Se attaccato dai mercenari del Papa Garibaldi avrebbe dovuto sgominarli, inseguirli ed occupare le Marche; se le Marche fossero insorte, correre in loro soccorso. Tolto di mezzo il Fanti generale dell'esercito regio, cessava la compromessa del Piemonte; Garibaldi rappresentava la rivoluzione, e nulla si comprometteva da parte del governo, se lui fosse accorso in aiuto degli insorti. Infatti Garibaldi lavorava allo scopo di incitare le Marche alla sommossa, ma queste sventuratamente non davano segno di prepararsi ad un serio movimento insurrezionale—e non potevano neppur tentarlo; basti considerare che le Marche erano occupate da imponenti forze mercenarie al soldo del Papa, e che i migliori patrioti erano stati obbligati ad esiliare; come dovette fare il conte Michele Fazioli, gonfaloniere di Ancona, che si salvò miracolosamente colla fuga da condanna di morte per avere eccitato un tentativo di sommossa.

Il Farini era d'accordo col Fanti, e, come Garibaldi, credeva alla rivoluzione nelle Marche ma voleva la mossa rivoluzionaria. Il Cipriani, reputato fautore di un movimento politico nell'Italia Centrale inteso a favorire il Principe Napoleone, chiamato davanti all'assemblea delle Romagne a dare ragione dei fatti che gli si addebitavano, si dimise; così che L. C. Farini fu chiamato al governo anche di Bologna, Ravenna e Forlì, formando lo Stato unico delle provincie dell'Emilia; la lega dell'Italia Centrale veniva così ricomposta in due Stati: Emilia e Toscana.

Garibaldi intanto persuaso da agenti e da amici che la rivoluzione era imminente, aveva fatto i preparativi per l'occupazione; e mentre al governo della Lega risultava che l'insurrezione era assolutamente priva di base, e solo fissa nella mente di pochissimi esaltati, Garibaldi mandava un telegramma al governo annunziante che la rivoluzione era scoppiata, e che egli stimava suo dovere di accorrere senza altro, come aveva preso impegno, in favore di quei patrioti.

L'animo del Farini, amante delle audaci risoluzioni e devoto a Garibaldi, avrebbe desiderato che l'asserzione della scoppiata rivoluzione fosse vera; ma le informazioni che aveva autentiche la smentivano assolutamente; ed obbligato a ricordarsi che egli era il dittatore dell'Emilia, e che era suo dovere di agire d'accordo col Ricasoli dittatore in Toscana, che ben sapeva che le Marche non erano nella possibilità d'insorgere, dava ordine al generale Fanti di richiamare Garibaldi al dovere, invitandolo a recarsi a Bologna.

Garibaldi ubbidì alla chiamata; gli si fece presente quali pericoli sarebbero derivati alla patria se egli si fosse spinto nelle Marche che non davano segno di sommossa e si cercò di strappargli la promessa che sul momento avrebbe rinunziato all'impresa.

Garibaldi nulla volle promettere, perchè aveva la certezza che le popolazioni marchigiane qualche cosa avrebbero fatto per giustificare il suo intervento.

Allora si fece di nuovo ricorso al Re Vittorio Emanuele, ed il 14 novembre Garibaldi era di nuovo chiamato a Torino.

Il 17 mattino il generale si abboccava col Re, e la sera stessa i giornali davano la notizia che Garibaldi aveva rassegnato le sue dimissioni. Infatti due giorni dopo egli ne dava l'annunzio agli italiani col suo celebre manifesto da Genova, portante la data del 19 novembre 1859.

Eccolo:

"Agli Italiani: