Un articolo del trattato di pace—quello nel quale veniva stabilito il non intervento—giovò all'unità della Patria, perchè permise alle diverse provincie sorte a libertà di proclamare coi loro plebisciti l'unione nazionale.
Verso la metà di agosto, la Toscana, la Romagna, Modena e Parma concludevano una lega, costituendo un governo dell'Italia centrale e prescegliendo come comandante supremo il generale Manfredo Fanti, e comandante in seconda il generale Giuseppe Garibaldi.
Nell'ottobre sparsasi la voce che le truppe al soldo del Papa si adunavano a Pesaro per marciare di qua della Cattolica, e che le Marche si preparavano ad una generale sollevazione, il Fanti disponeva che Garibaldi si recasse alla frontiera, per far fronte ad ogni attacco del nemico, batterlo ed inseguirlo oltre il confine, occupando le Marche.
Giunto il generale a Rimini vi stabiliva la sede del comando, volle fosse data esecuzione ad un suo disegno che avrebbe giovato all'occupazione delle Marche; quello cioè di armare alcune delle navi mercantili che si trovavano in quel porto-canale.
Furono scelte pel momento le due migliori, lo Scooner "Arimino" e "la Fenice" di proprietà del patriota Agostino Pericoli; del primo il generale diede il comando ad Andrea Rossi di Oneglia, del secondo ne fu nominato comandante Augusto Elia entrambi col grado di sotto-tenenti di Vascello dell'Italia centrale. Essi si misero all'opera senza ritardo per armare ed equipaggiare il naviglio facendo tesoro dei consigli che ad essi dava il loro amico colonnello Bixio. L'Elia intanto per ordine del generale e con l'intesa dei patrioti di Pergola, G. B. Jonni, Ginevri, Bertiboni e Bertuccioli per la via di S. Marino aveva fatto pervenire nell'Urbinate buon numero di fucili affine di promuovere un movimento insurrezionale che provocasse l'intervento di Garibaldi.
Tutto era pronto e non si attendeva che l'ordine di marciare.
Ma sorto dissidio fra i reggitori provvisori dei quattro nuovi Stati di Toscana, Romagna, Modena e Parma l'ordine ritardava. Il Ricasoli ed il Cipriani, temendo di complicare le cose nostre, decidevano di sconfessare le istruzioni date dal generale Fanti a Garibaldi; ma questi alla loro intimazione, sorretto dal patriottico ardire del Farini, rispondeva fieramente col noto telegramma—"Non ricevo ordini che dai governi riuniti".
Al dissidio fra il Ricasoli e il Fanti essendo seguito anche quello fra il Fanti e Garibaldi; il Re Vittorio Emanuele chiamava presso di sè Garibaldi.
All'invito del Re, Garibaldi si recò subito a Torino e con lui si trattenne a lungo colloquio.—Che cosa il Re abbia raccomandato a Garibaldi non si seppe, ma si potè ben immaginare che erasi elaborato questo piano: