Invece la Divisione senza sparare una cartuccia, si ritirò sulla destra del Po, standosene là spettatrice inerte, anzi accennando a ritirarsi per la volta di Genova.

Dopo un'avvisaglia di avamposti al Gravellone, gli eserciti avversari si trovarono di fronte il 21 presso Mortara. Radetzky con rapide mosse aveva spinto i suoi all'attacco; le truppe piemontesi comandate al centro da Vittorio Emanuele, Duca di Savoia, fecero prodigi di valore, ma gli austriaci soverchianti di uomini riuscirono ad impossessarsi di notte della città; e fu notte di strage in Mortara, perchè si combattè accanitamente per le vie, nelle piazze e nelle case, opponendo i nostri un'indomita e disperata resistenza....

Intanto si combatteva con valore ed onore dalle nostre truppe anche alla Sforzesca; ma i risultati ottenuti furono completamente neutralizzati dalla rotta di Mortara.

Il grosso dell'esercito, con Re Carlo Alberto, nella supposizione che gli Austriaci muovessero da Magenta per transitare il Ticino, stava accampato per attendere il nemico presso Trecate; ma, trovate sgombre le posizioni circostanti, mosse al di qua del fiume, per la via di Milano.

Pur troppo non potè continuare al lungo la sua marcia su terra lombarda, perchè, giunta fra quelle schiere la notizia che l'austriaco già vittorioso proseguiva alle sue spalle minacciando Torino, fu immediatamente ordinata la retromarcia.

Il 23 marzo, l'esercito nostro, forte di cinquantamila uomini e 110 pezzi d'artiglieria, si trovava alle nove di mattino sotto Novara. Alle ore undici il cannone nemico diede il segnale della battaglia. Re Carlo Alberto era al suo posto in prima fila tra i combattenti. Il Crocevia della Bicocca era la chiave della posizione, e gli austriaci in dense colonne diressero tutti i loro sforzi contro di essa. I piemontesi la difesero col coraggio della disperazione; Re Carlo Alberto, ritto sul suo cavallo, nella sua marziale impassibilità, sembrava desiderasse di essere colpito a morte; ma se il Re era risparmiato dalle palle nemiche, quanti gli stavano vicini venivano mietuti e fra altri il generale Perrone, colpito da palla alla testa, e il generale Passalacqua restavano fulminati sul terreno, proprio al fianco di Carlo Alberto.

Tutte le riserve erano state impegnate.

Il Duca di Savoia, dopo avere avuto feriti a morte tre cavalli, appiedato, mantenevasi alla testa degli avanzi dei suoi battaglioni con singolare intrepidezza. Ma l'eroismo non poteva più rimettere le sorti della giornata.

Re Carlo Alberto, testimonio e parte di tutte le fasi della battaglia, cavalcava taciturno e mesto verso la città, incurante dei pericoli che lo circondavano, e giuntovi, di là, muto, contemplava con indicibile dolore la disfatta del suo esercito. Lo si voleva allontanare dal luogo tanto esposto, ma Egli nello schianto del dolore gridava: "lasciatemi morire; questo è l'ultimo giorno della mia vita!" Aveva tanto invocato dal Dio degli eserciti di perdere in quel giorno la vita! ma non fu ascoltato.

La bandiera bianca annunziava la sospensione delle ostilità, cui seguì l'armistizio, e quindi l'abdicazione di Carlo Alberto e l'assunzione al trono del figlio Vittorio Emanuele II.