendeva il cammino per Palazzolo, da dove passava a Polasco, mentre l'Urban con la sua divisione si trovava a Pontoglio.